1
Set
2015

Rinascono le frontiere nella UE: adottiamo il “mutuo riconoscimento”

Il caos alle frontiere esterne dell’Unione Europea e le divisioni UE fanno tornare prepotentemente d’attualità i confini nazionali, come scrive oggi benissimo Sabino Cassese sul Corriere.  E’ un tema rilevante, e affrontarlo con mere prediche sull’errore della “chiusura” temo serva a poco. E’ un classico riemergente delle reazioni autarchiche alla globalizzazione, ed è un errore smentito dalla storia credere che siano autoevidenti gli effetti positivi dell’apetura delle frontiere a persone, beni, servizi e capitali. Ecco perché bisogna capire bene il problema posto ruvidamente dal Regno Unito. Bisogna capire se l’accusa di Londra ai mifranti euro-scrocconi è fondata, e soprattutto pensare a rimedi comuni. Se non lo si fa, i governi inseguiranno sempre più le reazioni domestiche filo-chiusura. Nella giornata di ieri, il presidente della Repubblica Ceca Milos Zeman chiede l’intervento delle forze armate a difesa dei confini nazionali dai flussi, e lamenta che l’annuncio unilaterale tedesco di garantire asilo ai siriani aumenterà il flusso attraverso il suo paese. Anche l’Austria e la Slovacchia raddoppiano i controlli, ogni giorno annunciando di aver fermato treni e TIR con clandestini diretti in Germania e Scandinavia. Le tensioni tra Grecia e Macedonia e ai confini dell’Ungheria restano alte. Come a Calais tra Francia e Regno Unito. Ed è stata proprio Londra ad aver infranto un altro luogo comune dell’euroretorica, secondo il quale basta rafforzare la vigilanza sulle frontiere esterne dell’Unione per risolvere il problema.

Non è così. Non sono più solo l’Italia e la Grecia, a lamentare la distanza abissale tra la retorica europea e le risorse e i mezzi concreti messi in gioco per affrontare l’esodo biblico in corso da Africa e Asia. Ogni paese europeo non ci crede più, e a furia di rinviare scelte europee davvero adeguate capiterà ciò che Londra ha avuto la malacreanza di minacciare apertamente: limitazioni unilaterali e non concordate alla libera circolazione delle persone “dentro” l’Unione Europea, per gli stessi cittadini europei. Ma la libera circolazione dei cittadini europei entro l’Unione non è cosa che si limiti al trattato di Schengen sui controlli spostati dalle frontiere interne a quelle esterne – intesa alla quale per altro il Regno Unito non aderisce, come Irlanda, Romania, Cipro, Bulgaria e Croazia. La libera circolazione degli europei è uno dei 4 pilastri dei Trattati e dell’idea stessa di Unione. Senza libera circolazione delle persone, dei beni, dei servizi e dei capitali, l’Unione europea semplicemente non c’è più.

Il problema posto da Londra è dunque un’altra faccia dell’incompiuta europea. Riguarda i flussi di immigrazione – temporanea o permanente – entro l’Unione europea stessa. Un fenomeno che riguarda soprattutto i paesi che, nella crisi dura post 2008 e post 2011, hanno ottenuto migliori performance economiche. Ricordiamo un po’ di numeri.

Nel 2014 dall’Italia che se la passa maluccio sono emigrate 101 mila persone rispetto alle 94 mila del 2013: 14.270 verso la Germania, 13.338 verso il Regno Unito, 11mila verso la Svizzera. Poi viene la Francia, e gli USA sono solo settimi come destinazione. I due terzi dei 100mila italiani espatriati in un anno sono restati nell’Unione europea. E non pensate che siano soprattutto dal Sud: uno su 5 se n’è andato dalla Lombardia, e nelle prime dieci regioni italiane di neoemigrazione solo tre sono meridionali. Ad andarsene, per un quarto sono giovani sotto i 30 anni. E per metà sono sotto i 40: è chi pensa a n futuro da costruire, ad andarsene. In Germania nel 2014 i neo immigrati hanno raggiunto 519mila unità, record da decenni: e di questi 306mila provenienti da altri paesi dell’Unione, più 125mila dalla sola Romania e Bulgaria, rispetto a 61mila siriani.

Il fenomeno è storicamente ancor più rilevante nel Regno Unito. E va però spiegata bene, l’uscita del ministro degli Interni britannico Theresa May dalle colonne del popolare Sunday Mail, “stop agli europei che vengono qui da noi senza avere già un lavoro, basta ai continentali che si trasferiscono solo per sfruttare il nostro welfare, assegni di disoccupazione, sanità gratis e aiuti alle famiglie”. Da una parte, è una sortita in linea con le promesse elettorali anti-immigrazione di David Cameron, “ridurremo gli immigrati annuali sotto quota 100mila”, che anche la stampa britannica filo-Tories nel maggio scorso giudicò non mantenibili. Dall’altra, in realtà pone un problema reale, figlio delle asimmetrie dell’Unione.

Vediamo i numeri. Nel 2013 e 2014 anche in UK l’immigrazione è aumentata, fino a quota 650mila unità annue nel 2014, a fronte di un’emigrazione annua di circa 300mila britannici. Dei 650 mila immigrati, a fine 2014 83mila erano “britannici di ritorno”, 268 mila cittadini Ue, e 290mila erano di provenienza extra-Ue. Dei 2,3 milioni di europei che a fine 2014 vivevano in Uk, solo a Londra quasi 250mila erano italiani. Sul flusso complessivo 2014, i richiedenti asilo erano – come in media negli ultimi anni – poco più di 20mila, 177mila gli studenti, 71 mila coloro che avevano raggiunto familiari in Uk, 214 mila cercavano lavoro, 63 mila quelli che non dichiaravano nessuna di queste ragioni. I conservatori sono convinti che il più dei 268mila immigrati 2014 provenienti dall’Europa un lavoro non ce l’avessero affatto, e che nelle more della ricerca approfittino del ricco welfare dell’Union Jack.

Peccato che siano le cifre ufficiali dell’equivalente dell’INPS britannico a smentire la convinzione dei “continentali a ufo”. A fine 2014 solo il 5,2% degli europei non britannici in Uk risultava percettore di assegni di disoccupazione e aiuti, il 14% riceveva crediti fiscali per il suo basso reddito, e il 13,6% detrazioni fiscali per i figli. Sono percentuali che si discostano da quelle dei percettori britannici per al massimo uno o due punti percentuali. Di qui le stroncature rimediate da Cameron e dal suo ministro May nella crociata contro gli immigrati europei: per quanto figlie di una strategia elettorale volta a contenere i danni populisti dell’UKIP sull’elettorato conservatore, i numeri dell’allarme britannico sugli immigrati intra-europei non tornano. Il vero rischio, ha scritto anche ieri il filo conservatore Daily Telegraph, è di dare un giro di vite ai giovani che scelgono il Regno Unito per studiare. Respingerli se appena terminati i corsi non hanno subito un lavoro sarebbe per Londra un autogol clamoroso, perché è arcinoto che attrarre i migliori cervelli dal mondo è da sempre uno dei moltiplicatori della crescita britannica.

Tuttavia, il problema esiste. E’ ovvio, che di fronte a un milione di profughi in arrivo nel 2015, tutti i governi si trovino a rispondere alle proprie opinioni pubbliche di analoghi incalzanti attacchi che da noi ogni giorno al governo arrivano da Salvini, e ogni settimana anche da Grillo. Si può credere che duri, alla lunga, un’Unione Europea in teoria basata sulla libera circolazione delle persone, ma in pratica con mercati del lavoro, retribuzioni e prestazioni del welfare tanto divergenti e asimmetriche? La risposta a questa domanda è una sola: no. Negli Stati Uniti gli assegni di disoccupazione e le prestazioni sanitarie di base, Medicare e Medicaid, sono federali e comuni a tutta l’Unione. Con economie statali che restano a diversi tassi di crescita, ma senza che a nessuno in Texas venga in mente di cacciare chi viene dall’Arizona.

Di conseguenza, la provocazione britannica ha due possibili risposte, se l’Unione europea tiene al suo futuro. O la Ue inizia gradualmente a pensare a una forma minima comune di sostegno a disoccupazione, bassi redditi e sanità, da estendere e implementare negli anni, e formulata all’inizio con corrispettivi parametrati ai livelli di reddito, inflazione e crescita dei diversi membri. Oppure la Ue adotta un principio che sarebbe rivoluzionario, quello del “mutuo riconoscimento” che già si applica ai beni, ma non ai servizi – vedi il clamoroso insuccesso della direttiva Bolkenstein, sotto le resistenze nazionaliste scatenatesi in ogni paese europeo – e tanto meno per il welfare. Il mutuo riconoscimento consentirebbe a ogni cittadino europeo di essere libero di spostarsi laddove vi sia più lavoro e crescita del proprio capitale umano, ma “portandosi dietro” regole e prestazioni del proprio welfare. Un meccanismo tanto rivoluzionario, che spingerebbe inevitabilmente e automaticamente gli euromembri a convergere verso un modello comune. Perché in caso di welfare costosi e inefficienti – come quello italiano – i propri cittadini risulterebbero duramente penalizzati, visto che nessun imprenditore britannico assumerebbe a quel punto dipendenti italiani al prezzo del nostro spaventoso cuneo fiscale…

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4 Responses

  1. Emiliano Pepa

    Da minimalista qual sono, entrambe le soluzioni proposte dall’egregio Oscar le vedo complicate … Quindi provo al solito a girarla dalla mio particolarissimo punto di vista di liberista miniarchico … Nella maggior parte dei casi i migranti sono “economici”, ovverosia eccettuato quelli che scappano da bombe, mitragliate e tagliagola, la maggior parte dei profughi scappa da condizioni di miseria indotte sia da regimi dittatoriali, sia come effetto collaterale delle guerre. Orbene, le socialdemocrazie europee con il loro assistenzialismo progettato “per pochi e sempre gli stessi” creano una sorta di “differenza di potenziale” (usando una metafora elettrotecnica) che gli “Ioni migranti” tendono ad annullare. Ora viene la domanda … secondo voi per arrestare e/o limitare la migrazione cosa è più saggio fare Neutralizzate singolarmente gli “IONI” o ridurre al minimo la “Differenza di Potenziale” ??? ovviamente la scelta “elettrotecnicamente” più corretta è rappresentata dalla seconda opzione, e … mutatis mutandis, la finiremmo anche con un cacchio di stato la cui voce di spesa principale è il pagamento di pensioni e sussidi. magari fosse…!!!!

  2. Anonimo

    Scusi Giannino ma se uno scappa dall’Italia è proprio per non pagare tasse esorbitanti in cambio di nulla e lei vuole condannare anche chi ha avuto il coraggio e la bravura di andarsene a mantenere i parassiti italiani? Tra l’altro dovrebbero pagare un certo welfare senza poter votare per votarlo…. A meno che io non abbia capito male la sua proposta, nel qual caso ritiro tutto, mi pare un’assoluta follia e toglierebbe ogni speranza ai giovani: della serie non potete sottrarvi alla mafia dello stato nemmeno emigrando. Per assurdo avrebbe buone possibilità di essere approvata dato che dipendenti pubblici e pensionati e gli altri parassiti italiani che campano di spesa pubblica non vedrebbero l’ora di poter ampliare la base imponibile…. O ho capito male (come spero…perchè una roba del genere posso aspettarmela dalla Camusso non certo da lei)?!

  3. Francesco_P

    Non riconoscere la natura di un fenomeno impedisce di comprenderlo e di dominarlo.
    L’Unione Europea tende ancora a vedere l’invasione dall’Africa e dal Medio Oriente come un fenomeno di normale immigrazione e non per le caratteristiche destabilizzanti volute da chi sta promuovendo ed organizzando il mercato degli schiavi nei Paesi di provenienza e di imbarco verso la Grecia e L’Italia.
    L’Europa, non Cameron (la GB ha un trattato specifico), sta di fatto invalidando Schengen con la sua ristrettezza mentale. Peraltro le posizioni dure di Cameron sono la conseguenza dei transiti di clandestini attraverso l’Eurotunnel che ha creato un giusto allarme fra la popolazione del Regno Unito, compresi gli stranieri legalmente presenti sul territorio. Una posizione reattiva e razionale della UE permetterebbe l’immediato ritorno allo status quo ante. Analogamente per l’Ungheria, nazione economicamente ancora debole, che è minacciata e danneggiata dai transiti dei clandestini.
    La questione non è dunque quella di ridistribuire i “profughi” fra i vari Paesi richiedendo in cambio l’osservanza delle procedure di identificazione secondo le norme europee, bensì quella di vedere per la prima volta l’esistenza di un confine europeo da difendere e delle iniziative amministrative e politiche comuni da attuare.
    Ci sono molte iniziative da prendere, come:
    1) l’imposizione di procedure serie per l’identificazione (ci sono resistenze da parte di molti clandestini e colpevoli inerzie);
    2) le politiche di rimpatrio forzato dei non aventi diritto (la stragrande maggioranza);
    3) la base dati comune dei dati biometrici degli immigrati e delle eventuali fedine penali (oggi si mettono assieme dati disomogenei);
    4) l’attuazione della “politica del bastone e della carota” nei confronti dei paesi di provenienza e imbarco, dove il bastone deve essere pesante e la carota ricca per contrastare l’enorme corruzione da parte degli schiavisti;
    5) politiche militari attive per distruggere i barconi a riva in caso di non collaborazione (l’azione preventiva può essere limitata alle aree non controllate dai governi riconosciuti, come in Libia);
    6) arretramento degli interventi di salvataggio al limite delle acque territoriali, anche se questo possa apparire crudele);

    n) ecc.
    Schengen è economicamente vantaggioso per tutti i Paesi europei, basta che non facciano come l’Italia alla fine del decennio scorso che importò il 40% dei ricercati rumeni, lasciandoli vivere indisturbati in nome del buonismo.
    Schengen non si salva se la euroburocrazia continua a credere che l’Europa sia sul pianeta Kepler 452b anziché sulla Terra e in mezzo ad un’invasione islamica abbondantemente reclamizzata dall’ISIS.

  4. adriano

    Non sopporto e sonoi stanco di chi in forza di una supposta,da lui,superiorità intellettuale si sente in diritto di dire cosa bisogna fare e quale sia il furuto che ci attende senza premettere che sono le sue opinioni e che valgono solo per lui.Le “reazioni autarchiche alla globalizzazione” derivano dal fatto che la “globalizzazione” nessuno l’ha chiesta.Perchè i cittadini devono accettare sempre e comunque ciò che si impone loro senza essere interpellati e perchè deve essere meglio di quello che vogliono loro?Su il tema dei cosidetti “migranti” le chiacchiere vanno sostituite prima dalla decisione su cosa fare.Si chieda agli elettori quali delle due affermazioni preferiscono:”si può accogliere tutti” o “non si può accogliere tutti”.Se la risposta è la prima si continua così ,se è la seconda il passo successivo è di stabilire i flussi compatibili e se sono nulli chi vuole entrare senza permesso va ricondotto al suo paese,cosidetti “profughi” inclusi perchè il loro status va definito a casa loro,non qui e se comunque il popolo (sovrano?) decide che non c’è posto,non c’è posto.A me dei trattati internazionali,europei,vaticani interessa nulla.A me interessa comandare a casa mia.

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