1
Ott
2015

Slitta la liberalizzazione della notifica degli atti giudiziari

A febbraio, con l’IBL pubblicavamo uno studio in cui mostravamo l’insensatezza, economica e giuridica, dell’esclusiva di notifica a mezzo postale degli atti giudiziari in capo a Poste Italiane: un retaggio del monopolio pubblico nel settore dei servizi postali, del tutto incompatibile con la moderna disciplina europea e nazionale e con l’esigenza di digitalizzazione della giustizia di cui si sente tanto parlare.

Poche settimane più tardi veniva adottato dal Governo il Disegno di legge annuale per la concorrenza, che prevedeva l’abrogazione, a partire dal 10 giugno 2016, dell’articolo 4 del decreto legislativo 22 luglio 1999, n. 261, di conseguenza liberalizzando le notifiche degli atti giudiziari. Una notizia che, su questi pixel, avevamo già avuto modo di salutare con favore, segnalando come si trattasse della rimozione di un privilegio, seppur piccolo, non certo insignificante, che avrebbe potuto aprire nuovi spazi di mercato a nuovi operatori, sfruttando le economie di scala e generando risparmi per i cittadini e per il sistema-giustizia in generale.

Ma si sa: di storie a lieto fine, nella politica italiana, se ne sentono poche. Figuriamoci se si parla di liberalizzazioni. Le prime perplessità le aveva sollevate Confindustria: “la misura” – commentò il direttore generale Marcella Panucci – “è condivisibile per la sua portata pro-concorrenziale, ma interviene su un percorso di privatizzazione già avviato, rischiando così di compromettere il consolidamento della società sul mercato azionario”. “Per questo motivo” – proseguì Panucci – “è auspicabile che l’efficacia della misura venga prorogata”. Detto fatto: un emendamento dei relatori Silvia Fregolent e Andrea Martella (Pd) ha infatti fatto slittare la data di decorrenza dell’addio all’esclusiva di Poste dal 10 giugno 2016 al 10 giugno 2017. Pare che l’emendamento sia stato scritto sotto dettatura del Ministero dell’Economia, azionista di Poste, il quale avrebbe anzi inizialmente chiesto un rinvio della misura addirittura al 2019, in linea coi desiderata del Gruppo.

In altre parole: una società che opera in un mercato – teoricamente – del tutto liberalizzato deve quotarsi in borsa, pertanto la politica deve tenerne in considerazione gli interessi e prorogare la liberalizzazione per non farne deprezzare il futuro asset azionario. Tralasciando il fatto che non si comprende come il mercato possa far finta di non sapere dell’imminente liberalizzazione, immaginate cosa potrebbe succedere se una cosa del genere riguardasse una società privata. Ma qui c’è di mezzo Poste, e la politica fa i suoi interessi. E quelli dei concorrenti, impossibilitati per un altro anno a entrare in un mercato che non ha alcuna ragione di essere sottoposto al monopolio di Poste (come conferma, implicitamente, la pur prorogata liberalizzazione)? Saranno conteggiati, quei mancati introiti, nella valutazione dell’asset di Poste al momento della quotazione in borsa?

Paradossalmente, la relazione illustrativa del Ddl Concorrenza, nel giustificare la fine della riserva per Poste, fa riferimento proprio alle best practices in materia di privatizzazioni, che suggeriscono di procedere prima all’apertura del mercato, e poi alla cessione degli ex monopolisti. In Italia, insomma, la forza con cui si predica che bisogna “liberalizzare prima di privatizzare” è direttamente proporzionale alla determinazione con cui si agisce nel modo opposto.

Meglio di niente, si dirà: pur con un ulteriore anno di proroga, la liberalizzazione s’ha da fare. Vero. Ma in gioco, qui, non c’è solo una piccola liberalizzazione: c’è la credibilità di un Paese che, per voce del suo premier, si proclama aperto al mercato e lontano dal capitalismo di Stato che ne ha contraddistinto la storia industriale recente (e meno recente). E questa credibilità viene meno se gli interessi dell’attore pubblico prevalgono su quelli generali. Che – guarda un po’ – non sempre coincidono.

Twitter: @glmannheimer

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2 Responses

  1. Giovanni Bravin

    Vi quoto> “e lontano dal capitalismo di Stato che ne ha contraddistinto la storia industriale recente…”
    Che parole BUGIARDE!
    Poste Italiane ha voluto entrare nel capitale sociale di Alitalia con Etihad.
    Ma le Poste fanno pagare a TUTTI le loro voglie.
    Affrancatura posta prioritaria passata da 60 a 80 centesimi di Euro, aumento del 33%.
    Aumenti vari in tutti i (dis)servizi.
    Chiusura di molti uffici postali minori, ma essenziali per quella specifica comunita’.
    Peccato, veramente, che Poste Italiane non abbiano una vera ed efficace concorrenza….

  2. FR Roberto

    A quotazione avvenuta, sperando che arrivi per davvero, ci sarà da ridere (per non piangere)…
    Siamo sicuri che nessuna “autorità”, italiana o europea, non avrà nulla da dire di fronte ad una società monopolista grazie a favori governativi, che rappresenta un coacervo che incorpora anche una banca???

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