7
Lug
2016

Una prospettiva di lungo periodo sulla Brexit: Liberalismo, Nazionalismo e Socialismo–di Deirdre N. McCloskey

Concludiamo il nostro “Seminario on line” sulla Brexit con un contributo di Deirdre McCloskey. McCloskey, Distinguished Professor of Economics, History, English, and Communication at the University of Illinois at Chicago, è fra i maggiori storici contemporanei dell’economia ed è autrice di una fondamentale trilogia sulle “virtù borghesi”. IBL Libri ha pubblicato il suo “I vizi degli economisti, le virtù della borghesia”. Ringraziamo la Professoressa McCloskey per il suo contributo. La versione originale dell’articolo è disponibile qui.

Nel corso degli ultimi tre secoli quello che potremmo definire il “clero laico” d’Europa si è ispirato, in economia e in politica, a tre idee: una è molto, molto buona, mentre le altre sono decisamente pessime. La prima idea, nata nel Diciottesimo secolo dalla penna di pensatori del calibro di Voltaire, Tom Paine, Mary Wollstonecraft e, più di ogni altro, il beato Adam Smith può essere definita usando proprio le parole di quest’ultimo: «consentire a ciascun di perseguire autonomamente il suo proprio interesse personale, su un piano di uguaglianza, di libertà e di giustizia». La realizzazione pratica del liberalismo nel Diciannovesimo secolo, così come nel Ventesimo, quando riuscì a prevalere sulle due idee ad esso opposte, produsse frutti straordinari. Diede alle persone comuni il coraggio di sottoporre le opere del loro ingegno alla prova del mercato. Questo processo ebbe come esito quello che chiamiamo il “Grande Arricchimento”, vale a dire l’aumento dei redditi europei, grosso modo dal 1800 a oggi, di qualcosa come il 3000 (tremila!) per cento.

Le altre due idee – invero pessime – sono il nazionalismo e il socialismo. Se vi piacciono, forse vi sarebbe piaciuta la loro combinazione, introdotta nel 1922 e ancora in vendita nelle piazze europee: il nazional-socialismo.

Il nazionalismo, nella forma teorizzata ai primi dell’Ottocento (sebbene in Inghilterra fosse già vecchio di secoli), era strettamente intrecciato con il romanticismo e ispirò nazionalismi “di reazione” in Francia e Scozia (e, successivamente, in Irlanda). In Italia, sotto forma di campanilismo e orgoglio cittadino, era ancora più antico. Ancora oggi, quando uno straniero chiede ad un italiano da dove viene, la risposta è “da Firenze”, “da Roma” o “dalla Sicilia”.

L’aspetto deteriore del nazionalismo è che conduce alla guerra. Nell’Anglosfera stiamo commemorando, proprio in questi giorni, il centenario della Battaglia della Somme che, alla sua conclusione verso la metà di novembre del 1916, avrebbe avuto un bilancio di oltre un milione di perdite, tra morti, feriti e dispersi tra Alleati e tedeschi. Il Trattato di Roma aveva appunto lo scopo di sopprimere questo aspetto nocivo del nazionalismo, ricorrendo al vecchio trucco di far commerciare i popoli. Sotto questo punto di vista, possiamo dire che ha avuto successo.

La Brexit, tuttavia, rischia di ridare vita al nazionalismo nella sua forma più deteriore e bellicosa, il nativismo. Rischi analoghi si possono paventare dall’elezione del Presidente austriaco o dalla Lega Nord e da tutti quelli che verranno incoraggiati dall’errore britannico.

L’altra pessima idea è il socialismo, che può essere ritenuta una forma di cristianesimo secolarizzato, con la sua carità ispirata al Discorso della Montagna e alla sua concezione apocalittica della storia. Come dice una vecchia battuta, un comunista è un socialista che ha fretta, un socialista è un regolatore che ha fretta e un regolatore è un politico corrotto che ha fretta.

L’aspetto deteriore del socialismo è che conduce alla povertà. Anche nelle sue forme più pure – nel suo desiderio di realizzare un’uguaglianza basata sui sentimenti verso le famiglie dalle quali tutti noi proveniamo – uccide il progresso messo alla prova del mercato e produce la tendenza al free riding, al vivere alle spalle degli altri. Nelle sue forme non pure, è ancora peggiore. Per citare un’altra battuta, sotto il capitalismo, l’uomo sfrutta l’uomo. Sotto il socialismo, è vero il contrario. L’impoverimento prodotto dal socialismo è il risultato dei più recenti Trattati dell’Unione Europea. I burocrati di Bruxelles, nella loro fretta, guastano il liberalismo del commercio pretendendo di offrire “regole del gioco comuni”. Obbliga tutti a nord e a sud, a est e a ovest, ad adottare la “qualità migliore”. Ma migliore per chi? Per lo più, per Francia e Germania. La regolamentazione europea fa infuriare gli italiani che non trovano più formaggi non pastorizzati e gli inglesi che vedono scomparire i cioccolatini della Cadbury. L’idea socialista, quindi, è stata invocata dai sostenitori della Brexit per spiegare quel che non sopportano di Bruxelles. Questo e i dannati immigranti. Se la Gran Bretagna lascerà l’Unione Europea, le forze del socialismo resteranno ancora più al comando di quel che resta.

La Brexit sarà un bene se rafforzerà il liberalismo contro le altre due idee. Una Catalogna liberata dalla Spagna sarebbe probabilmente più liberale. Un Mezzogiorno svezzato dall’assistenza di Roma dovrebbe mettere le sue schiere di dipendenti pubblici a lavorare a qualcosa di utile. D’altra parte, una Scozia liberata dalla Gran Bretagna sarebbe certamente più socialista. E in Gran Bretagna, anche i Conservatori approvano la sanità socializzata, mentre un’Unione Europea priva degli impulsi relativamente liberali provenienti dalla Gran Bretagna discenderà verosimilmente in forme ancora più estreme di regolamentazione e (se dovesse avere fretta) di socialismo.

Peggio ancora, la Brexit incoraggerà le forze illiberali del nazionalismo. Chiaramente la Brexit non si sarebbe verificata se i profughi siriani non si fossero mossi verso l’Europa. I politici più nazionalisti si sono aggrappati a questo fatto, usandolo come per secoli è stata usata la religione.

Per questo dovremo tenere in considerazione le tre idee durante l’evoluzione della Brexit. Se nazionalismo e socialismo dovessero rafforzarsi, ci aspetteranno settanta anni molto duri, come quelli trascorsi tra il 1914 il 1989.

You may also like

Cosa abbiamo imparato da un secolo di comunismo
Lamento di un liberale problematico smarrito a Barcellona
La Catalogna non è Andorra—di Mario Dal Co
I MiniBot? Fatica sprecata

2 Responses

  1. gabriele

    L’ideologia fa sempre danni, e gli economisti non ne sono immuni. L’idea di nazione, di comunità di uomini e di interessi, è stata fondamentale per il raggiungimento della democrazia contemporanea. Senza di essa il popolo, ad esclusione delle elite, era diviso e privo di potere contro i governanti. Il nazionalismo ha portato alla nascita di Grecia, Germania e Italia, che sebbene non sempre e non in ugual modo hanno sicuramente portato ad un miglioramento della vita dei loro concittadini. L’alternativa alla nazione non è la pace, ma caos e demoni peggiori. Prova è uno stato senza una nazione forte, come l’Iraq, è funestato dall’ISIS e non è certo un paradiso della libertà.

    Per non parlare poi del “liberalismo reale”, come si è fatto in Italia e in Europa, i cui esponenti, nel diciannovesimo secolo, volevano limitare la libertà soltanto ai “migliori”, cioè ai ricchi. Non dimentichiamo che è stato proprio questa incapacità del liberalismo ad affrontare i problemi della gente comune, che ha portato sfiducia nelle istituzioni e alla nascita dei totalitarismi.

    Nessuno vuol negare gli eccessi del nazionalismo, ma non si possono neanche

Leave a Reply