1
Mag
2016

Spending review e project review: soluzioni senza convinzioni—di Gemma Mantovani

Riceviamo, e volentieri pubblichiamo, da Gemma Mantovani.

“This is a Budget that gets investors investing, savers saving, businesses doing business; so that we build for working people a low tax, enterprise Britain; secure at home, strong in the world. I commend to the House a Budget that puts the next generation first.” Sono queste le ispirate e convinte parole, sintesi del manifesto ideale – politico che concludono il discorso di George Osborne, attuale Cancelliere dello scacchiere britannico (il nostro ministro delle finanze) e che motivano il suo programma quinquennale di spending review presentato lo scorso marzo che ha come obiettivo portare il debito pubblico inglese al 36% del PIL nel 2020 (www.gov.uk, The Budget speech in full).

Il discorso ed il documento cartaceo è rinchiuso dall’epoca di William Ewart Gladstone nella red box più famosa di tutte, il budget box, elegante 24 ore di pelle rossa. L’idea forte fortissima di George Osborne e del Governo che rappresenta è quella dell’Enabling State cioè l’idea che lo stato principalmente e preliminarmente autorizza e delega i cittadini a dispiegare innanzitutto le proprie capacità e risorse nella sfera economico sociale. Ed è questa la convinzione forte e liberale di “Stato sussidiario” rispetto alla primaria azione dei cittadini che anima e sta alla base delle scelte di spending review proposte.

Sulla spending review come soluzione a tutti i mali del debito nostrano si sono scritti fiumi di parole ed alla fine è risultata una ricetta fuori da un menù, ridotta a settoriali operazioni di chirurgia finanziaria fingendo di non vedere lo stato di salute generale del paziente, lo Stato, che con un debito pubblico tra i più alti del pianeta è molto, molto malato. Ma la spending review è già superata, il governo è, sul piano lessicale, già oltre. Quando lo Stato deve proprio spendere, come può essere nel caso delle infrastrutture, il concetto di revisione di spesa prende ora il nome di revisione dei progetti.

Di project review si parla nell’Allegato sulle strategie per le infrastrutture di trasporto e logistica nel documento economico finanziario 2016. La project review è una sottospecie o, se si preferisce, uno dei tanti aspetti della revisione, meglio, del controllo della spesa, la codificazione della naturale ragionevolezza del saper mettere in discussione affrontabilità finanziaria e utilità economica dei progetti infrastrutturali che il più delle volte sedimentano per anni.

Come osservato da commentatori esperti, se l’intenzione è lodevole perché si esplicita la volontà di valutare tutte le opere in modo omogeneo , selezionarle in modo trasparente e viene delineata la volontà di procedere a una “project review” delle scelte pregresse in funzione delle mutate condizioni di mercato, si continua a permettere di definire scelte progettuali a priori il che, in molti casi, può contraddire il concetto di valutazione e, pertanto, di investimento di denaro pubblico oculato.

Proprio il saper utilizzare validi metodi di valutazione trasparenti è strumento essenziale per spendere meno e spendere bene. Nella recente pubblicazione La buona spesa di Giuseppe Pennisi e Stefano Maiolo (ed. Centro studi Impresa Lavoro) vengono con precisione e puntualità scientifica spiegate le varie tecniche, criteri, metodi e procedure di valutazione possibili, con un buon numero di esempi concreti, perché, appunto, la spesa pubblica diventi oltre che inferiore, anche migliore, misurabile, efficiente, e dunque buona.

La Red Box è il simbolo di una politica che sa esplicitare con estrema chiarezza e trasparenza le ragioni delle sue scelte, condivisibili o meno, le convinzioni ideali alla base delle sue “reviews”; essa conserva non solo numeri, proiezioni e percentuali di risparmio ma anche l’idea di Enabling State, di “big society e small government” del rapporto stato – cittadino che rappresentano il fondamento di quelle scelte di quel governo di revisione della spesa. Ma si sa, nel nostro paese di spending review non parla il Ministro delle Finanze: abbiamo creato entità satellitari al pianeta governo, un po’ alieni e un po’ fantasmi, i commissari. Se certamente le “reviews” sono diventate più che un simbolo uno slogan ad effetto, è del tutto oscura l’idea politica che le sostiene. Non è certo quello del nostro Ministro delle Finanze che nelle recentissime dichiarazione di premessa al DEF 2016 ( www.mef.gov.it) ha dichiarato: “Il Governo ritiene inopportuno e controproducente adottare una intonazione più restrittiva di politica di bilancio”. Chiediamo agli economisti cosa sia “l’intonazione” di una politica di bilancio. Intuiamo sia qualcosa di lontano appunto anni luce dal contenimento del debito pubblico.

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3 Responses

  1. Stefano Carboni

    La spesa pubblica – recitano i testi di economia – è una delle componenti del PIL.
    Possiamo (e personalmente concordo completamente) discutere del significato del PIL, ma fintantoché la politica economica di uno Stato ruoterà intorno al concetto di PIL pensare di ridurre la spesa pubblica in un momento di non crescita economica e quindi di tutti gli altri addendi del PIL mi sembra completamente insensato a meno che – per non so quali assurdi motivi – non si voglia ottenere un peggioramento della situazione economica stessa e dello stato di benessere dei cittadini (ammesso che di benessere si possa parlare).
    Si parli quindi di revisione ma non certamente di riduzione: eliminazione di sprechi, di regalie, di corruzione e di spesa clientelare ma con spostamento degli importi ad altre voci (almeno fino a che non si sia innescata una vera ripresa).
    Sbaglio ?

  2. Gianfranco

    Si’. Sbagli.
    E poi non fa bello appellarsi prima a Keynes (senza separare investimenti e spese) e poi a Gesu’ (giustizia in terra per tutti gli uomini di buona volonta’).
    Una volta i troll erano molto piu’ sottili.
    Ciao.

  3. FR Roberto

    @Stefano: La spesa pubblica esiste perché lo stato “spende”.
    Il PIL è un indice creato dall’uomo.
    Quindi la spesa pubblica è preesistente al PIL, ed esisterebbe anche senza il concetto di PIL (che sia ben chiaro non voglio cancellare o far finta che non esista).
    Anche se uno Stato è più complesso di una famiglia o di una normale azienda, esistono alcune logiche di buon senso sottostanti alla gestione di tutte e tre.
    Se tu hai dei problemi reddituali/patrimoniali, ti indebiti sempre di più, e spendi sempre di più, magari in beni superflui e sprecando risorse, sperando che per pura fortuna non arrivi mai il giorno in cui dovrai andare a vivere sotto ad un ponte?

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