Su D’Alema, Stato e mercato giudicati come mini o maxigonne

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Non bisogna mancare di rispetto a un uomo politico di lungo corso, che resta tenacemente fedele al suo ruolo e alle sue idee. Ma si può e si deve criticarlo duramente, se le sue idee cambiano non in base ad argomenti seri, ma come le vesti nelle stagioni. E’ questo la reazione che suscita l’intervista di Massimo D’Alema di sabato 29 novembre al Corriere della Sera. Il problema non è che gli stia simpatico o antipatico Renzi. Il problema è il punto centrale toccato da D’Alema. Quello del rapporto tra socialismo e pensiero liberale, tra Stato e mercato.

Dice D’Alema che l’apertura ai liberali e al mercato si portava 15 anni fa, oggi è tutto diverso, quel che conta è riscoprire lo Stato. Come fosse la lunghezza della gonna nella moda, la tesa del cappello, o il fard sul fondotinta. Ieri andava la frangetta, oggi i colpi di sole. D’Alema non ce ne voglia, lui per primo sa che son cose un po’ più profonde del pendolo nei giudizi di Anna Wintour alle sfilate.

La storia del socialismo italiano è stata intossicata sin dall’inizio dallo scontro massimalista contro il riformismo. Filippo Turati, il padre del socialismo riformista italiano, venne coperto di atroci insulti da sindacalisti rivoluzionari prima e comunisti poi, venne scomunicato da Lenin per il suo “programma minimo” di riforme sociali, condiviso con l’odiato Giolitti. Il risultato fu: il fascismo.

Nel dopoguerra, dopo l’effimera parentesi del fronte popolare, dal centrosinistra fino all’epilogo di Craxi l’avversione massimalista al socialismo riformista restò lo spartito autolesionista dei rapporti a sinistra. Quando D’Alema, nel 1997, provò lui a riformare pensioni e nel 1999 a sfiorare l’articolo 18, venne fulminato dalla Cgil al congresso del partito di cui era segretario, e poi da premier. E qui le tesi sono due sole. O D’Alema era convinto davvero, che fosse una necessità storica profonda modificare l’avversione a imprese e mercato. Oppure, se oggi dice ciò che dice non per avversione a Renzi ma perché ci crede, significa che allora lo fece solo per tattica. Senza esser davvero convinto che era un passo storico da compiere, la Bad Godesberg riformista e socialdemocratica che agli ex Pci è sempre mancata. Tranne chi l’ha compiuta con atti manifesti e coerenti nel tempo: vedi Giorgio Napolitano da 25 anni, rispetto al leader a cui il Pci affidò in parlamento il compito di dire no al Sistema Monetario Europeo, il 16 dicembre 1978.

Dice D’Alema oggi che il liberismo ha creato danni epocali. Ma ammette che la deregulation finanziaria americana furono i democratici e vararla. Ma soprattutto, al di là dell’America: di che dannoso liberismo imperante si può mai davvero parlare in Italia e quando? In un paese prima gestito per decenni dallo statalismo Dc, poi dove la destra di Berlusconi ha fatto correre spesa e tasse come la sinistra con cui si è alternato? In un’Italia in cui lo Stato gestisce oltra la metà del Pil? In cui le tasse sono cresciute il doppio dell’andamento del reddito nominale dal 1995, e hanno continuano a crescere in questi ultimi 5 anni di crisi mentre il reddito reale medio delle famiglie arretrava di 16 punti?

Dice D’Alema che bisogna tornare al “ruolo propulsivo” dello Stato. In Italia? Non siamo un paese scandinavo e non siamo la Germania, che da malato d’Europa nel 2001 in 5 anni ha cambiato welfare e mercato del lavoro, e oggi ha una spesa pubblica di 6 punti di Pil inferiore alla nostra. Lo Stato da noi è quello che sta prendendo per i fondelli 300 mila ragazze e ragazzi che si sono iscritti fiduciosi ad aprile a Garanzia Giovani finanziata con un miliardo e mezzo dall’Europa, e da allora solo il 29% di loro ha avuto diritto a un primo colloquio, altro che avviamento al lavoro. Lo Stato è quello delle 10 mila partecipate pubbliche locali per tre quarti in perdita, che né destra né sinistra né Renzi toccano, perché sono imbottite di uomini dei partiti nei cda. Lo Stato è quello che in questi anni ha tagliato la spesa per investimenti persino più dei privati, pur di non toccare l’aumento della spesa corrente che fa voti e consensi. Lo Stato è quello che ha aumentato l’introito delle tasse sui rifiuti del 90% in 10 anni e del 49% sui trasporti pubblici locali, senza riuscire a fornire quasi dovunque servizi decenti. Lo Stato nostro al Sud, che ha perso due terzi dei posti di lavoro mancanti dal 2008, non sa riservare nessuna politica differenziata per ricreare sviluppo, impresa, lavoro, legalità. E’ questo, lo Stato con il quale dobbiamo fare i conti in Italia. Tutti noi, e la politica per cominciare.

Con tutto il rispetto, il librone di Piketty non c’entra un bel niente, a prescindere dal fatto che l’economista francese faccia spallucce sul fatto che in il mercato e non lo Stato abbia risolto negli ultimi vent’anni il problema della sopravvivenza a un miliardo di asiatici e africani non più condannati alla fame, o ancora che il reddito medio e mediano anche nei paesi avanzati sia aumentato di un fattore 10 in due secoli: perché non conta solo chi ha quanto del totale della ricchezza di un Paese, ma quanto nel tempo è migliorato il tenore di vita di tutti , anche e soprattutto di chi ha meno.  E non c’entra nulla neppure il libro della Mazzucato: sul quale Alberto Mingardi ha già scritto  una critica serrata, visto che non basta che un tecnologo tra gli ideatori del touch screen abbia goduto di una borsa di studio pubblica per dire che l’Ipad e l’Iphone li ha inventati lo Stato. E soprattutto da noi lo Stato “propulsivo” è quello che  privatizzò l’ILVA dopo aver perso 25mila miliardi di lire nella Finsider pubblica nei 17 ultimi anni di acciaio pubblico, e che oggi ne ha espropriato per via giudiziaria  i privati Riva che l’avevano resa redditizia, l’ha riportata in perdita con commissari pubblici ché né la gestiscono né risanano l’ambiente (pregiudicato da come lo Stato proprietario realizzò gli impianti, non i privati), e pensa di rinazionalizzarla forte di queste belle premesse…

D’Alema aggiunge che in Europa deve finire la concorrenza fiscale. E’ il sogno di tutti gli statalisti spremitasse, quello di decretare la fine di ogni altro paese che con imposte più basse attira imprese e lavoro. Ma è un sogno sbagliato, nelle nostre condizioni attuali. Perché il problema italiano resta quello di diminuirle, le tasse di cui crepa lavoro e impresa, non quello di alzarle al livello italiano anche altrove. O D’Alema crede che altri paesi avanzati siano così tordi dal voler raggiungere l’80% del prelievo sul reddito loro d’impresa che in Italia infliggiamo a più di un’impresa su tre? O siano desiderosi di far pagare e free lance e partite IVA più contributi dei lavoratori dipendenti ma senza diritti, come facciamo noi con gli iscritti alla gestione speciale INPS?

Si capisce benissimo, a D’Alema il “partito della nazione” di Renzi non piaccia. Ma il fatto che non ci sia un’autentica e coerente destra liberale in Italia dovrebbe comunque trattenere lui, e tutti i leader del Pd, dal credere che tornare statalisti e massimalisti serva ad altro che perdere. O alle elezioni, o perché piegati dalla Cgil, come capitò a lui.

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