4
Set
2015

Il “diritto di avere diritti”—di Gemma Mantovani

Riceviamo, e volentieri pubblichiamo, da Gemma Mantovani.

Sul principale quotidiano nazionale Sabino Cassese scrive sul dramma dei migranti in modo del tutto condivisibile. Si parla del “diritto di avere diritti”, un motto di grande forza di Hannah Arendt, presente nella sua opera “Le origini del totalitarismo”. Ma spesso i motti, le singole frasi, per quanto potenti ed evocative, vanno spiegate. Si spiega, in questo caso, molto bene, che “il diritto di avere diritti deriva dall’appartenenza ad una comunità e quando il migrante esce dalla sua comunità la chiusura delle frontiere lo precipita in un limbo giuridico”. Penso che oggi il problema, la causa delle incomprensioni, stia in cosa si intende per diritti ai quali i migranti hanno, appunto, diritto, quando invece le frontiere si aprono e che sono, come viene ben chiarito, gli stessi diritti di noi europei.

Per chi crede nello stato di diritto, i diritti non sono un’astrazione mentale: per i diritti c’è chi ha versato sangue, ha pagato con la vita, sono scritti nero su bianco e soprattutto esistono quando sono effettivi, sono attuati, ne conseguono doveri. E proprio perché un diritto non è retorica ma è una richiesta prima giusta, poi legittima, e poi effettivamente soddisfatta è, credo, determinante chiarirci quali siano i diritti che oggi, nel mondo globale, noi europei pensiamo di garantirci e garantire e con che strumenti.
La vicenda dei migranti è tragica e dolorosa non solo di per sé, ma anche perché va a scoprire il nervo delle nostre attuali e sicuramente future grandissime incertezze ed instabilità. Se ci eravamo illusi che gli Stati ci avrebbero assicurato garanzie di solidità eterna, sicurezza economica immutabile, ci eravamo proprio sbagliati. Ancora una volta è la forza, la rivoluzione degli individui, la voglia di cambiamento, di emancipazione, vissuta sulla propria pelle, la disperazione e speranza insieme dei singoli e delle famiglie che cambiano il mondo, non gli Stati. Per questo è oggi nel DNA delle leggi di tutti i popoli il diritto dei rifugiati cui corrisponde il dovere degli Stati e delle comunità tutte reciprocamente ad accoglierli, sfamarli, curarli, salvaguardare le vite umane.

Ma forse gli europei si sono fatti o sono stati indotti a farsi un’idea di diritto molto, troppo evanescente. Confondono un diritto sacrosanto come questo, sancito da leggi supreme, per tutti e per loro stessi, così come, ad esempio, il diritto alla vita, il diritto alla libertà dalla schiavitù, il diritto alla libertà dalla tortura, con pretese del tutto diverse dai diritti e che pensano così di potersi garantire per legge o sentenza statale, europea, o mondiale che sia, per il loro esclusivo benessere. Cioè la pretesa di tutte quelle cose, beni, servizi, che sono gli strumenti per il raggiungimento di una vita comoda ed assistita come piace a noi, ed alla quale avremmo voluto pigramente abituarci, ma che non sono affatto diritti, bensì desideri, bisogni, aspirazioni la cui realizzazione è sempre di più la grande scommessa della vita di tutti, certo non la garanzia. I migranti che cercano il futuro in Europa hanno sicuramente ben più chiaro di noi tutto questo, provenendo da paesi dove i diritti, se ci sono, sono pochi e non garantiti, ed anzi spesso proprio nulla è dovuto.

La differenza tra diritti, bisogni ed interessi è fondamentale. Non si può trasformare un bisogno o un desiderio, o un’aspirazione, in un diritto, da esercitare e pretendere in assoluto, come propendono a fare giuristi, economisti e politici europei, anche italiani, per convenienza e comodità di consenso. È un trucco giuridico che ci porterà alla deriva. Perché il soddisfacimento dei bisogni è proprio dell’economia che è l’organizzazione delle risorse attuata al fine proprio di soddisfare i bisogni. Quel mondo economico in cui proprio i migranti cercano di inserirsi, di operare, per trovare uno sbocco, la loro soddisfazione, vivere la propria vita. Se tutti i bisogni fossero per legge diritti coercibili dallo Stato, dalle entità sovra statuali, e dalle corti, non ci sarebbe alcuna libertà per gli individui di poter offrire soddisfacimento a quei bisogni con l’attività economica, perché ci penserebbero lo Stato, le comunità sovra statuali e le corti, coattivamente. Con le risorse di tutti ed a discapito di tutti, perché i diritti non possono esser negati a nessuno. Sarebbe davvero una lotta al massacro, all’ultimo sangue. Ma su questo forse in Europa dobbiamo davvero tutti intenderci. Connettersi ad internet è un piacere, un bisogno, una necessità, una priorità economica: ma per noi è un diritto? Il cibo è un diritto o un bisogno? L’accesso all’istruzione è un diritto ma l’essere istruiti lo è? Neppure avere un lavoro è un diritto, è una libertà, ma siamo d’accordo su questo? Se fosse un diritto, se non vi sono abbastanza posti di lavoro, chi e come si dovrebbe assumere il dovere di offrirli? Se sussistesse questo dovere, conseguenza del diritto, ci troveremmo al paradosso che gli Stati, obbligati ad assumere o ad imporre di assumere, proprio per soddisfare il diritto universale al lavoro, sarebbero costretti e costringerebbero alla bancarotta, e quindi al licenziamento. Gli interessi e i bisogni economici che inevitabilmente legano una comunità, grandissima o piccolissima che sia, non sono l’antitesi sporca e cattiva dei diritti: sono altre istanze proprie degli individui, non del rango dei diritti, di cui rispondono le istituzioni con le loro leggi, ma a cui risponde l’economia con le sue regole e i suoi attori. Capire quindi cosa sono “i diritti a cui abbiamo tutti diritto” diventa davvero il banco di prova per l’Europa per stabilire le regole di una convivenza possibile, unica alternativa all’inutile ritorno dei confini.

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8 Responses

  1. Gianfranco

    E’ un libro scritto molto bene, appena trovato in formato epub, e che non vedo l’ora di leggere.

    Purtroppo si puo’ scrivere tutto quello che si vuole. Si puo’ anche parlare fino a stancarsi la lingua.

    Finche’ ci saranno risorse per tutti, ce ne staremo in WIFI a guardare filmini VM18. Ogni tanto urleremo “IL CARSHARING E’ UN DIRITTO!!!”
    Quando non ci saranno piu’ risorse per tutti, ci metteremo una bella camicia colorata (rossa, nera, a pois verdi non importa) e cominceremo a sfoltire.
    Che ne so: Jugolsavia anni 90?
    Basta per far capire che “bisogna ricordare perche’ niente di questo succeda piu'” e’ un’emerita cazzata?

    Saluti.

  2. FR Roberto

    Da quanto leggo e sento in giro, la maggior parte dei migranti scappa dal proprio Paese per poter soddisfare i propri bisogni, compresi i migranti che arrivano da Paesi in cui oggettivamente mancano i diritti.
    Se la pancia è vuota, i diritti non sono il primo dei bisogni percepiti.
    La famosa piramide di Maslow, modellino per certi versi semplice e banale, esprime una verità difficile da contraddire.

  3. aronne51

    Forse non ho compreso bene, ma qui si vogliono negare i diritti ereditari di chi da generazioni vive in un paese europeo, equiparandoli a chi in quel paese non è mai vissuto? La negazione di questi sacri diritti genererà odio.

  4. Anonimo

    I diritti ereditari sono difficilmente catalogati dal diritto, ma sono ben presenti nella memoria dei popoli, come la recente tragedia della Jugoslavia ha ampiamente dimostrato…

  5. Gianfranco

    La recente tragedia balcanica ha solo dimostrato che entita’ diverse per cultura, religione ed etnia (o anche una sola di quelle) non possono condividere lo stesso spazio.
    I diritti ereditari esistevano solo nel medioevo.

  6. aronne51

    Grazie Gianfranco, per aver descritto quello che io grezzamente avevo definito come lesione di diritti ereditari. L’eredità è solo questa appartenenza ad una popolazione.

  7. Gianfranco

    Guarda, scusami i modi. A volte rispondo di fretta. E’ che, pane al pane, qui la gente si sta rincoglionendo.
    Hai perfettamente ragione. Un esempio su tutti, e alla faccia dei soldi buttati in libri di storia, dovrebbe essere l’impero romano, di cui ci vantiamo tanto.
    Per tutta la sua durata, nonostante i massacri e la romanizzazione (che per comodo indichiamo come una cosa positiva), i popoli assoggettati hanno continuato a ribellarsi. Dai pitti a Palmira.
    La memoria di cui parli non si cancella: esplode. Per questo sono criminali quelli che pensano di poter giocare con quelli che chiami “diritti ereditari”. Dai politici del nulla (beh, morti gli ideali, c’e’ poco da politicare) ai buonisti nichilisti. Una manica di pazzi che carica il revolver. Poi quando spara, “uh, ha sparato”.
    Bah…

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