17
Feb
2015

Grandi stazioni e carrelli vuoti—di Edoardo Garibaldi

Riceviamo, e volentieri pubblichiamo, da Edoardo Garibaldi.

“Eh! Chi siete. Cosa fate. Cosa portate. Sì, ma quanti siete. Un fiorino”.  Questo è il trascritto della celebre scena del film “Non ci resta che piangere” con Roberto Benigni e Massimo Troisi che si trovano a dover varcare una frontiera nell’Italia rinascimentale. Ma è la drammatica immagine che a più riprese, cinquecento anni dopo, sembra riproporre l’amministrazione comunale di Genova ogni qualvolta un operatore della Grande distribuzione organizzata cerchi di fare l’ingresso nel mercato della Superba.

Il gruppo Grandi Stazioni, partecipato da Ferrovie dello Stato al 60% e per la restante parte da Eurostazioni S.p.a., ha investito cinquanta milioni di euro sulle due principali stazioni del capoluogo ligure, Genova Brignole e Genova Piazza Principe. Il piano si regge economicamente anche sulla destinazione delle vecchie aree inutilizzate delle stazioni a spazi commerciali e per l’intrattenimento dei viaggiatori in attesa. Così, a Piazza Principe, Grandi Stazioni ha messo a bando queste aree per destinarle a supermercati.

Nel caso di specie, lo spazio della stazione Principe è stato vinto dal gruppo francese Carrefour, ma il vicesindaco Stefano Bernini è stato chiarissimo in merito: “Per dare l’ok alla superficie che ci chiedono – scrive Roberto Sculli su Il Secolo XIX riportando le parole di Bernini – noi dovremmo andare in consiglio comunale e cercare di fare approvare una variante al Piano Urbanistico. La vedo dura (Sic! Ndr), considerata la crisi e l’attenzione che c’è su questi temi”.

La litania è sempre la solita. “Eh! Chi siete. Cosa portate. Cosa fate. Sì, ma quanti siete. Un fiorino”. Solo che qui non si tratta più di pagare un pedaggio: la frontiera sembra proprio essere chiusa a ogni operatore che non sia già presente in territorio ligure. Così, i milioni di passeggeri in transito, i pendolari che ogni giorno vanno a Genova in treno, o che da Genova lo prendono per andare a lavoro fuori, non potranno fare la spesa in stazione, rendendo la loro vita un po’ più difficile, e anche un po’ più cara. Il Secolo XIX a più riprese, con inchieste giornalistiche o con semplici articoli di cronaca, ha documentato quella che è la realtà dei fatti: a Genova fare la spesa costa di più perché non c’è concorrenza.

Da quando c’è la Repubblica, la città della Lanterna è sempre stata amministrata da un’area politica. In questo modo le rendite di posizione hanno avuto vita facile e vita facile la hanno avuta i gruppi industriali che abbiano buoni rapporti con gli amministratori in carica. Così, fra la nostalgia dell’impresa di Stato, ricapitalizzazioni delle partecipate decotte e scarsa attenzione alle imprese private che lavorano Genova, nella città cresce il clima di sfiducia.

Per tornare a parlare dei fatti che riguardano Grandi Stazioni, i problemi non si limitano a Porta Principe. Nella stazione di Brignole, la società romana prevedeva la nascita di una galleria commerciale. Anche qui la risposta di Stefano Bernini non è stata differente: “Ma questa ci risulta impossibile da costruire per il piano di salvaguardia (piano che blocca le costruzioni sui territori alluvionate a ottobre e novembre)”, ha dichiarato l’assessore all’urbanistica al Secolo XIX. E fin qui tutto bene. Per carità. La sicurezza prima di tutto. C’è però da far notare che nell’area delle ex Officine Guglielmetti, il Comune crede che la Coop possa raddoppiare il suo punto vendita, costruire un albergo e ospitare un teatro. Tutte attività che nasceranno in prossimità del Bisagno, ma ben lontane da un supermercato che non sia Coop. Il Comune in questo caso non ha avuto nulla da eccepire, anzi. La conferenza dei servizi è stata aperta tempestivamente per poi essere “congelata” in attesa che la Provincia dichiari che sull’area venga rimosso il divieto assoluto di costruzione.

È vero: la stazione di Brignole nelle alluvioni di ottobre e novembre è andata sott’acqua, ma siamo sicuri che se fosse stata la solita ditta a vincere l’appalto la reazione del Comune sarebbe stata la stessa? Per quale motivo Bernini dà un no secco e non parla del sistema dello scolmatore in cantiere (bloccato dal Tar) che renderebbe il Bisagno un fiume sicuro e Brignole una zona sicura? C’è anche una seconda verità: gli amministratori di grandi stazioni hanno pensato che non dovessero dialogare con il Comune, ma che godessero di qualche grado di libertà in più rispetto ai poveri imprenditori che decidono di investire a Genova.  Grandi Stazioni molto probabilmente dovrà indennizzare Carrefour e lasciare che i genovesi vadano al punto Coop distante solo un centinaio di metri da Principe. Lo vuole il Comune, lo vuole il piano regionale: a Genova, Grandi Stazioni ha fatto i conti senza l’oste, non resta loro che piangere.

You may also like

Addio a Franco Monteverde
Plastica usa e getta: divieti e buone intenzioni—di Frits Bolkenstein
Energia, ambiente e turismo per lo sviluppo economico—di Lorenzo Ieva
Le autostrade italiane non sono le più care di Europa e dopo la privatizzazione il rischio per gli automobilisti si è ridotto più che sulle strade pubbliche

3 Responses

Leave a Reply