22
Mag
2015

La banda ultralarga nel modello superfisso

Hanno fatto giustamente rumore, nei giorni scorsi, i commenti cinguettati da Raffaele Tiscar, vice segretario generale di Palazzo Chigi e tra i più influenti consiglieri del premier in materia di banda larga. Chiosando un’immagine che evidenziava la presenza di diversi armadi di strada in una via di Novara, Tiscar ha deprecato la concorrenza infrastrutturale come fonte di moltiplicazione dei costi, forse a beneficio dei produttori di apparati, ma certamente a danno degli utenti.

All’interno di una cabina di regia che si direbbe troppo affollata per produrre un’elaborazione coerente – basti pensare alla battaglia delle bozze che accompagna ogni passo del governo sul tema, questo sì esempio di una proliferazione dannosa – Tiscar è l’alfiere di un dirigismo sincero, faticosamente contenuto dai suoi interlocutori e, soprattutto, dai vincoli comunitari all’intervento pubblico.  Fosse per lui – non crediamo di lavorare troppo di fantasia – le reti le farebbe lo stato, punto; non potendo arrivare a tanto, Tiscar si limita a minacciare la supplenza dell’esecutivo in caso d’inerzia del mercato e a rimarcare che “è il piano industriale del governo che orienta quelli degli operatori, e non viceversa” – posizione che collide con un altro recente cinguettio, questo confezionato dal presidente del Consiglio.

A un livello epidermico, l’intervento di Tiscar può meravigliare: ogni investimento nelle reti di telecomunicazioni dovrebbe essere salutato con entusiasmo da chi ha fatto dello sviluppo delle infrastrutture digitali nel nostro paese la propria missione. A ben vedere, però, si tratta di una reazione spiegabile e, anzi, rivelatrice di un certo approccio all’economia e all’economia delle reti in particolare: quello del modello superfisso, per usare l’accattivante formula di Sandro Brusco.

In questa cornice, sono innanzitutto fissi i bisogni. Nel nostro caso, non si dà nemmeno la fatica d’individuarli, perché la Commissione Europea si è presa la briga di dettagliarli per noi, con gli obiettivi dell’Agenda digitale. Siamo proprio sicuri che ci servano esattamente 100 Mbps per il 50% degli utenti entro il 2020 e non, per dire, 80 Mbps per il 75% degli utenti? Naturalmente, nel modello superfisso non c’è iato tra consumi e bisogni, perché questi vanno soddisfatti comunque, indipendentemente dai relativi costi e benefici – cioè indipendemente dai segnali di prezzo. E anche i metodi di produzione sono fissi: per i 100 Mbps occorre la fibra profonda; poco importa se, grazie all’evoluzione delle tecnologie esistenti, un risultato analogo si può ottenere con architetture alternative, in tempi e a costi ridotti, e ferma restando la possibilità di scalare l’investimento nel momento in cui la domanda lo rendesse necessario – il che non avverrà comunque: non abbiamo detto che i bisogni sono fissi?

Da ciò discendono alcuni corollari: che gli operatori investano a prescindere dal contesto industriale e competitivo, che l’ammontare complessivo dei loro investimenti sia fisso, che la disponibilità di spesa degli utenti non abbia alcun peso nel determinarlo, che ogni euro investito nelle architetture considerate subottimali sia un euro buttato, così come è uno spreco ogni euro investito in aree già servite dalla banda ultralarga. Capirete che, a questo punto, il piano dell’analisi e quello della prescrizione cominciano a confondersi; del resto, i presupposti del modello superfisso richiedono una certa disponibilità a piegare le evenienze della realtà alle esigenze della teoria. E se la realtà non si adegua, peggio per la realtà.

Tuttavia, la nostra esperienza del mondo economico va in un’altra direzione: gli incentivi contano e tocca al sistema dei prezzi veicolarli per permettere agli agenti economici di orientare la propria condotta. Questo è possibile solo se la concorrenza non è limitata per decreto. Sarebbe interessante indagare sulla storia dei cabinet di Novara, ma una semplice verifica su Google Maps ci fornisce qualche elemento in più. Ancora nel 2011, si trovava in quel punto un solo armadio rilegato in rame: in pochi anni sono comparsi nuovi armadi raggiunti dalla fibra e anche quello preesistente è stato adeguato, presumibilmente in risposta all’iniziativa dei concorrenti. Questo sviluppo avrebbe avuto luogo senza concorrenza infrastrutturale?

Lo sconforto del burocrate di fronte alla competizione è comprensibile. Nel mercato dei suoi sogni, gli operatori si limitano a seguirne le indicazioni – infallibili e insostituibili, perché il modello superfisso impone “solo” di ripartire gli investimenti (fissi) per soddisfare i bisogni (fissi). Nei mercati reali, investimenti e bisogni mutano costantemente e la concorrenza permette di approssimarne il punto di caduta. Si tratta di spingere più in là la frontiera del possibile – in termini di tecnologie, di servizi, di prezzi, di investimenti – sotto il pungolo della competizione e il giudizio inappellabile del consumatore.

La concorrenza come strumento di conoscenza e di scoperta in mercati dinamici. Nessuno dubita che tale logica funzioni nel mercato dei servizi – non si vede perché il mercato delle infrastrutture dovrebbe fare eccezione. La scelta al margine non è, in altre parole, tra investimenti organizzati e ben distribuiti e investimenti confusi e ridondanti; bensì tra la presenza e l’assenza di investimenti. Tanto quanto il piano è rassicurante e prevedibile, la concorrenza è sfuggevole e sorprendente. Ma, lungi dall’essere un insiderabile elemento di disturbo, è un lievito essenziale di sviluppo.

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1 Response

  1. Emiliano pepa

    Il problema è esattamente questo:

    “In questa cornice, sono innanzitutto fissi i bisogni. Nel nostro caso, non si dà nemmeno la fatica d’individuarli, perché la Commissione Europea si è presa la briga di dettagliarli per noi, con gli obiettivi dell’Agenda digitale. Siamo proprio sicuri che ci servano esattamente 100 Mbps per il 50% degli utenti entro il 2020 e non, per dire, 80 Mbps per il 75% degli utenti? ”

    Abbiamo un grande pianificatore che decide cosa e quanto ci servirà di banda di risparmio energetico (il 20/20/20) di istruzione, finanche di diametro delle melanzane o tipologia di sementi! Cosa volete … I governi nazionali per le cose che non interessano direttamente loro ed i loro stakeholders, hanno dato mano libera agli EUROTECNOBUROCRATI di giocare a Populous con noi, col bel risultato di torchiarci e costringerci ad essere irregimentati nei comportamenti quotidiani e nelle abitudini di consumo che dovrebbero rimanere “liberi”, ed inoltre ci condannano a subire degli extracosti per cambiamenti non desiderati ma da loro imposti con la legge … pardon … direttiva del “PADRONE”.

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