16
Gen
2015

Dateci un Capo dello Stato che non firmi tasse retroattive, e costi come la regina Elisabetta

A ogni scelta di un nuovo capo dello Stato, i capi dei partiti politici di maggior rilievo in parlamento ripetono quel che oggi dice Matteo Renzi: serve un “arbitro”, il migliore possibile naturalmente, poiché dovrà incarnare l’unità nazionale e la più alta istituzione di garanzia. La personale interpretazione che ogni Capo dello Stato ha dato delle sue plurime funzioni mostra che invocare “l’arbitro” è solo un modo della politica per mettere le mani avanti. Farà poco piacere ai leader di partito, ma il nostro Capo dello Stato è un giocatore e non solo un arbitro, e in momenti e su temi tra i più delicati: sciogliere o non sciogliere le Camere; affidare incarichi di governo; comporre la lista dei ministri: come esercitare i poteri di promulgazione prima e dopo l’approvazione di leggi, disegni di legge e decreti legge governativi; sui problemi ordinamentali della giustizia come presidente del CSM; su difesa e sicurezza, come presidente del Consiglio Supremo.

Nella seconda Repubblica il conflitto tra il Quirinale “giocatore” e i leader di partito è diventato ancora più evidente, poiché il maggioritario porta a governi scelti da elettori senza che la Costituzione sia stata modificata quanto a forma di governo e prerogative del premier, e non è un caso che Berlusconi (ma anche Renzi, che dagli elettori non è stato scelto, si pensi alla nomina dell’attuale ministro dell’Economia voluta da Napolitano) abbiano più volte dovuto di malanimo “subire” scelte presidenziali, pur convinti di avere dalla propria un più forte e diretto mandato popolare. E non è un caso che i Capi dello Stato, vedi Napolitano da Monti in avanti, abbiano promosso governo non indicati dagli elettori preferendoli a scioglimenti anticipati.

Se dunque la politica mette le mani avanti, credendo ogni volta di scegliere un Capo dello Stato confinato a ruoli di pura rappresentanza e per il resto notaio delle decisioni prese dai capi-partito, non c’è niente di peggio che credere che allo scopo un ”tecnico” e un “tecnico-economico” si presti meglio di un politico. Due volte nei decenni la politica nei guai ha chiamato al Quirinale un super-tecnico economico, e cioè un governatore in carica di Bankitalia con Luigi Einaudi e un ex governatore come Carlo Azeglio Ciampi. Entrambe le volte la politica ha dovuto rassegnarsi: proprio il prestigio, la forte personalità e la competenza dei tecnici prescelti ha attribuito loro un ruolo incisivo e decisivo, d’intervento continuo su scelte fondamentali.

Einaudi da capo dello Stato continuò a scrivere sul Corriere della sera e a pubblicare volumi di polemica economica, e come riconobbe in una lunga nota consegnata al termine del suo mandato all’Accademia dei Lincei, “si prese” un bel po’ di poteri che De Nicola non immaginava neanche di poter esercitare: informative accurate e preventive da parte di ogni singolo ministro prima di ogni atto legislativo, consultazione diretta e regolare dei vertici della Polizia e delle forze armate, osservazione preventiva al governo su materie e norme dei disegni di legge, rinvio al parlamento di testi approvati, in materia soprattutto di compensi dei dipendenti pubblici, militari e diplomatici. Intervenne in maniera politica ed esplicita nel dibattitto sulla cosiddetta “legge truffa” elettorale tentata dalla Dc, ottenendo la modifica del premio di maggioranza previsto. Intervenne sull’allora delicatissima questione di Trieste. E fu decisivo nel far superare alla politica le incertezze per la prima grande apertura dell’Italia ai mercati internazionali, con la liberalizzazione degli scambi nel 1953, voluta dal minoritario Ugo La Malfa quando anche la maggioranza di Confindustria nutriva molti dubbi. Del resto anche alla Consulta Einaudi era stato attivissimo su temi iper-politici: il no alla legge elettorale proporzionale, il no al centralismo statuale, no alle Province, sì al referendum abrogativo anche in materia fiscale, sì alla piena autonomia della scuola e delle Università. Senza contare la sua pervasiva azione a difesa del mercato e della concorrenza, quando tutti nell’immediato dopoguerra si rivolgevano solo allo Stato. La scelta non è tra Stato e privato, ripeteva sempre Einaudi, ma tra libera concorrenza e monopolio. Tutte scelte su cui i partiti dell’epoca non gli diedero ragione: e che sono ancor oggi, tutti e ciascuno, pezzi dell’Italia sbagliata da cambiare.

Ciampi era stato presidente del Consiglio “tecnico”, ma meno politicamente caratterizzato del liberale Einaudi. Eppure, malgrado il tentativo di evitare il più possibile rotture esplicite con Berlusconi, Ciampi gli rifiutò l’autorizzazione alla presentazione di disegni di legge (nel caso di Eurojust) e decreti legge (sulla diffamazione a mezzo stampa, sui brogli elettorali). Lo scontro con Berlusconi divenne palpabile sulle dimissioni di Ruggiero da ministro degli Esteri, considerato dal Quirinale un garante internazionale della credibilità del governo Berlusconi innanzi alle maggiori istituzioni finanziarie internazionali. Ruggiero si dimise alle critiche venutegli dallo stesso centrodestra all’ingresso dell’Italia nell’euro, e Ciampi ne fu amareggiato perché all’euro teneva sopra ogni altra cosa. Aveva avuto un ruolo decisivo da Bankitalia nell’avvicinamento all’obiettivo della moneta unica (e anche un ruolo nell’accettare il cambio troppo alto impostoci dai tedeschi), e in coerenza al disegno europeo Ciampi “obbligò” Berlusconi ad assumere il portafoglio degli Esteri, invece di premiare un euroscettico. Decisione che raffreddò molto l’iniziale europeismo di Berlusconi, cambiandone per reazione al Quirinale il segno della politica estera, a favore di intese più forti con Usa e Russia. Tonnellate di articoli furono scritti sui tentativi di Ciampi di spurgare dal peggio le leggi giudiziarie ad personam, e sistematica fu la sua insistenza su temi come il conflitto d’interessi e la regolazione del sistema televisivo, temi sui quali il centrodestra reagiva sbuffando.

Se queste sono le premesse, c’è da scommettere che il successore di Napolitano NON sarà dunque Pier Carlo Padoan ( e tanto meno, e per fortuna, Draghi che sta meglio dove sta). Eppure, servirebbe qualcuno con la competenza e prestigio economici. Con la grana della Grecia a rischio di neoesplosione, e due-tre anni di fronte in cui pur con le nuove regole attenuate sul fiscal compact (che proprio a Padoan si devono) l’Italia deve uscire dalla recessione con forti riforme attuate e non solo annunciate, un Quirinale “economista” ci aiuterebbe molto, in Europa e a Washington. Anche perché il rischio di sforare il 3% di deficit è molto forte, come si vede dal 3,6% di deficit a cui si è chiuso il terzo trimestre 2014. E se da una parte i nuovi criteri di interpretazione del Patto di Stabilità europeo decisi martedì consentono all’Italia di evitare a breve ulteriori manovre finanziarie, è vero però che il limite del 3% è restato e che in quel caso le richieste di correzione tornerebbero a esserci avanzate.

Ma un Capo dello Stato forte in economia e finanza servirebbe non solo come garanzia internazionale. E’ su molte materie economiche che non dipendono direttamente dai saldi pubblici e non sono parte essenziale del programma di riforme già presentato in Europa, come il Jobs Act, che un Quirinale interventista sarebbe di grande utilità. Bastano alcuni esempi per capirlo.

Destra e sinistra premono per riabbassare i limiti dell’età pensionabile. Ma l’INPS nell’ultimo bilancio ha raccolto contributi per 212 miliardi euro e pagato prestazioni per oltre 100 miliardi in più, che vengono dalla fiscalità generale. Un Capo dello Stato non incline ad assecondare tendenze elettoralistiche in materia previdenziale è necessario. Idem dicasi per riabbassare il piede sull’acceleratore di alcuni disegni annunciati dal governo e lasciati allo stato di pura intenzione: l’intervento sulle 10mila società controllate e partecipate a livello locale, per chiuderne una parte, dismetterne un’altra, e accorparne radicalmente una terza; il passaggio da 35mila stazioni pubbliche di acquisto e appalto a poche decine, accorpate nazionalmente e per macroregioni; la risistemazione organica del prelievo sugli immobili, superando la discrasia attuale di 8mila diverse aliquote nel gioco incrociato di IMU-TASI-TARI.

E ancora: c’è l’intero capitolo bancario, che in questi anni è stato lasciato in un angolo ripetendo che il nostro era un sistema del credito tra i più sani al mondo. Col bel risultato che abbiamo anatre zoppe che si trascinano nell’asfissia come MPS e Carige, banche popolari quotate con una governance incoerente alla propria efficienza, e nell’intero sistema un’enorme mole di sofferenze che restringerà i prestiti a famiglie e imprese quand’anche avesse successo il QE della BCE di cui siamo in attesa. Bankitalia è inascoltata da anni, su questi argomenti, e un Quirinale che le desse sponda aiuterebbe a sbloccare i veti politici.

Infine, lasciateci esprimere un sogno. Un Quirinale muscolare in economia servirebbe anche per esercitare finalmente decisi poteri di garanzia contro la continua vessazione dei contribuenti, negando la firma a provvedimenti che introducono tasse retroattive, introducono obblighi fiscali attraverso circolari invece che per legge, aprono regimi più convenienti discrezionalmente solo ad alcuni pochi “grandi” contribuenti negandoli alla gran massa. Ma forse anche e proprio per questo, la scelta della politica sarà diversa. Sia detto tra noi, ricordate infine che la monarchia britannica costa ai tax payers 37,6 milioni di pounds, cioè 46 milioni di euro, più di quattro volte meno che a noi il Quirinale: viva la regina Elisabetta!

 

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12 Responses

  1. Semiotti Collodi

    L’utlima volta il nostro sistema politicao è stato incapace perfino di eleggerlo un Capo dello Stato. Cioè, ha esso stesso dichiarato di essere cerebralmente morto, inabile persino a vegetare ed a provvedere al minimo assoluto di quello che server per mantenere in vita le istituzioni: trovare un essere umano qualunque da appioppare ad una magistratura. E non è che nel 2006, scegliendo un 81enne, si sia scorto il presagio di un futuro migliore per quanto concernesse le scelte e le personalità che avrebbero caratterizzato la politica di questo sventurato Paese.
    Perchè la imminente elezione dovrebbe andare meglio? Perchè non dovrebbe finire peggio?

  2. MARCO

    non hanno nessun candidato degno in mente
    solo vecchi tromboni, strumenti inerti di un branco che pretende di essere orchestra

  3. Ennio

    Mi son sempre domandato perché Napolitano non abbia mai sentito la vergogna di occupare un posto , quello del presidente della Repubblica, che costa ai poveri contribuenti italiani (quelli che pagano le tasse) l’enorme cifra di 400 milioni di euro all’anno (
    http://www.huffingtonpost.it/…/giorgio-napolit...
    Mobile-friendly – 02 feb 2013 ).
    Mi son sempre meravigliato che un esponente del PC non abbia mai sentito il bisogno di porre fine a questo spreco.
    Fino a che Roma rimarrà la nostra capitale lo scempio della casta non avrà mai fine.
    Dobbiamo cambiare città. Roma deve diventare solo la capitale colturale d’Italia e trasformare i palazzi della politica in musei.
    Solo così si potrà rinnovare anche l’Italia.

  4. Francesco_P

    Purtroppo non ci si può aspettare nulla da questi partiti. In un Paese in cui prevalgono gli interessi di corrente all’interno dei partiti (parlare di interessi di partito è già troppo in Italia) non si può che arrivare a compromessi al ribasso per la figura istituzionale più alta.
    Si parla di Presidente arbitro, possibilmente strabico, o di Presidente giocatore, possibilmente per la propria squadra, si gioca al “toto-presidente”, ma nessuno fa notare l’ambiguità della nostra Costituzione che assegna al Capo dello Stato poteri immensi (è il capo delle Forze Armate, ha potere di firma sui decreti e sulle leggi superando il potere del parlamento stesso, nomina i ministri, può sciogliere il Parlamento, è il Presidente del CSM, ecc.), ma non rende applicabili questi poteri. Il Presidente viene eletto dalle correnti di partito e deve confrontarsi con esse e con gli organismi burocratici dello Stato per ogni minima iniziativa.
    In questo modo si garantisce la sopravvivenza di un sistema perfetto per la “lentocrazia”, le corporazioni, la corruzione e la dispersione di risorse.
    Purtroppo ci troveremo di fronte ad un’amara realtà.
    Il mix di bassi prezzi energetici, ripresa USA, tassi stracciati e “quantitative easing” della BCE, euro ai minimi, ecc. creeranno le condizioni per una ripresa economica nella eurozona, perino nel caso di un’aggravarsi della crisi greca. Solo la burocrazia e la lentezza politica potranno far perdere un treno che passa raramente: scommetto che l’Italia farà tutto il possibile per non arrivare in tempo alla stazione …

  5. Dino Kaliman

    La domanda che molti si dovranno porgere è: Sapranno scovare i politici Italiani quegli elemnti in sovrappiù, rendono molte leggi da loro fornite indigeste ad alcuni oltre che togliere armonia alla società tutta? Se prendono coscienza di non essere all’altezza per questo nuovo compito o necessità emersa,abbiano il coraggio di permettere a nuove professionalità politiche,fuori dalla loro cerchia distribuite in Italia. Il popolo, che ancora vota, è risaputo possiede una fiducia con un’isteresi lunga-capisce di avere il sedere in acqua solo quando la barca è capovolta, ricomincia solo dopo a metterci la buona volontà per raddrizzarla,storia delle ultime 2 guerre.-
    Un esempio potrà esserci dimostrato con la prossima elezione del ns presidente. Non sarà molto importante se sarà SENZA in maniera approfondità in alcuni settori compreso il finanziario-non avendoli molto esplorati praticamente-. Molto importante sarà invece la sua padronanza della giustizia, elemento necessario a tutti i gruppi che compongono e aggregano la ns società. E’ solo l”equità la condizione necessaria alle comunità per uno sviluppo armonico, condizione anche per alcune lobbies alla loro esistenza nel lungo tempo. La certezza di un’equa giustizia farà sì che il resto si evolverà in modo naturale e progressivo compresi i problemi finanziari.Quanto deciso dalla Svizzera o quanto deciderà la Grecia ed altri fatti più o meno programmati,influiranno ma in maniera marginale.

  6. Concordo sull’ultimissio punto: occorre un presidente che trasormi la “gestione” del Quirinale da spesa a risorsa, nel limite del possibile. Troppi spazi, mal gestiti, troppo personale troppo ben pagato.
    Per il resto ritengo che la cultura di Giannino sia paragonabile a quella della classe dirigente italiana, vede il “suo” problema e non concepisce il “sistema” nella sua complessità. Quindi analisi sostanzialmente sbagliata.

  7. Ancora oggi abbiamo un sistema politico che fa acqua da tutte le parti, siamo in un sitama che non è per niente democratico basti pensare ai predecessonri si Renzi chi li ha mai votati e decidono le sorti di uno stato marcio.

    Spero in una sveglia massiccia di persone che ancora credono in detsra sinistra movimenti e chi più ne ne più ne metta…

    siamo alla frutta

  8. giann

    Una curiosità, signor Giannino: quando parla di prestazioni INPS che costano 100 miliardi in più di quanto raccolto con i contributi, si riferisce solo alle prestazioni previdenziali (pensioni di anzianità e di vecchiaia) o anche a quelle assistenziali (ivi incluse cassa integrazione, assegni di mobilità, pensioni sociali, integrazioni al minimo, pensioni di invalidità, assegni di accompagnamento ecc. ecc.). Perché le seconde DOVREBBERO essere comunque a carico della fiscalità generale, mentre da sempre PRIMA vengono utilizzati i contributi previdenziali e solo quando questi si esauriscono si interviene, con qualche leggina o circolare tampone, con la fiscalità generale.

  9. Livio

    Non c’e’ una contradizione tra augurarsi piu controllo del cittadino sulla politica e augurarsi un quirinale forte e interventista?

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