6
Lug
2015

Grecia. Gestire il fallimento sovrano—di Nicola Rossi

Riceviamo, e volentieri pubblichiamo, da Nicola Rossi.

Tre anni sono passati dal secondo salvataggio greco, sei mesi da quando è apparso più che probabile che il problema si sarebbe riproposto. Poche ore da quando la probabilità è diventata certezza (per quanto rimanga da stabilire la forma e l’autore del salvataggio). Eppure in questo lasso di tempo le istituzioni europee non hanno ritenuto di porre all’attenzione dei cittadini e dei governi dei paesi membri il tema delle situazioni di insostenibilità del debito sovrano e delle loro modalità di risoluzione.

Si obbietterà che, così facendo, si sarebbe riconosciuto formalmente la possibilità di un evento – il fallimento di uno Stato sovrano – che non si voleva e non si vuole riconoscere (anche se la realtà dei fatti è sotto gli occhi di tutti) per evitare conseguenze per la moneta unica. Ma sarebbe facile rispondere che, discutendo apertamente delle regole dei fallimenti degli Stati sovrani e della loro contestuale permanenza all’interno dell’Unione monetaria, si sarebbe, invece, fatto l’interesse di tutti gli europei ed in particolare dei greci.

Gli europei sarebbero stati forzati a ricordare che, come ci insegna la storia, il fallimento di uno Stato sovrano è possibile e tende spesso a derivare più dalla mancanza di volontà dello Stato stesso che non dall’incapacità di ripagare il debito accumulato. Ed è bene sapere in anticipo come fronteggiarlo. I greci, a loro volta, avrebbero potuto valutare con chiarezza le alternative in campo, senza cullarsi nell’illusione che un voto nella sola Grecia potesse decidere per l’Europa intera e senza sperare che il fallimento potesse sostituire dolorosi e prolungati interventi a carattere fiscale (tanto più dolorosi in quanto rimanendo all’interno dell’Unione monetaria non si disporrebbe dell’arma della svalutazione).

Per quanto i trattati europei prevedano esplicitamente una clausola di “no bailout”, la realtà si è incaricata di aggirarla. Del resto, la strada scelta dagli europei – che ci piaccia o meno – non è la strada statunitense in cui non c’è bisogno di scrivere una clausola di “no bailout”: in quel caso, una forte disciplina di mercato si combina con un’ampia autonomia fiscale a livello degli Stati membri e, di conseguenza, con un grado elevato di autodisciplina a livello sub-federale. Al contrario, noi europei abbiamo preferito, e da tempo, la soluzione opposta: un coordinamento crescente delle politiche di bilancio e, di conseguenza, vincoli crescenti all’autonomia dei singoli Stati membri. In questo quadro, come dimostra ampiamente la vicenda greca del 2010-2012, la ristrutturazione del debito (se proprio non si vuole usare l’espressione “salvataggio”) finisce per essere l’unica soluzione possibile. Ma proprio per questo motivo si sarebbe dovuto cogliere l’occasione greca per definirne regole e procedure.

L’epilogo della vicenda greca, dopo l’esito referendario, è molto probabilmente ancora tutto da scrivere. Ma l’estate che arriva sarebbe utilizzata bene se la si usasse per definire anche queste regole del gioco. Le ipotesi su cui lavorare non mancano e sono da anni sul tavolo delle istituzioni europee ed internazionali. Per lo più prevedono un avvio formale della procedura di ristrutturazione del debito da parte del paese insolvente nonché una gestione legale ed economica della procedura fino alla piena ristrutturazione del debito da parte di organismi terzi (presumibilmente, la Corte di giustizia dell’Unione per gli aspetti legali e la Commissione europea, per gli aspetti economici). Non manca una modalità per canalizzare la necessaria liquidità verso il paese insolvente nel periodo di svolgimento della procedura di risoluzione. A questi elementi si potrebbe (e si dovrebbe) affiancare un controllo in una fase successiva alla ristrutturazione del debito. Controllo che potrebbe, per esempio, prendere la forma di un diritto di veto sui contenuti della legge di bilancio del paese in procedura. Anticipando così quello che potrebbe essere uno degli esiti del necessario rafforzamento del coordinamento delle politiche di bilancio nell’Eurozona.

È opportuno mettere il tema in agenda immediatamente. Perché i meccanismi di risoluzione delle situazioni di insostenibilità del debito sovrano limitano i margini di incertezza. Segnalando che il default è un evento indesiderabile ma possibile, rafforzano le pressioni esercitate dai mercati e riducono lo spazio per comportamenti opportunistici. E perché, rendendo esplicite le conseguenze del fallimento di uno Stato sovrano che voglia rimanere all’interno di una Unione monetaria, aprono gli occhi ai cittadini di quello Stato sovrano. “Non accetteremo condizioni umilianti”, ha ripetutamente dichiarato negli ultimi mesi il premier greco Alexis Tsipras ed evidentemente i cittadini greci non hanno considerato o non hanno voluto considerare umiliante vedere l’economia greca sopravvivere settimana dopo settimana grazie alle razioni di ossigeno somministrate dalla Banca Centrale Europea attraverso l’Emergency Liquidity Assistance. È probabile però che possano considerare umiliante passare per una procedura di ristrutturazione del debito come quella delineata. Stabilire oggi una procedura di risoluzione del debito sovrano serve anche ad evitare inutili illusioni.

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2 Responses

  1. Rodolfo

    Egregio Giannino, ristrutturare a spese Della BCE e’ vietato dai trattati UE, sarebbe finanziamento di Stati. Quando negli USA fallisce Detroit e Portorico e i contribuenti subiscono conseguenze, vedi pensioni degli abitanti di Detroit nessuno minaccia governo centrale USA e i “cattivi” sono i restanti 51 Stati. In Europa sempre pronti a dare soldi a chi minaccia o fa voce grossa e problemi si aggravano, sia governo in Grecia o soldi dati ai terroristi per riscatti. Impero Romano finisce quando gli Unni, alle porte dell’Impero chiedono soldi per non attaccare. Vengono dati soldi, attaccano lo stesso con piu’ vigore dato che Hanno finanze piu’ rosee. In Europa si mantiene sempre la ” Tradizione”. Distinti saluti

  2. Emiliano Pepa

    “Stabilire oggi una procedura di risoluzione del debito sovrano serve anche ad evitare inutili illusioni” Quanto buonsenso in così poche parole!!

    Scusate egregi (vale anche per i post precedenti sul tema), tutti noi diciamo che l’euro è un ircocervo, una stranezza mai esistita al mondo, una moneta unica ed N stati differenti, con eserciti e polizie diverse, con curve di costo di beni e servizi differenti, con tassi d’interesse bancari e governativi differenti, con politiche di bilancio differenti, perfino con lingue differenti, ebbene abbiamo anche la pretesa che questo essere mostruoso-mitologico sia permanente ed “irreversibile” ????
    Quando sento il ritornello di Draghi sull’irreversibilità non so se stia bluffando o se sia affetto dalla sindrome della chioccia iperpremurosa per il suo “brutto” pulcino.

    Pensare di di avere procedure per far entrare ed uscire stati da una sorta di area di scambio di beni e moneta, mi sembra veramente il minimo.

    Poi ho già detto e ripetuto che, visto che non ci saranno più guerre tra gli stati europei e visto che essi non potranno più battere moneta, bisogna inventare un metodo come si fa per ogni persona fisica o giuridica che contrae un debito che non può pagare di rivalersi su collaterali un pò più concreti di una cambiale, cioè di un bond governativo, dietro al quale c’è solo la promessa di spremere di tasse i poveri contribuenti. Siccome è esattamente questa l’unica via di sfogo possibile (per ora) e che porta alla tanto vituperata Austherity …. il governo che fa da traslatore d’imposta (più o meno di controvoglia) sui propri cittadini

    Deve invece diventare una cosa ovvia mettere sul piatto, all’atto di contrarre un debito pubblico, pezzi del territorio, della popolazione o asset specifici, come porti, opere d’arte o reti ed infrastrutture in genere.
    In questo caso, ad esempio parte della Grecia sarebbe andata a formare una provincia distaccata di Francia e Germania, La Francia si sarebbe presa l’Acropoli e la Germania Corfù. D’altronde senza guerre dovremo pure trovare un sistema per cambiare i confini degli stati o siamo così ingenui che rimarranno cosi per sempre insieme all’euro “irreversibile”?!?

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