3
Set
2015

Un altro buco nell’acqua—di Carlo Amenta e Luciano Lavecchia

Questo articolo, a firma di Luciano Lavecchia e Carlo Amenta, è stato originariamente pubblicato su Livesicilia.

Ad appena due anni dall’ultimo intervento normativo l’Assemblea regionale siciliana (legge reg. 2/2013) ha deciso di intervenire nuovamente, ed in maniera molto intrusiva, nella regolamentazione del sistema idrico integrato. Se, per un verso, l’interesse per un settore tanto delicato, gravato da problemi notevoli, è apprezzabile, dall’altro ci sembra che le scelte fatte dal legislatore regionale difficilmente possano essere risolutive. Partiamo da alcuni osservazioni preliminari: a dispetto delle dichiarazioni di apertura della legge in cui la risorsa idrica si definisce come “bene essenziale ed insostituibile per la vita”, la realtà del sistema idrico in Sicilia è fatta di reti colabrodo: secondo i dati Istat aggiornati all’anno 2013 circa la metà dell’acqua immessa in Sicilia si perde.

Al termine del suo utilizzo, l’acqua ritorna spesso in mare senza prima essere stata debitamente trattata contribuendo così ad inquinare considerevoli parti delle coste siciliane, poiché la metà dei comuni siciliani non ha mai adeguato i propri impianti di depurazione. Queste criticità sono il risultato di anni di mala gestione, spesso di natura pubblica, oltre che di un quadro non certo di regole che ha gettato nel caos il sistema idrico siciliano: la precedente riforma è rimasta un’incompiuta, con alcuni degli Ambiti Territoriali Ottimali (ATO) che non hanno mai scelto il soggetto a cui affidare la gestione del servizio, con comuni che non hanno mai consegnato le reti idriche ed un soggetto pubblico, l’Ente Acquedotti Siciliani (EAS), con centinaia  di milioni di debiti. A completare questo desolante quadro è intervenuto anche il curioso esperimento di Siciliacque, la società con capitale misto Regione e privati che ha sostituito l’EAS nella gestione del c.d. “sovra-ambito”.

Una situazione disastrosa a cui la nuova legge, per un quarto interamente dedicata a un lungo preambolo di illuminate e pompose dichiarazioni di principio, non ci sembra ponga le basi per soluzioni durature. Ci fa molto piacere che la disponibilità dell’acqua venga dichiarata un diritto inviolabile dell’individuo e ci rendiamo conto che, in questo senso e nella migliore tradizione demagogica, essa debba per forza essere un bene “non assoggettabile al mercato”, ma appare altrettanto evidente che le condotte in cui essa scorre, gli impianti che la potabilizzano, le vasche in cui è depurata, così come gli operai che lavorano per garantire il servizio sono regolati interamente dalle “leggi del mercato”; ignorare la realtà non risolve i problemi.  L’acqua potrà anche essere un bene pubblico ma se vogliamo evitare di andare a prenderla al pozzo e continuare ad ottenerla comodamente a casa appena apriamo il rubinetto con l’efficienza ed il mercato è necessario avere a che fare. Per pagare tutti i fattori prima descritti servono soldi e, nel contesto di un paese in cui le tariffe sono mediamente più basse degli altri paesi sviluppati ed in una regione con le tariffe più basse del paese, l’equivoco “pubblico=gratis”, che ci sembra sia circolato nel dibattito assembleare, va fortemente smentito.

Il problema di fondo, fin dal riordino del settore avvenuto con la legge Galli del 1993, non è quello della proprietà dell’acqua ma proprio della gestione di tutto il ciclo integrato ad essa connesso.

La legge regionale prende una posizione inequivocabile a favore della gestione pubblica ma non ci pare che tale posizione sia conseguente ad un serio esame dei motivi del fallimento dell’attuale sistema di gestione affidato ad enti privati solo nella forma giuridica ma, di fatto pubblici e gravati da pesanti e pressanti interferenze politiche di natura clientelare. Se poi consideriamo le innumerevoli esperienze di cattiva gestione di cui il soggetto pubblico dà prova quotidianamente in Sicilia, non ci sembra di poter dormire sonni tranquilli per il solo fatto che la gestione dell’acqua passi dai “cattivi ed affamatori privati” all’illuminato e bonario padrone pubblico.

Per affrontare i necessari e costosi investimenti da attuare sulla rete per migliorare la qualità del servizio e la sicurezza le tariffe dovranno sicuramente aumentare, anche al netto di un utilizzo efficiente ed intelligente delle risorse provenienti dalla fiscalità generale. I politici, coinvolti direttamente dalla nuova legge nella gestione del servizio idrico attraverso le assemblee che governano gli ATO, si troveranno quindi di fronte ad un nuovo dilemma: aumentare le tariffe per rispettare gli impegni sugli investimenti e sulla qualità del servizio con il rischio di perdere il consenso di un elettorato che attende acqua gratis, oppure tenerle basse erogando un servizio a buon prezzo ma scadente. Il modello di governance fissato dalla legge, che parcellizza le responsabilità a livello delle assemblee dei sindaci è sbagliato perché diventerà facile preda di beghe politiche e vicende clientelari. Non ci convince neanche la scelta di ATO coincidenti con le (abolite) province: non è chiaro il criterio per il quale dovrebbe trattarsi di territori ottimali ed inoltre crediamo che a fronte di decisioni come quelle indicate sarebbe necessario un soggetto autorevole e indipendente, blindato da un potenziale rischio di cattura e immune dal ciclo elettorale.  In questo senso vale la pena ricordare che la scelta di decentralizzare decisioni fondamentali alle assemblee dei sindaci appare inappropriata e anacronistica: nel 2011 infatti, dopo anni di critiche, si è deciso di affidare la responsabilità del servizio idrico a un’authority capace e indipendente, quale l’Autorità per l’energia elettrica, il gas e il sistema idrico.  Auspichiamo che la scelta in controtendenza della Regione sia stata concordata con la stessa AEEGSI, onde prevenire inutili duplicazioni o finanche conflitti. Se a tale quadro di governance aggiungiamo la presenza di un democraticissimo “Comitato Consultivo dei Cittadini Utenti” otteniamo il mix perfetto per garantire ulteriori inefficienze nella gestione.

Particolari perplessità discendono anche dalla scelta di una tariffa “tendenzialmente unica”, contraria non solo alle indicazioni della stessa Commissione Europea ma al principio stesso di equità e solidarietà più volte invocato nella legge: a situazioni diverse dovrebbero corrispondere opzioni multiple. In un contesto di tariffa unica, un eventuale aumento potrà penalizzare maggiormente le famiglie a basso reddito per le quali, più che la misura dei 50 litri garantiti per tutti che ci sembra un perverso incentivo alla morosità, si sarebbe potuto pensare a  una tariffa crescente al crescere dei consumi, o, meglio ancora, ad un sistema di bonus selettivo per famiglie più disagiate basato sull’ISEE.

Non stupisce infine la garanzia dei livelli occupazionali attuali nel nuovo sistema. Tutto cambia perché il numero di lavoratori resti sempre lo stesso. La struttura dei costi dei nuovi soggetti così non potrà di certo cambiare e, a prescindere dalla natura pubblica o privata di questi ultimi, raggiungere livelli accettabili di efficienza sarà impossibile.

Al legislatore regionale va sicuramente riconosciuto, sul tema, un urgente spirito innovatore, ma temiamo che il risultato di tale encomiabile impegno sia il frutto della voglia di compiacere il proprio elettorato più che la conseguenza di scelte basate sull’osservazione della realtà e dell’esperienza pregressa. I gravi problemi in cui la nostra regione versa si risolvono con azioni ponderate e con una forte volontà politica che abbia orizzonti più lunghi del ciclo elettorale. La volontà non è mancata ma le soluzioni partorite ci sembrano l’ennesimo buco nell’acqua.

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4 Responses

  1. Marco

    Il commento vorrebbe essere semplice e scherzoso, perchè alla frase <>, mi sono alzato in piedi per tributare 90 minuti di applausi!!
    Quando le grandi menti del “bene pubblico inviolabile” capiranno che le condotte non si riparano con beni pubblici, i dipendenti non si pagano con beni pubblici, che i soldi pubblici sempre dalle nostre tasche escono, allora forse si sveglieranno e capiranno che il c.d. Mercato, non è poi così male…

  2. Gianfranco

    Credo ci sia un problemino di fondo.
    Uno e’ l’acqua, che e’ realmente un bene dell’umanita’, come l’aria.
    L’altro e’ la sua gestione che, in Italia, e soprattutto in Sicilia, non puo’ che essere devastantemente pessima.
    Vorrei vedere le voci di costo, inerenti ai milioni di debiti dei gestori. Scommetto che, all'”acquedotto” ci sono piu’ dipendenti che i guardaboschi della Calabria.
    Parliamoci chiaro: l’acqua e’ un bene banale. Sgorga, si incanala, si usa. Mandare in rosso una gestione del genere e’ da criminali.
    L’acqua e’ un di cui: dei trasporti, dell’istruzione, della sanita’, di tutto tranquillamente il resto toccato dalle amministrazioni, specie in Sicilia: il solito disastro.
    Per quanto riguarda la ripartizione dei costi, andare a ripartirla in base all’ISEE e’ demagogico come dire che e’ un bene inviolabile e dovrebbe essere gratuito.
    Voi volete togliere al pubblico, in nome di un liberalismo mal indirizzato, un qualcosa che dato al privato, funzionerebbe uguale o peggio e costerebbe di piu’. Continuate a scambiare i problemi tecnici (di pompare acqua) coi problemi culturali (far diventare l’acqua un serbatoio di voti e di posti per gli amici).
    Nella comunita’ dove vivevo c’era un laghetto che faceva da scorta a 1200metri di quota. D’inverno c’era tanta acqua. D’estate si razionava. Quanto dovrebbe costare, secondo voi, un tubo di 3km? La sua manutenzione? Il peggio che succedeva era la volpe che veniva trovata morta dentro e allora la cloravano e per 2 settimane non si poteva bere. Ora viene un privato a dirmi che quella manutenzione costa tantissimo e devo pagare un euro al litro. Che mezzi ho per ribattere, se quello si e’ dotato di una struttura tale che un litro pompato costa 99 centesimi? Posso rifornirmi da altri? A che costi? Di cartello, che in quella zona si decide che il costo e’ quello? Ci mettiamo tutti a triverllarci un pozzo, per avera nostra e non doverla pagare un salasso? Senza contare le accise sull’acqua.
    Ho vissuto anche in una casa con il pozzo e la pompa a vuoto. Quando era secco il pozzo non mi lavavo. Succedeva in media 3 giorni all’anno, se l’estate era particolarmente secca.
    Quando ho un pianificatore di scorte per regione, ed una squadra di manutentori, mi spiegate quali altri costi puo’ avere un acquedotto, se non i materiali, dato che l’acqua o affiora o sgorga da un buco?
    Non scambiamo, sull’acqua, il dito con la luna. E’ una questione irrisolvibile, perche’ culturale e non tecnica.

  3. FR Roberto

    Nel caso specifico c’è un problema a monte ancora più grosso. L’anacronistica esistenza delle Regioni a Statuto Speciale.

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