Dal Fiscal Compact allo Shit Happens

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È ormai un vero proprio mito quello dei governi che, privati della loro irreprensibile sovranità, altro non sarebbero ormai che burattini nelle mani di eurocrati senza pietà. In politica economica, la violazione per eccellenza dei diritti umani perpetrata da parte della citata eurocrazia si chiama Fiscal Compact. Vittima dell’efferata oppressione bacchettona, la “flessibilità”: in altre parole, la possibilità di spendere soldi di cui non si dispone, in misura ancora maggiore di quanto già non si sia fatto e si continui a fare.

In principio fu la flessibilità preventiva. Lo dice chiaro, il famigerato Patto di stabilità e crescita: se i suoi conti più recenti non presentano deficit eccessivi e se dimostra un impegno concreto e verificabile per il miglioramento dei suoi conti pubblici, un Paese è libero di chiedere una proroga nel processo di avvicinamento al pareggio di bilancio strutturale. In altre parole, può allargare le maglie del deficit e richiedere un po’ di “flessibilità” in più.

Dal punto di vista della flessibilità ex post, invece, il Fiscal Compact non lascia spazio a interpretazioni: non si sgarra. O meglio, non si dovrebbe poter sgarrare. O meglio ancora, se circostanze eccezionali possono eccezionalissimamente giustificare richieste sul fronte delle entrate (cioè essenzialmente se, per qualche ragione, le imposte riscosse risultano ben al di sotto delle aspettative), sulle spese non si sgarra.

La conclusione logica, dunque dovrebbe essere quella di riformulare i capitoli della spesa pubblica, o meglio ancora ridurla drasticamente. Ma si sa: la spending review fa perder voti, molto meglio la spending deppiù. E allora ecco che monta la protesta, riassumibile nel mantra “basta austerity, ora ci vuole la crescita”. Ed ecco che dalla bacchetta magica spunta la richiesta del più classico degli scambi di ostaggi: noi ti diamo un po’ di flessibilità, ma tu in cambio fai le riforme.

Solo che poi, mentre fai le riforme, ecco esplodere la crisi migratoria. E come potremo mai fronteggiarla con una spesa pubblica che copre la metà del nostro Pil? C’è bisogno di risorse aggiuntive, da cui la nuova rivendicazione sui tavoli di Bruxelles. Che, ancora una volta, chiude un occhio con fare paterno.

Poi, nel bel mezzo dell’estate, mentre inizia a buttar giù le prime bozze della legge di Stabilità, l’esecutivo se ne esce con un’idea: gli investimenti devono restare fuori dal Fiscal Compact. E allora ecco che arriva la richiesta di flessibilità per gli investimenti. E via con la deroga. Poco importa se, nell’anno corrente, di investimenti la Commissione dice di non averne visti, né noi siamo riusciti a spendere quasi 9 miliardi di fondi strutturali. Servono margini, e margini saranno.

Infine, tragicamente, i fatti di Parigi. La lotta al terrorismo, si dice, ha bisogno di risorse. Hollande solleva subito il tema, e il nostro governo a ruota. Vorrete mica risparmiare sulla nostra sicurezza, dopo quello che è successo? Come se i decenni di manovre in deficit e di accumulo del nostro mostruoso debito pubblico fossero colpa della Commissione europea o di chissà chi altro. La spesa pubblica aumenterà ancora, come ha sempre fatto. E già me le immagino, le polemiche che monteranno se qualcuno, a Bruxelles, batterà ciglio. E così via, di emergenza in emergenza, di deroga in deroga, senza soluzione di continuità. Ignari del fatto che le spese di oggi sono le tasse di domani (e che la spending review di oggi è il tesoretto di domani), nessuno chiede conto al governo del fatto che quegli ottocento miliardi che spende già non bastino per fare le riforme, per il welfare, per gli investimenti o per la sicurezza. Ce ne siamo fatti una ragione, ma almeno smettiamo di chiamarlo Fiscal Compact: d’ora in poi, chiamiamolo Shit Happens.

Twitter: @glmannheimer

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