23
Ago
2015

Cina: l’eterna illusione dei regolatori centrali, e il costo per voi tutti

La crisi della Cina colpisce in profondità 5 convinzioni diverse: la fiducia nel controllo totale esercitato dai comunisti cinesi sulla propria economia; la fiducia che l’intera area del Pacifico fosse un eldorado ancora per decenni; quella sulla sostenibilità di molti cambi monetari dei paesi emergenti; quella sul lungo ciclo positivo delle borse mondiali; e infine quella sull’onnipotenza non solo in Cina dei banchieri e regolatori centrali. E’ una colossale rivincita dell’economia reale – in questo caso, dei suoi maxi squilibri cinesi – rispetto ai regolatori pubblici. Ai quali, dal 2008 in poi, tutti si sono rivolti chiedendo loro di fare miracoli, naturalmente coi soldi pubblici. Dietro questo enorme processo che si è messo in moto, la domanda è: che cosa può venirne all’Italia. Purtroppo niente di buono: ma, al contempo, mali molto minori di quelli che invece minacciano grandi potenze economiche mondiali, e molti paesi emergenti.

Alcuni dati. Dopo il crollo delle borse cinesi a inizio agosto – Shanghai da giugno ha perso il 47% della sua capitalizzazione – e dopo la svalutazione del 3,7% dello yuan-renminbi, ecco nell’ultima settimana alcuni dati veri dell’economia reale cinese. Gli ordini di acquisto delle imprese manifatturiere scesi di molto sotto la soglia che indica contrazione, il peggior dato in 6 anni. La produzione industriale che mentre nel 2010 cresceva del 23% annuo ora stenta poco sopra la soglia del 5%. I consumi elettrici passato in 5 anni da +25% al +0,5%. Da anni è noto che la Cina non poteva continuare a crescere del 10% annuo contando su investimenti pubblici di poco sotto il 50% del PIl annuo, e su un export in crescita a doppia cifra fino a un quarto delle intere esportazioni mondiali. Il problema dell’economia reale cinese era e resta quello di dare ai cinesi più reddito per orientarlo ai consumi interni. E la difficoltà enorme è realizzare tale transizione in maniera equilibrata. Peccato che le vendite al dettaglio in Cina crescano di anno in anno meno, non di più: nelle statistiche ufficiali, aumentavano del 22% nel 2010, e in questo 2015 invece poco più del 10%. Piccolo problema aggiuntivo: tutti sanno che le statistiche ufficiali cinesi non sono affidabili. Nessuno crede che la crescita del Pil cinese sia davvero del 7% annuo in questo 2015, invece del 10% di anni fa: la stima vera del consensus internazionale sta tra il 4 e il 5%. Eppure, in presenza di un tasso di crescita dimezzato, la stima ufficiale dei disoccupati cinesi è assolutamente ferma da anni, a meno metà di quella Ue. Miracoli delle statistiche comuniste.

Chi ci rimette. Oltre metà del pianeta, grazie al fortissimo espansionismo cinese dall’Asia all’Africa al SudAmerica, è esposto a gravi conseguenze se la transizione cinese sfugge di mano. Se volete consolarvi, pensate che nella sola ultima settimana di cali delle borse mondiali i 400 supermiliardari più forti investitori del mondo hanno perso 182 miliardi di dollari di valore azionario, sul totale dei 3300 miliardi persi in dollari dalle borse. Non li hanno persi sui mercati cinesi, ma nei settori esposti alla Cina quotati a New York, a Londra e nel mondo avanzato. Il mitico indice S&P500 ha registrato la peggior perdita in una settimana dal 2011, ed è sceso sotto quota 2000 in perdita da inizio anno: il che per gli Usa significa interrompere la serie positiva che dura da 4 anni. E i settori colpiti sono tanti: tecnologie, energia, commodity come minerali e materie prime. Viste le attese di esplosione di consumi digitali cinesi, i 5 giganti internet USA –Netflix, Facebook, Amazon, Googl, Apple – hanno perso 100 miliardi di capitalizzazione in soli 2 giorni. Il petrolio è sceso sotto i 40 dollari al barile per la prima volta in 6 anni., mentre gli USA a luglio hanno estratto petrolio nella maggior quantità mensile dal 1920. Il Vietnam e il Kazakistan hanno fatto saltare i loro cambi fissi. In una sola settimana le valute della Russia, Bielorussia, di molti paesi africani, della Turchia, del Messico e della Colombia hanno perso tra il 3 e i 5%. Per i paesi asiatici che esportano in Cina tra un quinto e un quarto del loro export, dal Vietnam alla Thailandia alla Nuova Zelanda all’Australia, pessime notizie in arrivo.

Il debito pubblico Ue e ITA. Se in termini di export la frenata cinese e la possibile perdita di controllo da parte del governo di Pechino sono un danno maggiore soprattutto per i maggiori esportatori in Cina, a cominciare dalla Germania – noi siamo solo il 25° paese fornitore della Cina nelle graduatorie internazionali, con soli 10 miliardi di export nel 2014 – i danni sono invece anche e soprattutto nostri sul costo del debito pubblico. L’enorme fuga del rischio in atto sui mercati mondiali, l’attesa spasmodica e temuta di un rialzo dei tassi da parte della FED americana in autunno, e in piccolo anche la nuova instabilità creata dalle elezioni greche a settembre, ha portato in una sola settimana i rendimenti percentuali dei titoli di stato decennali italiani a salire del 2%, mentre quelli tedeschi scendevano del 12% e quelli francesi del 3% (malgrado i pessimi dati dell’economia reale e della finanza pubblica d’Oltralpe). Gli Stati Uniti perdono nelle borse, ma l’attesa del rialzo dei tassi riporta flussi finanziari verso i titoli pubblici americani, che hanno visto scendere il rendimento del 7%. In poche parole: gli italiani possono rimetterci dai guai cinesi molto più in tasse aggiuntive per consentire allo Stato di continuare a spendere troppo, che per minor export.

Il rimedio. A questo proposito, il mondo si spacca in due. O meglio, c’è una parte larghissimamente maggioritaria, e una di assoluta minoranza. Il più degli osservatori continua a non vedere che il mondo non può risolvere i suoi guai continuando a pompare montagne di liquidità da parte delle banche centrali che finanziano bolle finanziarie, e tifando perché i comunisti cinesi continuino a destinare migliaia di miliardi in investimenti superflui, e a credere che la borsa di Shangahi per ordine del partito possa solo salire, invece che ridurre valori e prezzi in linea con una bolla immobiliare nascosta per centinaia di miliardi negli attivi di banche di Stato opache. Per questo, i più tifano in realtà perché la Cina continui ad avere falsi mercati finanziari e dei cambi, non riformi le sue banche, non privatizzi e non liberalizzi. Tifano naturalmente perché la Fed da tutto questo deduca che i tassi americani non vanno alzati, perché sarebbe un pessimo segnale dato a tutto il mondo, volto a interrompere politiche monetarie troppo favorevoli alla sola finanza.

Chi scrive qui pensa invece che la Cina debba affrontare la realtà: statistiche non truccate, una valuta che fluttui e il cui prezzo lo faccia il mercato, mercati finanziari mondiali meno drogati dagli Stati. Questo significa tornare alla supremazia dell’economia reale su quella della pura finanza. E aprire la porta a libertà divili e politiche: la fine del potere comunista.

Gli italiani si facciano due conti. Malgrado il petrolio a 40 dollari è grazie al 60% che si frega lo Stato alla pompa in tasse, che il prezzo del carburante non scende. E malgrado il quantitative easing della BCE, come vedete il sovrapprezzo al rischio del debito pubblico italiano torna ad alzarsi, perché nessun artificio del banchiere centrale può nascondere ai mercati che in Italia la spesa pubblica corrente continua a salire, e insieme a lei il gettito fiscale sottratto all’economia pure.

Cari lettori pensateci: la crisi cinese è la moltiplicazione per mille su scala planetaria di ciò che l’eccesso di statalismo provoca sull’economia reale. Direte voi: ma senza Draghi che ci aiuta, pagheremmo ancor di più. Attenti: i politici e la finanza mondiale pensano che scudi come quelli di Draghi non siano emergenze temporanee per fare riforme, ma cuscinetti eterni destinati a nascondere i debiti pubblici, i quali poi, se davvero eccedono la misura, tanto si tagliano con un bell’haircut: mica succede come ai privati che falliscono. Senza scudi, gli indebitati pubblici e finanziari devono tagliare le spese. Con gli scudi, continuano a indebitarsi perché tanto sanno che il costo lo pagate voi e i vostri figli: come contribuenti italiani, come risparmiatori e come consumatori.

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12 Responses

  1. Gianfranco

    Sarebbe da studio di psicologia delle masse il capire come la maggior parte della gente creda che il denaro basti stamparlo.

    La Cina e’ una enorme terzista. Niente piu’ di quello. Come si fa a puntare su un terzista? Il terzista lavora se ha commesse. Non ha una sua economia. Ne’ una sua tecnologia.
    Il lavoratore cinese lavora solo se io compro roba made in China. Ma se io non compro, lui sta a casa.
    Non produce niente di cui io abbia stretto bisogno, quindi potremmo dire che il lavoratore cinese ha un reddito se io ho voglia di qualcosa di superfluo.
    Inoltre, non produce niente di esclusivo, per cui non esiste un’auto fatta in cina, una tromba fatta in cina o un telefono fatto in cina che sia meglio di un qualcosa fatto altrove. Quindi, in caso di crisi, chi puo’ permettersi qualcosa di certo non lo compra made in china.

    Possibile che cose lapalissiane come queste sfuggano a tutto l’universo? Un’intera economia basata sul terzismo. C’era. Taiwan. Non c’e’ piu’.

    Saluti
    G.

  2. La cina era un enorme terzista. Qualunque attività, se remunerativa ti permette di estendere i tuoi asset. Oggi la cina ha interessi in svariati settori e paesi ed ha una capacità di spesa (e quindi di compiere scalate) elevatissima.
    La vera dipendenza cinese non è tanto dall’altrui capacità di acquisto (che poi è la capacità di acquisto di tutti, cioè l’economia nel suo complesso), ma dal modello globalizzazione. Se dovesse essere rivisto per qualche motivo la cina andrebbe in enorme difficoltà. E non è escluso che possa tirarsi dietro una buona fetta dell’economia mondiale.
    Come dice Giannino (ho letto anche il suo editoriale sul Mattino ieri e sono pienamente d’accordo su molti punti) la globalizzazione può essere messa in pericolo dalla guerra espansivista tra i paesi. Ad iniziare la politica espansivista è stata la Fed, seguita dalla BCE. Adesso la banca popolare cinese non vuole essere da meno visto che la “svalutazione” americana e europea stava cominciando a riflettersi in un relativo apprezzamento dell’economia cinese con conseguente calo dell’export. Questo può generare una pericolosa guerra al ribasso della propria moneta e quando ci si renderà conto che è troppo, ne usciranno tutti (o quasi) indebitati più delle proprie capacità. Se si lascerà fare ai mercati, a quel punto i paesi indebitati saranno giustamente giudicati “asset molto rischiosi.”
    La sensazione è che molti economisti, banchieri centrali ecc. non hanno ancora capito come funzionano i mercati. Credono di poterne sfruttare solo i lati positivi ignorando totalmente il rovescio della medaglia. Come un dietologo che giudica solo gli effetti positivi dei cibi e non quelli negativi, finendo per destabilizzare l’individuo. Bisogna decidere se si vuole che il mercato regoli gli scambi o no. Se si, bisogna riconoscere che non è possibile biscottare il mercato. Solo l’errore umano può far si che più soldi sul piatto (di chi in passato ha perso) voglia dire più possibilità di vincere per quel giocatore, se costui non cambia strategia. E peggio ancora, se questo giocatore debba pagare anche gli interessi e dedurli dai soldi che ipoteticamente dovesse vincere. Ma l’errore umano non è perpetuo. Chi ci rimette i propri quattrini, prima o poi impara la lezione.
    Aggiungo, molti banchieri centrali stanno ignorando bellamente il demone maggiore della loro strategia: il moral hazard. Se il giocatore che ha perso, sa che può andare a richiedere un prestito ogni volta che perde, non avrà nessun incentivo a cambiare la propria strategia. Motivo per cui il debito aumenta senza miglioramento del field of play.
    Giuseppe C

  3. adriano

    “…la Cina deve affrontare la realtà….”Non può.Mai visto un sistema autoritario che si riforma.La sua realtà è quella del cianuro di sodio,molto più letale delle bolle finanziarie.”…la serie positiva che dura da 4 anni..”Quattro anni di crisi per tutto e per tutti tranne che per le borse.I corsi azionari,che aumentano artificiosamente per la liquidità che non sa dove andare, crollano inevitabilmente e coloro che “hanno perso 182 miliardi di dollari di valori azionari” prima li avevano guadagnati sul nulla.Le borse possono fare quello che vogliono quando non rappresentano più l’economia reale e si sono dimenticate le regole di mercato.”…l’attesa spasmodica e temuta di un rialzo dei tassi da parte della FED…” E chi ci crede?La situazione non si normalizza con i desideri e la crisi finanziaria è ancora tutta lì perchè si è preferito risolverla in maniera virtuale rimandando i problemi ma a volte quando si è rimandati si finisce per essere bocciati.

  4. Gianfranco

    Io invece credo che il meccanismo l’abbiano ormai capito tutti, proprio perche’ funziona come dici tu.
    L’importante e’ creare le bolle ed incassare subito.
    L’esplosione della bolla ed il recupero vengono poi gestiti da altri (“altri” fino ad un certo punto), i governi, che fanno pagare a terzi, i cittadini, gli sconquassi.

    Se non fosse chiaro come funziona il meccanismo, le bolle non sarebbero cosi’ frequenti. Perche’ la liquidita’ verrebbe annientata al primo o al secondo botto al massimo, nell’arco di pochi anni.

    Per questo non c’e’ da sorprendersi, se le crisi continuano e se l’impoverimento cresce. Il meccanismo e’ chiarissimo e funziona benissimo.

    Quanto alla Cina, mi spiace, non concordo: e’ un paese comunista. Funziona solo perche’ la manodopera costa un decimo che in Italia.
    E’ un terzista d’assalto che sfrutta contadini trasportati nelle citta’.
    Altrimenti mi elenchi 3 cose che lei vorrebbe “made in China”. O 3 tecnologie originali cinesi. O una qualsiasi cosa che dica: “whow, come la fanno in Cina non la fanno da nessuna altra parte”.
    Culturalemente la loro tara e’ molto simile a quella islamica. Funzionano molto bene nell’uso del potere e della forza, ma non concepiscono il futuro come lo concepiamo noi.

    Saluti.

  5. Francesco_P

    Tutti i sistemi economici sono soggetti a cicli. E’ puramente illusorio pensare che la direzione statale – per quanto lontana dall’inefficienza e dalle fantasie degli statalisti nostrani – possa determinare un crescita o anche solo una stabilità permanenti. Anzi l’economia libera è in grado di assorbire meglio i cicli economici sfavorevoli e di ripartire prima. Ce lo dice la logica, ce lo conferma la storia.
    L’economia cinese che appartiene alla classe delle “Efficiency-Driven Economies” è ormai prossima al massimo livello di espansione che le consente il mercato globale. Ha praticamente occupato tutto ciò che poteva occupare del mercato mondiale dei beni e dei servizi. L’espansione a due cifre del PIL cinese è ormai solo un ricordo del passato e non tornerà più. Ce lo dicono anche i prezzi dei future a lungo termine dei prodotti energetici e delle materie prime che indicano che il sentiment degli operatori è per una crisi piuttosto lunga e profonda (altro che le ridicole teorie complottiste della riduzione dei prezzi del petrolio per fare sgambetto alla Russia).
    La Cina deve cambiare per ritrovare la strada della crescita. Deve dare maggiore spazio ai consumi interni, che rappresentano anche un fattore di stabilità rispetto ai mercati esteri, e deve fare un salto di qualità passando alla fase di un sistema economico “Innovation-Driven” entrando in diretta competizione con le economie dell’Occidente. Ma più un’economia è guidata dall’innovazione, meno può essere pianificata centralmente, maggiore è il peso dei consumi maggiore è la richiesta delle popolazioni di accedere al mondo dei consumi.
    L’alternativa alla trasformazione ed all’occidentalizzazione, che peraltro sarebbe un guaio per noi, è la guerra, che sarebbe un guaio ancora peggiore.
    Insomma, prepariamoci a stare per diversi anni sull’ottovolante più ardito del mondo!

  6. guido

    Gentile oscar, in questo caso non parlerei di statalismo ma più genericamente di interventismo nella direzione sbagliata. Dal 1970 e dalla scuola di Cicago siamo abituati a pensare che ogni intervento nell’economia da parte dello stato sia nocivo per l’economia stessa; ovviamente non parteciperei a questo forum se credessi che questa affermazione non sia in larga parte corretta…tuttavia tolti gli interventi inutili e dannosi lo stato ha un inevitabile responsabilità regolatrice. Responsabilità che in parte si esercita attraverso il ruolo indipendente della banca centrale…Signori sono 6 anni che gli Stati Uniti immettono liquidità, la BCE segue a ruota dall’anno scorso e i tassi di interesse sono nulli! I cinesi hanno indotto la popolazione ad indebitarsi per comprare titoli azionari a leva e le province hanno continuato a dare permesso di costruire megalopoli dove gli appartamenti sono completamente invenduti…
    Manca uno stato forte che sappia intervenire…nella direzione di limitare la speculazione edilizia e finanziaria.

  7. Se proprio vogliamo essere categorici, la BCE fonda il proprio obiettivo solo sulla stabilità dei prezzi. L’inflazione non è una varabile reale ma finanziaria. E’ quello che dovrebbe fare una banca centrale: non intervenire nell’economia reale perchè tanto, qualsiasi intervento creerebbe più danni che vantaggi. E i vostri commenti sopra sono alcune delle conseguenze delle recenti politiche espansive della fed che invece fonda il proprio obiettivo su inflazione e crescita, quindi si prefigge di intervenire su variabili dell’economia reale. Il quantitative easing usato da Draghi è si un’immissione di liquidità ma è meno diretto di quello della Fed. Infatti segue l’effetto sull’inflazione dell’economia reale e quindi quando le variabili reali hanno già fatto il loro corso senza presunzione di invertirle. Quindi non fa altro che adeguare la propria offerta di moneta all’inflazione. E’ vero che l’inflazione poi retroagisce entro certi limiti, sulle variabili reali ma (abbiamo visto tutti) in questo caso è un effetto positivo visto che è come se la banca centrale aggiornasse il prezzo del suo bene (la moneta) al prezzo che i mercati hanno determinato per tutti gli altri beni (misurato dall’inflazione). La cina invece fa un interventismo spinto e cerca di adeguare i mercati (addirittura) alle (loro) previsioni delle variabili reali. Dicono in sostanza: se dobbiamo crescere del x% i corsi azionari devono stare in questo range. Il loro problema è appunto che non hanno capito come funzionano i mercati: in sostanza credono di poter far credere ciò chevogliono. Nel 1950 Alan Turing inventò un test per determinare se a rispondere fosse una macchina oppure un essere pensante. Ecco, la differenza tra imercati come li hanno capiti i cinesi (e in parte gli americani) e come sono realmente sta proprio in questo. Se sui mercati operassero solo macchine le loro teorie sarebbero corrette. Dovrebbero ri-studiare i mercati. O in alternativa proibire l’accesso ai mercati degli esseri pensanti.
    Giuseppe C

  8. Gianfranco

    Scusate, capisco tutto.
    Ma c’e’ qualcuno veramente che non sa riconoscere una sopravvalutazione di un settore di mercato, quando la vede?
    Capisco l’incetta delle materie prime che, sedendo in una miniera ed avendo le guardie a curare l’estazione, e’ facilmente controllabile. Tipo l’aumento astronomico del piombo e del rame degli ultimi anni.
    Ma tutto il resto? Giuseppe vuoi davvero farmi credere che gli americani ed i cinesi siano stupidi? Affatto!
    Si chiama “prendi i soldi e scappa” usando come ricatto: “se noi andiamo in fallimento tiriamo giu’ cosi’ tanta gente che il costo di salvarmi e’ inferiore alla crisi che ne conseguirebbe”.
    E’ come una moglie spendacciona che non puoi lasciare. Questa spende e rispende e tu paghi e paghi ancora.
    Al livello appena inferiore ci sono gli imbecilli mossi da cupidigia che pensano veramente che un mercato “possa solo crescere”. Studiatevi i finanzieri pre ’29, quelli che dicevano che in ogni casa ci dovevano essere 2 o 3 lavatrici, pur di far andare il mercato…
    I contadini cinesi che hanno venduto i terreni, incassato i soldi e li hanno reinvestiti al 30% in bolle edilizie non mi fanno alcuna pena. Proprio nessuna.
    Allo stato cosa costerebbe mettere una norma che regoli a bilancio la quantita’ di danaro d’assalto? Nulla. Salvo che ha cambiato persino il regime delle popolari, per consentire loro di fare giochetti.
    Cosi’ anche chi non investe allo sbaraglio, ma ha 4 soldi in banca (e che non ha la minima intenzione di investire a resa ne’ minima ne’ fantastica), in realta’ e’ coinvolto.
    Salutissimi.
    G.

    La cosa e’ dolosa.

    Ciao.
    G.

  9. Caro Gianfranco,
    Non so se c’è dolo o meno, ma quello sarebbe un dippiù. Cominciamo a dire che la cosa è sbagliata, contraria al principio della buona economia. Cominciamo a mandare a casa i banchieri centrali che non fanno bene il loro mestiere (e non solo gli operai) e vedrai che in poco tutto si aggiuto. Perchè siamo in un mondo globale. Vogliano o no, gli americani, i cinesi o chi per loro, devono dare conto agli altri paesi, perchè i danni sono di tutti, a quel livello. Altrimenti si entra veramente in un clima ostile.

  10. Gianfranco

    Ma Giuseppe,
    quello che dici tu valeva 150 anni fa, forse anche un po’ prima, quando le economie erano “nazionali”.
    Adesso, nei fondi d’investimento, ci entrano tutti. Dagli hinuit agli abitanti delle stazioni antartiche.
    Come si fa a dire “america”, “cina”… Dimostrazione: se i subprime fossero stati americani in America, gli USA sarebbero crollati. Invece tutti quanti sono andati a comprare quel veleno, dall’Islanda alla Cina.
    Nel senso: il tuo vicino di casa ha investito nella bolla immobiliare cinese. Come pensi possa vivere la loro crisi, se si riflettesse su di lui? Non pensi potrebbe tranquillamente infischiarsene degli effetti su di te, e l’Italia, per non rimetterci di tasca sua?
    Questo e’ il problema di un certo tipo di finanza: la deresponsabilizzazione.
    Se tu investissi i tuoi averi in un’operazione che potrebbe distruggere l’Italia, e succedesse, come la vivresti?

    La morale, “i danni sono di tutti”, non funziona. Anche perche’ i danni non sono di tutti, ma di chi paga. 🙂

  11. Gianfranco,
    io parlavo dell’azione della Fed e proprio per i motivi che dici tu. La fed non può dire, “noi siamo americani e facciamo per gli americani quello che riteniamo più giusto”, proprio perchè gli effetti sono di tutti e non solo degli americani. Un singolo risparmiatore anche con una montagna di soldi non gira il mercato a proprio favore, quasiasi operazione faccia. Anzi se mette tutta la montagnella su un titolo va sotto come un palombaro. La fed invece si, perchè stampa moneta. Non è tanto i titoli che ha acquistato, ma il fatto che può farlo con quanta moneta vuole e fino a quando vuole. In teoria dei giochi si chiama minaccia credibile.

  12. Gianfranco

    Minaccia credibilissima, direi.
    Perche’ davvero c’e’ da chiedersi cosa ci facciano una ventina di task force dotate di portaerei nucleari in giro per i mari.
    “Dare conto agli altri paesi”, ti chiedo scusa, l’ho scartato inconsciamente. Nessuno deve rendere conto a nessuno.
    Davvero, non sto facendo banale e vuoto umorismo: “dare conto agli altri paesi” di cosa?
    Se gli americani stanno bene, lo devono alle portaerei, ai marines e alla fed. Quanto al clima ostile, non credo importi loro moltissimo.

    Pensando poi che la nostra classe dirigente non rende conto a noi, ammazzando noi e i nostri figli e nipoti di debiti e tasse, figuriamoci se e’ tenuto a farlo uno straniero.
    Il problema italiano e’ quello di ostinarsi in modo demenziale a voler vivere ai livelli della Germania e degli Stati Uniti e, poiche’ e’ inadeguato per un milione di motivi, cio’ produce debito. La fed non c’entra.
    Il problema cinese e’ che (come noi nel 1945), una massa di pezzenti si e’ ritrovata su di una miniera d’oro (noi i soldi americani, loro i loro schiavi delle campagne) e, poiche’ non esiste cultura economica (come da noi, da sempre paese contadino), hanno dato il via allo stupro del paese accecati dai soldi facili.
    Trovo sia tutto molto umano. Quasi Pavloviano: apro uno stabilimento, ricevo ricompensa. Faccio usare i miei operai, ricevo ricompensa. Di solito basta comprarsi un pezzo di classe dirigente, per riscirci.
    La colpa e’ di chi sfrutta o di chi si lascia sfruttare? In questi casi direi la seconda.

    Controprova di cio’ che dico: la Svizzera. La senti mai lamentarsi di qualcosa?

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