1
Apr
2016

Due considerazioni estemporanee sulla giustizia

Sarà solo una coincidenza che ‘attore’ significhi sia colui che interpreta una finzione drammatica sia la parte di un processo?

La comune origine etimologica ha preso destini diversi: nel giudizio civile, l’attore è tale perché agisce innescando il processo, nella scena, l’attore è tale perché agisce recitando. Tuttavia, entrambi interpretano un ruolo e partecipano a una simulazione della realtà, fatta di propri riti e finzioni. Nel processo penale, si assiste alla ‘scena’ del crimine e sul palco salgono non solo i divi, ma anche gli imputati.

Le carte processuali hanno una letterarietà specifica, quella dell’oratoria giudiziaria, con le sue formule, parole e i suoi intercalari bizzarri fuori da quel copione. In fondo, cosa altro è la toga se non «un costume maestoso», come pare disse Carnelutti?

La correlazione tra finzione letteraria e processo è a doppio senso: se il secondo si è abbeverato di una certa retorica teatrale e narrativa, la prima si è ispirata alle vicende e alle formule giudiziarie generando intere correnti espressive, a teatro, al cinema, nei libri, dall’antichità ai giorni nostri, come documenta un bel libro di Jacques Vergès, «Giustizia e letteratura», pubblicato nel 2012 da Liberilibri a cura di Serena Sinibaldi.

Il cinema, in particolare, ha dimostrato per ovvi motivi di spettacolarizzazione una straordinaria capacità di raccontare la giustizia, con tendenze e stilemi tipici da paese a paese. Di quelli italiani raccontano magistralmente e con dovizia di esempi gli autori del libro «In nome della legge. La giustizia nel cinema italiano», edito nel 2013 da Rubbettino a cura di Guido Vitiello: una fonte filmografica straordinaria, ma soprattutto una lettura che, cinefilia a parte, stimola alcune riflessioni sulla giustizia italiana.

Due su tutte.

La prima: è ancora, o è mai stata, veritiera la rappresentazione del processo che la finzione artistica ci consegna? Se abbiamo in testa i legal movies americani, probabilmente non abbiamo idea di cosa sia un tribunale italiano. Nemmeno il cinema italiano è fedele alla giustizia odierna, molto più prosaica e banale nei suoi rinvii, lungaggini, formalismi e trascuratezze. Tuttavia, al cinema italiano possiamo sicuramente tributare la capacità di aver raccontato alcune storture tipiche della giustizia penale e di una cultura giustizialista del nostro paese: film come «Detenuto in attesa di giudizio» e «In nome del popolo italiano» valgono più di qualsiasi trattazione sulla carcerazione preventiva, sull’autoreferenzialità della magistratura e sulla ‘guerra fredda’ consumata nel nostro paese tra magistratura e mondo imprenditoriale.

La seconda: il sistema giudiziario, si dice ovunque, è in crisi. Inefficiente e ridondante, esso non rende giustizia, ma la nega, anche nel suo settore più delicato, quello penale. Così la finzione arriva dove non arriva la realtà: se ne impossessa e fa le sue veci. I processi diventano definitivamente farse e si svolgono, per finta ma un po’ anche per davvero, davanti la telecamera di trasmissioni televisive o dietro la cinepresa. Non è solo la storia del «Divo», citato nel libro, ma è la storia di tutti i casi irrisolti dai tribunali e però giù giudicati negli studi televisivi, oggetto di inchieste giornalistiche che anticipano (e influenzano?) quelle giudiziarie.

Anche questo è un effetto di una giustizia che non è (più) tale.

 (una versione ridotta del post è apparsa su La Lettura del Corriere della Sera del 13 marzo 2016).

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