Musei e servizi pubblici, serve una riforma vera dei diritti sindacali

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E’ risolutivo ed evitarà nuove chiusure del Colosseo e di Pompei, disporre che i musei siano servizi pubblici essenziali come ha deciso il governo venerdì? La risposta è : dopo anni di polemiche a vuoto la decisione di Renzi e Franceschini  governo è apprezzabile, anche per tempestività come a dire che la misura è colma; ma onestamente bisogna dire che no, la decisione non eviterà il problema. Sindacati a Camusso, che si oppongono a muso duro, restano con molte frecce al loro arco. Perché diciamolo chiaro: da anni queste cose avvengono, perché da anni che non si adottano le misure necessarie. Ora che i musei diventano servizi pubblici essenziali, è bene non dimenticare che molte volte interruzioni disastrose avvengono proprio a cominciare da uno dei più essenziali servizi, il trasporto pubblico locale.

A Roma, nello scorso luglio, 24 giorni consecutivi di sciopero bianco di un paio di sindacatini dell’ATAC hanno messo in ginocchio la metro, con disagi pazzeschi per complessivamente milioni di cittadini e turisti, prima che il prefetto decidesse la precettazione. Ed è rarissimo che ci siano procure come quella di Torre Annunziata che, a fronte della chiusura per assemblea sindacale degli scavi di Pompei a fine luglio, ha aperto un fascicolo per interruzione di pubblico servizio ex articolo 340 del codice penale, riservandosi inoltre anche l’ipotesi di reati diversi, come il danno erariale. E’ rarissimo perché in Italia, in materia di diritti sindacali, la giurisprudenza cumulata è molto a favore dei sindacati. Basti pensare che nel nostro codice penale l’articolo 340 prevede pene di reclusione da 6 mesi a 1 anno per chi partecipa all’interruzione e da 1 a 3 anni per chi la organizza e ne è capo, ma se l’interruzione di pubblico servizio avviene a opera di un’impresa e non di lavoratori sindacalizzati, ecco che l’articolo 331 del codice penale alza le pene per gli organizzatori da 3 a 7 anni.

Se esaminiamo quanto è avvenuto ieri al Colosseo alla luce delle norme vigenti, l’assemblea sindacale era legittima, richiesta e autorizzata nei tempi dovuti. Ecco perché la Camusso può rispondere a brutto muso a Renzi che non sta né in cielo né in terra tacciare il sindacato di essere nemico dell’Italia. Temo di dovervi dire che non cambietà molto con l’intervento preventivo dell’Autorità garante agli scioperi, che dovrà ora essere investita anche delle assemblee sindacali nei musei dopo il decreto governativo di venerdì. Sta già oggi ai dirigenti pubblici responsabili, a fronte di una richiesta d’assemblea, esaminare se l’assemblea configuri l’interruzione del servizio oppure no. Ma il dirigente pubblico – bneanche l’Autorità garante – non può chiedere preventivamente quanti custodi partecipino all’assemblea, per disporre eventualmente un servizio di vigilanza sostitutivo e temporaneo al fine di consentire l’accesso ai visitatori: perché sarebbe un comportamento antisindacale. La chiusura di Pompei, a luglio, e la decisione del soprintendente di aprire lui personalmente i cancelli ai turisti, avvenne proprio perché il soprintendente era convinto di aver raggiunto coi sindacatini convocatori dell’assemblea un impegno a evitare la chiusura, ma l’impegbnio poteva essere solo verbale e senza conseguenze, perché di fatto poi se all’assemblea va un certo numero di custodi chiudere bidogna.

Ed eccoci dunque alla già nota conclusione che ripetiamo, invano, da anni. In materia di esercizio dei diritti sindacali nei servizi pubblici, come in materia di sciopero nello stesso ambito, serve una vera e propri riforma di sistema, a modifica della legge 146 del 1990 e dei relativi annessi codici di autoregolamentazione, di settore e aziendali. Come si propongono di fare disegni di legge depositati in Senato: tra i più significativi uno di Pietro Ichino del Pd, l’altro di Maurizio Sacconi di Ncd.

Serve scrivere in legge alcune cose fondamentali.

In materia di assemblee sindacali, occorre prevedere che se esse si tengono in orario di lavoro non possano configurare l’interruzione del servizio pubblico. Finché non sarà tassativamente così, quand’anche ci fosse un pm che voglia, come a Torre Annunziata, procedere per interruzione di pubblico servizio a fronte di chiusure come quelle del Colosseo e di Pompei, dovrebbe dimostrare che gli organizzatori dell’assemblea mirassero dolosamente all’interruzione del servizio, e che i singoli partecipanti ne fossero consapevoli. E dovrebbe provare che non incorrano gli estremi dell’articolo 51 del codice penale, per cui un fatto anche illecito non è punibile se posto in essere – in questo caso – in esercizio delle libertà sindacali e dell’articolo 40 della Costituzione. Resterà così anche dopo il decreto di venerdì.

Quanto allo sciopero, nei servizi pubblici essenziali occorre adottare un criterio rigoroso della rappresentanza minima sindacale di chi li può proclamare – Ichino propone il 50% dei lavoratori del settore, il sindacato naturalmente è contrario – e un referendum preventivo tra i lavoratori, che approvino la proposta come condizione perché lo sciopero si possa tenere. E perché il sì eventuale sia valido la percentuale minima dei favorevoli non deve essere troppo bassa, per capirlo basta dare un’occhiata ai 17 paesi europei su 28 in cui il voto dei lavoratori è previsto.

Ecco, di questo c’è bisogno. Non di meno. I partiti – la destra per non essere accusata di antisindacalismo, la sinistra perché col sindacalismo era intrecciata – hanno sempre esitato a toccare queste materie, né hanno mai attuato la Costituzione con una legge che preveda democrazia interna e piena trasparenza economico-finanziaria dei sindacati. E’ venuto da tempo il momento di farlo. Renzi non si tira indietro dallo scontro coi sindacati. Bene, ora per favore, la politica lo faccia davvero. Basta polemiche frontali a cui seguono misure non risolutive, perché altrimenti servono solo a salire nei sondaggi ma il problema resta e le figuracce internazionali continuano.

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