Il suddito e la notifica—di Francesco Forte

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Il suddito e la notifica, la surroga, la supplica, la proroga, la verifica, la deroga, la revoca, la rettifica

Riceviamo, e volentieri pubblichiamo, da Francesco Forte.

1. Non è affatto vero che l’Italia sia una “Repubblica fondata sul lavoro” come dice solennemente la nostra Costituzione. La Repubblica Italiana, in effetti è fondata sui suoi sudditi che pagano in imposta e tasse il 43% del Pil e versano canoni e tariffe al governo un altro 5% del PIL, per una spesa pubblica che è il 51% del Pil – Il deficit del 2,5% si tramuta in debito da cui i sudditi presenti e futuri sono gravati per il 132% del PIL.

Il rapporto fra il poteri pubblici e i sudditi di questa Repubblica fondata sulle tasse e le regolamentazioni è complicato da otto principi legali più o meno discrezionali: la verifica, la rettifica, la supplica, la proroga, la deroga, la revoca, la surroga, la notifica.

Il suddito, non solo quando è destinatario di servizi pubblici, ma anche quando è utente di servizi di pubblica utilità, è soggetto a questi otto principi che riguardano tutta la sua vita. È un labirinto kafkiano, aggravato dal fatto che, sempre di più, ci si mette di mezzo anche Internet e dal fatto che spesso il suddito per comunicare con i fornitori dei servizi pubblici e di utilità pubblica non parla con una persona di fronte a lui, ma con un call center, che ha spesso una voce femminile esotica, che sembra venire da Saturno.

Ciò che segue è un resoconto di alcune vicende a cui il presente autore, come suddito, è stato sottoposto in un recente periodo.

2. Qualche tempo fa ho commesso l’errore di cedere alla pubblicità che si fa, della “liberalizzazione” dei servizi di pubblica utilità in Italia. Per la mia abitazione principiale di Torino e per la seconda casa alla Crocetta di Rapallo, sono passato da un grande gestore elettrico pubblico, a un altro, anche esso pubblico, cioè ENI gas e luce, che pareva facesse condizioni migliori.

Non lo avessi mai fatto. Da allora, nei due anni seguenti – mi è successo di tutto. E, forse, la infausta decisione, colpita dalla maledizione dei sudditi di Montezuma non è ancora finita.

Per prima cosa, un giorno, sabato sera, a casa nostra, a Torino, mancò la corrente elettrica.

Un disastro, quasi totale, perché bisognava svuotare il frigorifero, usare le candele o i lumini di cera (per fortuna ne abbiamo molti, antifumo, di varie dimensioni); e cercare una lampada a batteria di quelle da esploratore o da minatore (in teoria, ce la abbiamo, ma al buio solo con qualche lumino di cera, non si trovava), per capire dove era il guasto. Quella sera non ci siamo riusciti. Abbiamo dormito male.

La domenica è stata infernale.

Il lunedì venne finalmente l’elettricista, per riparare il guasto. Ma non si trattava di un guasto. Il cavo non riceveva più l’energia. Il contatore era bloccato, come accade nel caso della “revoca” della fornitura, per mancato pagamento della bolletta, che però, nel mio caso, era domiciliata in banca, già da quasi un anno.

Dopo una attesa estenuante al telefono, con il servizio clienti di ENI gas luce, “per non perdere la priorità acquista”, venni informato che la banca non gli aveva pagato le ultime due bollette.

Mi precipitai in banca e dopo fatta la coda, appurai che la ragione di ciò era che erano stati rettificati i codici informatici a causa di una nuova regolamentazione europea. La banca non riusciva a collegarsi con ENI con il nuovo codice informatico e non aveva, pertanto, pagato quelle bollette. Non me ne aveva avvisato e ora se ne scusava.

Però io, frattanto, ero diventato “moroso”, e giustamente, mi era stata revocata la fornitura. Andai subito a pagare il dovuto, all’apposito sportello, partecipando a un’altra coda. Ma non bastò per il ripristino.

Il numero verde era inspiegabilmente spesso occupato e intasato. Appurai che per il pagamento ci voleva un’altra settimana, perché a Torino c’erano stati molti insoluti, per i nuovi contratti ENI gas luce, che erano in boom. Alcuni agenti poco scrupolosi, per guadagnare la provvigione, non avevano considerato la serietà della potenziale clientela. Ora la situazione si stava normalizzando, ma lentamente.

Io già consulente dell’ENI dall’epoca di Mattei, poi membro della giunta esecutiva, indi vice presidente dell’Eni e presidente di società del gruppo e, comunque, fondatore e preside per molti anni della scuola Mattei, che addestrava o futuri esperti energetici, ero rimasto senza la luce elettrica, fornita dall’ENI perché il mio contatore era stato bloccato.

E dovevo stare in coda, per la riapertura, perché a Torino c’era una congestione di pratiche analoghe per i nuovi allacci, che avevano avuto grande successo.

Era febbraio. Non era pensabile che stessimo una settimana a lume di candela, senza elettrodomestici e senza scaldabagno. Occorreva una “deroga” per la mia pratica, mediante una “supplica” al responsabile dell’ENI del settore gas luce, che aveva il potere di effettuarla.

Ho trovato, tramite ex collaboratori, l’indirizzo mail di questo autorevole manager e lui ha revocato il blocco al contatore. Fiat lux. La luce venne subito, alla fine di quella giornata.

3. È trascorso un anno. La vicenda che aveva avuto luogo nel 2014 era stata solo un assaggio della tortura, che mi sarebbe derivata dal mutamento di contratto. La nuova fase iniziò con una bella, quanto inattesa notizia. Il gestore elettrico che avevo lasciato, per la mia casa al mare, passando all’ENI, tramite IREN, servizio di maggior tutela degli utenti, mi inviò un assegno circolare di 2.486,42 euro, a conguaglio di un quinquennio di mensilità in cui io avevo pagato una differenza in più di quello che, nella verifica del calcolo, io avrei dovuto versare.

Feci la mia coda in banca e depositai l’assegno, contento che il suddito fosse stato tutelato, nel suo diritto, nei riguardi del grande fornitore energetico, operante in regime di quasi monopolio, quasi liberalizzato.

Passarono due mesi da quella rettifica. A Torino, ai primi di marzo del 2015, mi sono giunte, per posta, due buste rigonfie, con due bollette di conguaglio dell’ente elettrico in questione, una di 2.486,42 euro che, evidentemente mi ingiungeva di restituire la somma che loro stessi mi avevano data.

L’altra, invece, mi intimava di pagare 2.590,60 euro e non capivo a cosa si riferisse. Anche in quella busta, c’era un conteggio di 5 anni di cifre mensili derivanti da una verifica, con valori un po’ diversi.

Non volevo rifare la fatica di stare in attesa a un call center con numero verde, non più quello dell’Eni, ma dell’altro gestore elettrico, per ottenere i chiarimenti.

Pregai una giovane, con il diploma di ragioniera, che non avendo trovato un altro impiego, aveva lavorato in un call center poi fallito, dove non l’avevano pagata ed ora stava prendendo la laurea breve in scienze infermieristiche, di chiamare lei il call center del grande gestore elettrico.

Ormai aveva finito i corsi e stava preparando la tesi in psicologia sanitaria. La giovane aveva acquisito una pazienza tranquillizzante. Riuscì ad ottenere le spiegazioni.

Che erano tre. La prima riguardava i 2.486,42 euro che mi venivano chiesti in restituzione, con assegno da versare su un apposito conto bancario. Si trattava della rettifica della precedente decisione e della conseguente revoca del pagamento a mio favore di quel conguaglio.

La seconda spiegazione riguardava la bolletta che mi chiedeva 2.590,60 euro. Dovevo ignorarla. Era un errore, che veniva rettificato. La bolletta veniva revocata. Se avessi ricevuto di nuova la richiesta di pagarla, non avrei dovuto darvi seguito.

La terza spiegazione riguardava una proroga, che mi veniva concessa, per il pagamento della bolletta di 2.486,42 euro, trattandosi di una rettifica. Avevo tre mesi di tempo, dalla data di ricevimento.

Feci la nuova coda, questa volta per fare il bonifico di 2.486, 42 euro che avevo incassato il mese prima.

4. Pensavo che la vicenda fosse chiusa. Ma mi giunse una nuova lettera, del solito gestore elettrico, con l’ingiunzione di pagare 2.486,42 euro. Era indirizzata a me a Torino, ma era intestata al condominio dei fratelli Forte a Crema e sembrava riferirsi a all’utenza elettrica di tale condominio.

In effetti esiste un condominio immobiliare dei fratelli Forte a Crema, di cui io sono amministratore legale, ma nessuno di noi vi abita e tutti gli appartamenti e negozi sono in affitto a soggetti distinti. Non abbiamo spese elettriche condominiali, se non per il piccolo ufficio ove c’è la segretaria part time che ne gestisce l’amministrazione.

Le ho perciò inviato per posta elettronica la lettera con il conteggio scannerizzata sui due lati, per risolvere il rebus.

La segretaria di Crema ha chiamato immediatamente il gestore elettrico mittente e mi ha informato che c’era stato un errore di intestazione della bolletta.

Si trattava di quella che io avevo appena rimborsato e per la quale mi era stato detto che se mi fosse venuto un sollecito non ci dovevo badare. Ciò dipendeva dallo sfasamento temporale fra l’ufficio contabile che riceve i soldi e il servizio che li chiede.

Respirai. E dissi, a me stesso, incautamente “meno male che è finita”.

Non lo era affatto. Infatti la segretaria di Crema, due giorni dopo, mi informò che il servizio clienti del gestore elettrico a cui aveva dato l’assicurazione che io avevo versato la somma da loro richiesta, l’aveva informata che al loro computer risultava che il 30 marzo io avevo ricevuto dal loro ufficio amministrativo l’accredito di 4.590,40 euro, a mio favore su mio conto bancario di Torino, di cui mi veniva indicato il numero. Ma si trattava di un errore di quell’ufficio amministrativo. Esso era stato rettificato. Pertanto l’erogazione a mio favore era stata revocata. Dovevo restituire entro breve tempo la somma ricevuta, per evitare l’ingiunzione di pagamento e la successiva riscossione forzosa.

Questa volta, però, non mi sono mosso. Ho fatto bene. Quando, dieci giorni dopo, mi è pervenuto il conteggio trimestrale di quel conto bancario di Torino, non vi ho visto alcun accredito di un somma da parte di quel un gestore elettrico.

Perciò, per ora, non ho pagato nulla. Se mai mi arrivasse quell’accredito, provvederò a restituirlo, mediante bonifico o altro mezzo di pagamento, quando ciò mi verrà ingiunto, ma solo dopo fatta la verifica della rettifica e della conseguente revoca.

5. Rettifiche, revoche, verifiche, suppliche, deroghe, proroghe. Non sono ancora entrati in scena due altri principi da cui sono circondati i sudditi: la surroga e la notifica. Eccoli.

Non si deve, infatti, supporre che in questi mesi io, come suddito della Repubblica italiana, mi sia dovuto occupare soltanto di pratiche come suddito di utenze di servizi elettrici la cui concorrenza è regolamentata dal punto di vista dei concorrenti, anziché da quello degli utenti.

Infatti, nel frattempo, ho dovuto fronteggiare due notifiche di Equitalia con ordini di pagamento a mio carico dovute a verifiche dell’Agenzia delle Entrate. Una ha riguardato la verifica della mia dichiarazione dei redditi, con una rettifica a mio carico di 29 euro + una piccola sovra tassa.

Io, ovviamente, non ho chiesto alla commercialista che mi cura la dichiarazione dei redditi di controllare se la rettifica fosse corretta. La verifica della rettifica sarebbe stata più onerosa della somma richiesta. Così ho incaricato la collaboratrice domestica di versare al più presto, non essendo prevista alcuna proroga.

Il disbrigo di questa pratica è stato abbastanza semplice. Poi, però, mi è giunta una nuova notifica di pagamento di Equitalia, di 39,64 euro con la distinta che segue: omesso versamento di tassa erariale per Telefono Omnitel-Vodafone del 23/12/13 + sanzioni per 7,64 euro + 0,90 euro per interessi + 5,18 euro per spese di notifica. In totale 39,64 euro.

Per me, che pure presumo di esser un esperto fiscale, essendo anche stato Ministro delle Finanze, oltreché presidente della Commissione Finanze e Tesoro del Senato, si trattava di un mistero.

Infatti la tassa erariale per le utenze telefoniche è pagata dal gestore del servizio telefonico, che fruisce della concessione delle frequenze, di cui è proprietario lo Stato.

Il gestore se ne rivale sugli utenti, tramite la bolletta telefonica, che io avevo regolarmente pagato, tramite la domiciliazione bancaria. E il mio pagamento era regolare.

Come mai Equitalia si fosse rivolto a me, in surroga, rispetto a Vodafone, non riuscivo a capirlo. E come mai potesse succedere che Vodafone non avesse versato quella tassa, che pagava da chissà quanti anni, per il telefonino intestato a me, neppure riuscivo a spiegarmelo.

Ma non intendevo pagare questa somma, senza spiegazioni, perché rischiavo di essere coinvolto in un nuovo turbinio di rettifiche e revoche.

Così, ho chiesto alla giovane serena laureanda in psicologia sanitaria di recarsi all’Agenzia delle entrate per un chiarimento.

La laureanda, dopo alcuni giorni, avendo ottenuto il colloquio per chiarimento, a viva voce, mi informò dell’esito.

Che era il seguente: in effetti la tassa erariale era dovuta da Vodafone, ma poiché Equitalia l’aveva notificata a me, io non potevo sottrarmi a questo obbligo.

Inoltre la surroga era valida, essendo io l’utente del contratto telefonico che fruisce del servizio della frequenza concessa a Vodafone dallo Stato italiano. Sono, cioè, l’utente finale. Il suddito.

Poi mi sarei rivalso su Vodafone. Però – aveva spiegato l’addetta dell’Agenzia delle entrate alla laureanda – era bene che accertarsi se Vodafone, realmente, avesse omesso quel versamento. Diversamente non mi avrebbe restituito la somma.

Nel frattempo avevo una proroga.

Vodafone ha fatto il controllo e dopo una settimana il suo call center ha risposto alla laureanda che, per un errore inspiegabile del computer, non era stata versata quella piccola tassa, benché il pagamento avvenisse in automatico.

Ancor meno spiegabile era che Equitalia, per la riscossione della tassa evasa, non si fosse rivolta al gestore, che aveva effettuato l’evasione, come contribuente di diritto tenuto al versamento.

Tuttavia, per evitare complicazioni, io avrei dovuto pagare la somma, ma contestualmente Vodafone mi avrebbe spedito a casa un assegno dello stesso importo, accompagnato dalle sue scuse.

Ho dato corso questa procedura, tramite la serena ragioniera, laureanda in psicologia sanitaria, che mi ha surrogato, sapendo pazientare come giovane suddita e sapendo come parlare con i call center, perché ci ha lavorato.

Spero di non ricevere, pro tempore, altre notifiche. Non è una supplica e non chiedo una deroga, ma prego di semplificare le regole e di migliorare le verifiche e di ridurre le surroghe.

6. Ma la storia non è finita qui. In effetti, il mese successivo a quello del pagamento della tassa erariale per il telefonino di Vodafone ho ricevuto dalla compagnia Vodafone un assegno circolare di 39,64 euro, che potevo versare nella mia banca. Si tratta, fortunatamente, di una filiale del San Paolo, che ora, entrato nel gruppo Intesa San Paolo, ha aggiunto nuovi servizi a quelli precedenti, compresa la possibilità di versare direttamente gli assegni circolari allo sportello automatico, pigiando il numero del proprio conto corrente ed inserendovi la tessera Bancomat. Ho firmato l’assegno, ma sfortunatamente non mi sono reso conto che non era intestato a me, ma alla piccola srl, che io utilizzo per le mie prestazioni professionali, a cui è intestato il telefonino. Non si tratta di una evasione fiscale, perché nell’ufficio, ove io lavoro, che è nella mia abitazione, il telefono fisso è intestato alla persona fisica, ancorché abbia un (più oneroso) contratto di fornitura per uffici, che non riesco a convertire in uso domestico. Un tempo svolgevo le prestazioni professionali come lavoratore autonomo, poi ho pensato di farle con una srl, per risolvere meglio i problemi organizzativi, ma il telefono, in quanto intestato a una persona fisica che non svolge attività professionali come tale, ha ancora il contratto professionale e la bolletta non è detraibile in conto spese di produzione del reddito. Ma ciò a me pare giusto, in quanto in effetti l’uso domestico ora è prevalente.

Tutto questo per spiegare perché la banca mi ha telefonato per pregarmi di recarmi da loro, in quanto per l’incasso dell’assegno vi era un problema e loro me lo dovevano restituire. In effetti, l’amministratore della mia srl non sono io ma mia moglie, che ne cura la piccola parte amministrativa. Era la sua firma che occorreva non la mia. La Banca ora riceve su appuntamento, per operazioni di questo genere. Io allora ho detto che rinunciavo a riscuotere l’assegno, dato che 39 euro non ripagano il tempo che io impiego a recarmi in banca a svolgere la pratica. Ma l’impiegato con voce risoluta mi ha spiegato che non può trattenere un assegno versato per errore, né può annullarlo senza consenso scritto dell’amministratore delegato. Ho cercato di dire all’impiegato che non volevo disturbare mia moglie, per un mio errore. Ma la giustificazione non serviva. Nel giorno e nell’ora prefissata mi dovevo recare allo sportello del san Paolo IMI, ove l’impiegato mi avrebbe reso l’assegno. Intanto mi si raccomandava di fare più attenzione.

Nel frattempo però era venuta l’estate. Noi eravamo al mare a Jesolo e l’assegno era rimasto in banca a Torino. E io non volevo fare un viaggio apposta per ritirarlo. Lo avrei fatto al ritorno. Lo spiegai al funzionario, che sembrò tranquillizzato. Ma, dopo 15 giorni, un altro impiegato mi telefonò (sempre al telefonino per cui avevo pagato la tassa erariale) per sollecitarmi a ritirare l’assegno. Evidentemente era un sostituto dell’altro funzionario, che forse era andato in ferie. Gli spiegai ex novo la situazione, cercando di tranquillizzarlo. Ma non dovette esser sufficiente perché dopo qualche settimana ebbi un altro sollecito, da un altro funzionario a cui raccontai dei due precedenti colloqui, dicendo che mi rendevo conto del loro problema, ma che il nostro rientro a Torino non sarebbe avvenuto prima della fine di agosto. Ci fu ancora un quarto sollecito, dello stesso funzionario, a cui ricordai che la mia data del rientro era la fine di agosto. Fu fissato un appuntamento dilazionato e quando venne il giorno e l’ora prefissata mi recai a ritirare l’assegno, di nuovo con la raccomandazione di fare, in futuro, maggiore attenzione. Questa volta lo feci firmare a mia moglie. Ma commisi l’errore di non andare subito a versarlo. Dovevo recarmi a Roma per varie faccende e mi riproponevo di portarlo al ritorno, cosa che feci otto o dieci giorni dopo.

Pensavo che tutto fosse finito, Ma un funzionario mi telefonò per dirmi che l’assegno non poteva esser più incassato perché durava un trimestre dalla sua emissione ed il termine era scaduto il giorno prima. In questo caso, le proroghe non sono previste. C’era la revoca. Io non ero per nulla turbato della notizia. Spiegai al funzionario che avevo chiesto più volte alla banca di tenerlo, data la modestia dell’importo. Ora che non era più valido potevano distruggerlo, trattandosi di un titolo nullo. Ma la mia supplica non era valida. Il funzionario mi disse che ciò era vietato dalla loro procedura e dovevo fissare un appuntamento per ritirarlo al più presto. Esso mi fu dato, senza proroga, in orario per me comodo, nel giorno desiderato e mi basto una mezz’ora per sbrigare la faccenda. E si ricordi, mi disse il funzionario, di fare più attenzione la prossima volta. Io me lo misi in tasca e – appena fuori dalla banca – lo feci in piccoli pezzi e lo versai nell’apposito cestino di rifiuti, che si trova poco distante. Per Vodafone è, contabilmente, una sopravvenienza attiva. Chissà se verrà annotata nei registri dell’impresa, venendo computata sia nel bilancio civilistico che in quello fiscale oppure andrà a far parte, in modo indistinto, della voce “rettifiche ed omissioni”.

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