#PropertyIsFreedom: il canto del cigno del diritto di proprietà

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Negli ultimi tempi ci siamo soffermati più volte sulla mancata tutela dei diritti di proprietà nel nostro paese. Qualche giorno fa è arrivata una nuova conferma del fatto che si tratti di una sensazione diffusa. L’Heritage Foundation – uno dei più importanti think tank degli Stati Uniti – ha pubblicato l’edizione 2016 del suo Index of Economic Freedom, che si propone di misurare, appunto, il grado di libertà economica di 186 paesi nel mondo, secondo dieci diversi indicatori.

Uno di questi indicatori è la tutela dei diritti di proprietà. Dieci anni fa, l’Italia otteneva un punteggio di 70/100, alla pari con Spagna e Portogallo. Nel 2015, il punteggio del nostro paese era calato a 55/100. Quest’anno, siamo scesi addirittura a 50/100. Detto punteggio – secondo i criteri del medesimo indice – denota l’inefficienza e la lentezza del nostro sistema giudiziario nel tutelare i diritti di proprietà, l’esistenza di fenomeni corruttivi, la mancata separazione tra i poteri dello Stato, e la facilità con cui i poteri pubblici possono dare luogo a espropriazioni.

Per dare un quadro della gravità della situazione è sufficiente comparare il risultato dell’Italia con quello di altri paesi: 90/100 per la Germania, 80/100 per la Francia e per gli Stati Uniti. La Spagna e il Portogallo, alla pari con noi fino a dieci anni fa, sono rimasti stabili nel loro 70/100. L’Italia ottiene un risultato inferiore anche a quello di paesi come Botswana, Bhutan, India, Malesia o Slovenia, che certamente non spiccano, in generale, per propensione alla libertà economica. Paesi come Colombia, Costa Rica e Ghana, infine, vengono ritenuti allo stesso livello dell’Italia.

Le classifiche internazionali, e quindi anche l’Index of Economic Freedom, vanno presi con le pinze, in quanto i risultati dipendono da scelte comunque discrezionali nella costruzione dei criteri e degli indicatori. Ciò detto, è evidente a occhio umano che la lentezza dei processi, la predisposizione normativa della “funzione sociale” della proprietà e il peso delle imposte sui beni immobili non possano che condurre a un punteggio simile. D’altronde, è perfino superfluo scavare anche solo un pochino più in profondità per scoprire che in questa sensazione c’è ben più di un fondo di verità; al contrario, basta dare un occhio alla cronaca locale o constatare gli aumenti di tasse degli ultimi anni: dal 2011 al 2014, tanto per fare un esempio, il gettito di Imu e Tasi con aliquota minima è stato pari a circa il 170% di quello dell’Ici nel 2011 (fonte: Confedilizia-Ufficio Studi). E se questo è quanto l’Italia mostra di offrire a un potenziale investitore, non possiamo sorprenderci se i nostri imprenditori delocalizzano, o se gli investimenti esteri ci stanno alla larga.

La libertà economica, oggetto dello studio dell’Heritage Foundation, non è solo un vessillo. Allo stesso modo, l’esigenza di tutelare adeguatamente i diritti di proprietà non è solamente una questione di principio. Certo, è il primo segnale di un atteggiamento equilibrato e rispettoso di uno stato verso i suoi cittadini, e della sua capacità di garantire che i loro rapporti si svolgano in un ambiente il più possibile sicuro. Ma è anche, nel concreto, il presupposto fondamentale di un’economia fiorente e innovativa, per tutti. Come ha scritto Auberon Herbert, «l’inviolabilità della proprietà non è semplicemente un interesse materiale di una specifica classe che per ventura è oggi possidente; è un interesse sommo di tutte le classi» (The Right and Wrong of Compulsion by the State). Proteggerla non è un vantaggio per i pochi titolari, ma una garanzia per i futuri e un interesse generale per la prosperità di un intero paese.

Twitter: @glmannheimer

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