L’ABC 2016 del governo Renzi, purtroppo non è un oroscopo

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A come Agenda. L’agenda Renzi 2016 ha tre pilastri. Il primo è economico: sperare che la frenata mondiale di Cina e Paesi emergenti non comprometta una crescita del Pil italiano di almeno un punto e mezzo. Il secondo, le elezioni amministrative: evitare il più possibile danni alla linea di galleggiamento, cominciando da Roma ma non solo. Il terzo: comunque vadano le amministrative, vincere il referendum confermativo sulla riforma costituzionale. Questa terza boa è decisiva: dipende dal risultato nelle città, e da come palazzo Chigi riuscirà ad appassionare gli italiani a una riforma costituzionale che lascia tutti freddi, e che comporta rischi a esser presentata come un referendum Renzi sì-Renzi no. Non essendoci il governo in palio molti potrebbero votare no, giusto per dargli un segnale.

B come Boschi. Molti pensano che se e quando arrivasse un avviso di garanzia a Pier Luigi Boschi per le vicende di Banca Etruria, il premier sarebbe costretto a far dimettere sua figlia. Sbagliano. Già il premier ha sorpreso non pochi, non intervenendo personalmente in aula sulla mozione personale di sfiducia al ministro. Ma in nessun caso il governo potrebbe accettare l’idea di sue dimissioni. Significherebbe ammettere di essersi sbagliati sin dall’inizio, nel sottovalutare la portata della questione.

C come CDP. La Gallia è divisa in tre parti, scriveva Cesare nel De bello gallico. Invece di parti ne dovranno sostenere moltissime, Gallia e Costamagna nominati da Renzi alla guida della Cassa Depositi e Prestiti. Dalla salvezza dell’ILVA a comprare treni e autobus per il trasporto pubblico locale, dalla banda larga a Telecom Italia, dalla band bank per sgravare il sistema del credito da sofferenze e incagli, non c’è praticamente capitolo dell’agenda Renzi in cui non si pensi di aver pronta una Mediobanca pubblica nuova di zecca, a prova di obiezione europea e alimentata dal sicuro risparmio postale degli italiani. Si compirebbe così una parabola già vista in 20 anni nella sinistra italiana: si presenta come blairista, ma resta statalista.

D come Deficit. Il governo dà per scontato che la Commissione Europea non oserà obiettare al fatto che il governo italiano ha di fatto abrogato l’obiettivo a medio termine di contenimento del deficit, che è la vera regola europea contrattata e da rispettare, non il 3% di deficit come sempre invece ripete Renzi. Può essere che, nel caos europeo, il governo abbia ragione. Ma la vera fortuna del governo è un’altra, sulla finanza pubblica che torna a propugnare il deficit. L’inesistenza di una destra ancorata a una credibile linea del rigore. Comparando gli intenti di Lega e 5 stelle, se anche Renzi sfidasse l’Europa alzando il deficit anche oltre il 3% gli direbbero che non basta, non che sbaglia.

E come Europa. La sfida italiana alle procedure d’infrazione su alcuni punti delicati è diventata la cifra dell’ultimo Renzi. Di fatto, oggi nessuno sa dire come nel 2016 governo a Bankitalia affronteranno il problema di 200 miliardi di sofferenze che diventano 360 comprendendo gli incagli, che pesano nei conti delle banche, impediscono le fusioni delle maggiori popolari che il governo ha trasformato in Spa, come l’aggregazione di quasi 400 BCC in una o al massimo due grandi holding nazionali. E’ uno dei maggiori guai irrisolti della crescita italiana. Credere di poterlo fare cavalcando il no alle regole e alla vigilanza europea significa condannarsi a non attirare capitali esteri. Forse porta voti, ma assomiglia a un tentato suicidio.  Che sposa disinvoltamente la difesa di anni e anni di prassi collusive dei regolatori italiani con management bancari di bassa qualità, scarsa trasparenza, ed elevatissimo conflitto d’interessi.

F come Fisco. A fine dell’anno prossimo, il governo dovrà poter mantenere la promessa di abbattere IRES e IRAP e le ulteriori clausole di stabilità previste per oltre un punto di Pil, che con il maggior deficit 2016 sono ancor più pesanti da annullare. Non potrà consentire agli Enti Locali di riprendere ad aumentare le tasse locali, dopo averli bloccati nel 2016. Anzi, dovrà sostenerne non pochi che continueranno ad avere l’acqua alla gola, da Roma alla Sicilia. Chi ha sognato che dal 49% di entrate totali sul PIl con Renzi si potesse scendere verso il 40% in una intera legislatura, si è illuso.

G come Grillo. Per Renzi la crescita metodica dei 5 stelle nei sondaggi, da mesi a questa parte, non è un problema. Resta convinto che, alla fine, con tale antagonista, alla fine gli italiani preferirebbero lui, compresa una bella fetta di elettorato di destra e moderato. Un bell’azzardo. A giudicare da molte elezioni europee, dall’Ungheria alla Polonia passando per Grecia e Spagna, non è affatto detto che le cose andrebbero in quel modo. Ma fin dal primo giorno la legislatura si è incamminata su questo binario, stante che a destra Salvini gioca a concentrare su di sé il residuo elettorato di destra, non a mettere in piedi una credibile opzione di governo. Se però alle amministrative i pentastellati mietono trofei, molti nel Pd non seguiranno la convinzione di Renzi che alle politiche sarà diverso.

H come Hashtag. La quintessenza della comunicazione governativa, cioè dell’azione dell’esecutivo. Innovazione freschissima e rottamatrice all’inizio, rispetto a Monti e Letta. Dopo due anni, per molti mostra la corda. Le slides coi gufetti non fanno più sorridere. I decreti annunciati a fumetti, coi testi però che non si vedono per settimane sulla Gazzetta Ufficiale, da parte di un governo non sono il trionfo della modernità, ma il ritorno all’opacità di un procedimento legislativo in cui lobby e interessi mettono mano alle norme in stanze riservate. Certo, Renzi non sarà mai un compassato statista in doppio petto gessato. Magari, nella sua ristretta cerchia di spin doctor qualcuno potrebbe però capire che è venuto il momento di una correzione: meno slides e più fogli excell.

I come Italia. Era dai tempi di Craxi, che un premier non batteva tanto sul tema dell’ottimismo e della fede nazionale in se stessi. L’effetto si è visto: è vero che la fiducia di famiglie e imprese si è impennata ben più di tanto facesse il PIL o la ripresa di redditi e consumi. Negli ultimi dati proprio a dicembre, si avverte però qualche primo segno di stanchezza, come se gli italiani si interrogassero sul rischio di risbattere il naso. Il 2016 dirà agli italiani se la fiducia è stata ben risposta.

L come Lotti. Il ristrettissimo cerchio gigliato intorno a Renzi è stato sin qui la cerchia dei pochi ai quali il premier riserva fiducia assoluta. E’ naturale per certi versi, viste le precedenti esperienze amministrative del premier. Ma comporta rischi evidenti, tanto nella guida del partito quanto nella valutazione delle scelte di governo e sulle nomine. Vedremo nel 2016 se davvero a palazzo Chigi e nella segreteria Pd Renzi aprirà a coloro che gli attribuiscono eccessi di diffidenza, autoappagamento e solitudine del potere,

M come Milano. Per Renzi è essenziale che Sala vinca bene le primarie Pd e poi palazzo Marino. Serve a pareggiare un disastro a Roma che a oggi sembra certo. Allo stato delle cose, i pentastellati a Milano sembrano molto più deboli che altrove e hanno una candidata debolissima. E la destra ancora non sa che pesci prendere. Sala ha il voto di molti moderati, non quello della sinistra-sinistra. Ma se al ballotaggio andasse in candidato credibile di una destra non urlatrice, non è detto che Sala ce la farebbe.

N come Napoli. Tra pochi giorni si capirà se il caso giudiziario De Luca è davvero chiuso. Nel qual caso, in pochi giorni Renzi dovrà decidere se sposare Bassolino fino in fondo come candidato sindaco, oppure lavarsene le mani. In ogni caso, Napoli e la Campania come gran parte del Sud restano nel Pd il maggior problema aperto per Renzi segretario del partito. I “suoi” non sfondano e non governano. Un bel problema al voto politico con l’Italicum, imporgli poi capilista bloccati espressione del segretario e non dei territori.

O come Occupazione. Il terreno per eccellenza della comunicazione governativa: l’Istat non rileva affatto l’aumento di occupazione netta fino a ottobre 2015 che il governo vanta sul 2014, e nemmeno l’impennata di lavoro a tempo indeterminato. Ma il governo preferisce i dati sulle rilevazioni amministrative di cessazioni e accensioni di nuovi contratti. Nel 2016, a fiammata della decontribuzione alle imprese ormai contenuta al 40% rispetto al 2015, capiremo meglio. Una cosa è certa, l’occupazione nel Sud disastrato non riparte per davvero se il il PIl nella media nazionale non torna a crescere verso il 2% annuo.

P come Produttività. E’ la grande assente del dibattito pubblico nazionale, e anche dall’agenda del governo. Neanche un centesimo dell’attenzione riservata all’abrogazione delle tasse sulla prima casa, va invece al fatto che da oltre 20 anni perdiamo produttività multifattoriale rispetto a tutti i paesi avanzati. Il governo da solo non può far miracoli, perché serve una rivoluzione vera nel modo di contrattare il lavoro nelle aziende, nel settore dei servizi non esposti alla concorrenza, nell’organizzazione della distribuzione e della logistica nazionale, nel technology transfer tra ricerca avanzata e innovazione di processo e prodotto. Ma aiuterebbe molto abbattere accise e burocrazia, sposare coi decreti attuativi della riforma Madia una rivoluzione vera nei salari e criteri di produttività della PA, detassare molto di più i contratti aziendali nel settore privato. La produttività non fa voti, purtroppo.

Q come Quiz. Da ragazzo, Renzi partecipò a un quiz che è nella storia della tv italiana, la Ruota della Fortuna condotta da Mike Bongiorno. Il quiz di oggi che lo vede protagonista da premier sembra assomigliare sempre più a un altro classico: il Rischiatutto, sempre con Bongiorno. Se non vince, finisce più mestamente ai Pacchi, con Flavio Insinna.

R come Roma. Giachetti o Anzaldi: il premier potrebbe giocare “la matta” al tavolo delle elezioni romane. A oggi, la partita è compromessa per il Pd e assegnata ai 5stelle, e i commissari Tronca-Gabrielli non possono fare miracoli. Il Pd romano appare esausto, piegato su se stesso e su una degenerazione micronotabilare che i predecessori di Renzi non hanno saputo leggere e sventare. Un uomo nuovo è necessario: ma non ci sarà il tempo per un progetto serio, di una nuova Capitale dove tutto ciò che è Campidoglio e partecipate è da rivedere.

S come Sinistra. Nei sondaggi ultimi, la somma di SEL e residui di Rifondazione, più i fuoriusciti a sinistra dal Pd, inizia a salire verso il 6-8%. Non è poi così trascurabile, per Renzi. In alcune città, a cominciare da Torino e Milano, potrebbe essere la carta che fa perdere i candidati sindaci renziani.

T come Tagli. Di spesa, ovviamente: archiviati, dimenticati, addirittura derisi. Le parole che Renzi riserva a Cottarelli sono lampanti: voleva spegnere l’illuminazione pubblica. Peccato. E’ persa ancora una volta l’occasione per una rivisitazione complessiva dello sconfinato perimetro pubblico italiano che intermedia il 51% del PIL, a cominciare dalle 12mila pletoriche partecipate locali. Alla conferenza stampa di fine anno Renzi ha lanciato la formula dalla spending-lorda: se taglio qualcosa, rialloco la spesa in un altro capitolo che mi serve di più. Siccome nel frattempo alziamo anche il deficit previsto, con la spending-lorda la spesa continuerà a salire. Una vera anticura all’obesità di Stato.

U come Uomo politico. Nel 2016, per Renzi guardarsi da Nikita Kruscev. Diceva: gli uomini politici sono uguali dappertutto, promettono di costruire ponti anche dove non c’è un fiume.

V come Vanità. Molti reputano che Renzi sia troppo vanitoso. Tra i politici, a pensarlo e dirlo sono soprattutto quelli la cui vanità è offesa da quella che denunciano nel premier. Il punto da capire è come la penserà al momento giusto la maggioranza degli italiani, dovendo scegliere tra le vanità di tutti i leader contrapposti.

Z come Zavorra. Viene sempre un momento in cui un premier e segretario di partito devono sbarazzarsi di pesi morti. Ignazio Marino ne sa qualcosa, aveva fatto l’impossibile per diventarlo. Renzi dovrà fare difficili scelte di questo tipo nel 2016. Dopo, al momento decisivo delle liste elettorali nazionali con 100 capilista bloccati, potrebbe essere tardi.

 

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