1
Dic
2014

Su D’Alema, Stato e mercato giudicati come mini o maxigonne

Non bisogna mancare di rispetto a un uomo politico di lungo corso, che resta tenacemente fedele al suo ruolo e alle sue idee. Ma si può e si deve criticarlo duramente, se le sue idee cambiano non in base ad argomenti seri, ma come le vesti nelle stagioni. E’ questo la reazione che suscita l’intervista di Massimo D’Alema di sabato 29 novembre al Corriere della Sera. Il problema non è che gli stia simpatico o antipatico Renzi. Il problema è il punto centrale toccato da D’Alema. Quello del rapporto tra socialismo e pensiero liberale, tra Stato e mercato.

Dice D’Alema che l’apertura ai liberali e al mercato si portava 15 anni fa, oggi è tutto diverso, quel che conta è riscoprire lo Stato. Come fosse la lunghezza della gonna nella moda, la tesa del cappello, o il fard sul fondotinta. Ieri andava la frangetta, oggi i colpi di sole. D’Alema non ce ne voglia, lui per primo sa che son cose un po’ più profonde del pendolo nei giudizi di Anna Wintour alle sfilate.

La storia del socialismo italiano è stata intossicata sin dall’inizio dallo scontro massimalista contro il riformismo. Filippo Turati, il padre del socialismo riformista italiano, venne coperto di atroci insulti da sindacalisti rivoluzionari prima e comunisti poi, venne scomunicato da Lenin per il suo “programma minimo” di riforme sociali, condiviso con l’odiato Giolitti. Il risultato fu: il fascismo.

Nel dopoguerra, dopo l’effimera parentesi del fronte popolare, dal centrosinistra fino all’epilogo di Craxi l’avversione massimalista al socialismo riformista restò lo spartito autolesionista dei rapporti a sinistra. Quando D’Alema, nel 1997, provò lui a riformare pensioni e nel 1999 a sfiorare l’articolo 18, venne fulminato dalla Cgil al congresso del partito di cui era segretario, e poi da premier. E qui le tesi sono due sole. O D’Alema era convinto davvero, che fosse una necessità storica profonda modificare l’avversione a imprese e mercato. Oppure, se oggi dice ciò che dice non per avversione a Renzi ma perché ci crede, significa che allora lo fece solo per tattica. Senza esser davvero convinto che era un passo storico da compiere, la Bad Godesberg riformista e socialdemocratica che agli ex Pci è sempre mancata. Tranne chi l’ha compiuta con atti manifesti e coerenti nel tempo: vedi Giorgio Napolitano da 25 anni, rispetto al leader a cui il Pci affidò in parlamento il compito di dire no al Sistema Monetario Europeo, il 16 dicembre 1978.

Dice D’Alema oggi che il liberismo ha creato danni epocali. Ma ammette che la deregulation finanziaria americana furono i democratici e vararla. Ma soprattutto, al di là dell’America: di che dannoso liberismo imperante si può mai davvero parlare in Italia e quando? In un paese prima gestito per decenni dallo statalismo Dc, poi dove la destra di Berlusconi ha fatto correre spesa e tasse come la sinistra con cui si è alternato? In un’Italia in cui lo Stato gestisce oltra la metà del Pil? In cui le tasse sono cresciute il doppio dell’andamento del reddito nominale dal 1995, e hanno continuano a crescere in questi ultimi 5 anni di crisi mentre il reddito reale medio delle famiglie arretrava di 16 punti?

Dice D’Alema che bisogna tornare al “ruolo propulsivo” dello Stato. In Italia? Non siamo un paese scandinavo e non siamo la Germania, che da malato d’Europa nel 2001 in 5 anni ha cambiato welfare e mercato del lavoro, e oggi ha una spesa pubblica di 6 punti di Pil inferiore alla nostra. Lo Stato da noi è quello che sta prendendo per i fondelli 300 mila ragazze e ragazzi che si sono iscritti fiduciosi ad aprile a Garanzia Giovani finanziata con un miliardo e mezzo dall’Europa, e da allora solo il 29% di loro ha avuto diritto a un primo colloquio, altro che avviamento al lavoro. Lo Stato è quello delle 10 mila partecipate pubbliche locali per tre quarti in perdita, che né destra né sinistra né Renzi toccano, perché sono imbottite di uomini dei partiti nei cda. Lo Stato è quello che in questi anni ha tagliato la spesa per investimenti persino più dei privati, pur di non toccare l’aumento della spesa corrente che fa voti e consensi. Lo Stato è quello che ha aumentato l’introito delle tasse sui rifiuti del 90% in 10 anni e del 49% sui trasporti pubblici locali, senza riuscire a fornire quasi dovunque servizi decenti. Lo Stato nostro al Sud, che ha perso due terzi dei posti di lavoro mancanti dal 2008, non sa riservare nessuna politica differenziata per ricreare sviluppo, impresa, lavoro, legalità. E’ questo, lo Stato con il quale dobbiamo fare i conti in Italia. Tutti noi, e la politica per cominciare.

Con tutto il rispetto, il librone di Piketty non c’entra un bel niente, a prescindere dal fatto che l’economista francese faccia spallucce sul fatto che in il mercato e non lo Stato abbia risolto negli ultimi vent’anni il problema della sopravvivenza a un miliardo di asiatici e africani non più condannati alla fame, o ancora che il reddito medio e mediano anche nei paesi avanzati sia aumentato di un fattore 10 in due secoli: perché non conta solo chi ha quanto del totale della ricchezza di un Paese, ma quanto nel tempo è migliorato il tenore di vita di tutti , anche e soprattutto di chi ha meno.  E non c’entra nulla neppure il libro della Mazzucato: sul quale Alberto Mingardi ha già scritto  una critica serrata, visto che non basta che un tecnologo tra gli ideatori del touch screen abbia goduto di una borsa di studio pubblica per dire che l’Ipad e l’Iphone li ha inventati lo Stato. E soprattutto da noi lo Stato “propulsivo” è quello che  privatizzò l’ILVA dopo aver perso 25mila miliardi di lire nella Finsider pubblica nei 17 ultimi anni di acciaio pubblico, e che oggi ne ha espropriato per via giudiziaria  i privati Riva che l’avevano resa redditizia, l’ha riportata in perdita con commissari pubblici ché né la gestiscono né risanano l’ambiente (pregiudicato da come lo Stato proprietario realizzò gli impianti, non i privati), e pensa di rinazionalizzarla forte di queste belle premesse…

D’Alema aggiunge che in Europa deve finire la concorrenza fiscale. E’ il sogno di tutti gli statalisti spremitasse, quello di decretare la fine di ogni altro paese che con imposte più basse attira imprese e lavoro. Ma è un sogno sbagliato, nelle nostre condizioni attuali. Perché il problema italiano resta quello di diminuirle, le tasse di cui crepa lavoro e impresa, non quello di alzarle al livello italiano anche altrove. O D’Alema crede che altri paesi avanzati siano così tordi dal voler raggiungere l’80% del prelievo sul reddito loro d’impresa che in Italia infliggiamo a più di un’impresa su tre? O siano desiderosi di far pagare e free lance e partite IVA più contributi dei lavoratori dipendenti ma senza diritti, come facciamo noi con gli iscritti alla gestione speciale INPS?

Si capisce benissimo, a D’Alema il “partito della nazione” di Renzi non piaccia. Ma il fatto che non ci sia un’autentica e coerente destra liberale in Italia dovrebbe comunque trattenere lui, e tutti i leader del Pd, dal credere che tornare statalisti e massimalisti serva ad altro che perdere. O alle elezioni, o perché piegati dalla Cgil, come capitò a lui.

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6 Responses

  1. ALESSIO DI MICHELE

    Egr. sig. Giannino,

    spero caldamente che il suo sia un intervento satirico o propagandistico (cioè teso a smontare la pochezza politica del lider massimo), in entrambi i casi con ricchezza, coerenza e convergenza di argomentazioni, comunque coronato da pieno successo. Mi agghiaccia l’ ipotesi che lei veramente credesse alla coerenza ed alla ricchezza di visione strategica politica del nostro. Uno che si appoggiò persino alla Chiesa, nella lotta contro il pregiudicato di Arcore, quando disse “E’ ora che la Chiesa ingerisca nella vita politica italiana [contribuendo a cacciare SB]: se non ora, quando ?”. Già sprecarsi a confutarne le affermazioni è un indebito onorarlo, sebbene sia evidentemente il padrone assoluto dello stivale.

  2. Mauro

    Per non parlare poi di una stato con ampie zone di collusione con la criminalità organizzata. Però, in Cina, per esempio, è vero che il mercato ha cambiato la vita di milioni di cinesi, ma questo processo è stato gestito centralmente.

  3. MARCO

    GRANDIOSO non ho mai sopportato che questi si siano insediati senza chiedere scusa a quei milioni che li hanno votati per decenni sulla base di storielle per prenderli per i fondelli ed in questo includo pure Napolitano e Veltroni
    Con ugual vigore detesto approssimativi ideologhi liberisti (???) originati da clientele Craxiane come Berlusconi e Tremonti.
    O spregiudicati come i radicali che primi ci inflissero l’umiliazione di una spogliarellista in parlamento.
    Dei Padani che han defenestrato Milvio dopo aver letto la versione italiana (non originale francese) del pensiero autonomista valdostano meglio tacere.
    Avrei fatto forse lo stesso anch’io per vena polemica ma l’Italsider non ha mai fatto una gestione fallimentare
    Si è pagata un investimento di costruire da zero uno stabilimento e un porto con lo sforzo di decina di migliaia di contractor bergamaschi, veneti, emiliani per realizzare spianate, basamenti per altiforni acciaierie, treni nastri e lamiere capannoni uffici e direzioni, per raddoppiare il tutto, per fare altrettano a Novi e con la LAF avicino a Stupinigi, per Aggiornare poi Bagnoli, Piombino e Cornigliano e partire a spianare Gioia Tauro per dar soddisfazione alle brame socialiste
    Facile poi per Riva comprare per 1.200 miliardi i gioielli di Taranto, Novi e Cornigliano e renderli profittevoli
    Se ci fossero stati banchieri capaci di leggere valutazioni tecnologiche e business pland l’avrei potuta rilevare e sfruttare io pure, Prodi permettendo , cosa poco probabile visto lo scippo a Ford di Alfa Romeo insensato quanto quello di Berlusconi di Alitalia a Air France
    E oggi Renzi raddoppia con la nazionalizzazione di ILVA….forse Moody’s legge anche i giornali italiani
    Molto cordialmente

  4. MG

    Parlare oggi di destra, sinistra, centrosinistra etc.etc. direi che oltre al ridicolo si sfiora anche la mistificazione della realtà. La cina è qui ovvero il modello capitalista cinese è gia qui da almeno 30 anni: come la cina lo SI (Stato Italiano) controlla le banche, come la cina SI controlla le medie-grandi aziende direttamente o attraverso le banche, come la cina SI spreme i poveri (impiegati, operai, studenti, piccoli imprednitori e professionisti), come la cina lo stato interpreta le leggi per gli amici e le applica ai nemici, come la cina SI si avvale di un sistema capillare, cioè la PA, per controllare il territorio, garantendo loro benefit sotto forma di accesso agevolato ai mutui, leggi speciali che non valgono per il settore privato e cosi via. Continuo a sostenere che questa crisi economica, che ancora una volta viene da una economia liberista e che porta con se l’arma asfissiante della mancanza di denaro, è l’unica vera rivoluzione piu o meno non violenta e civile utile, se non a scardinare, almeno a mescolare le carte della attuale situazione. Mi auguro che duri almeno fino al 2022.

  5. matteo

    Meno stato più mercato.
    Come a Roma.
    Dunque alla fine Mancini aveva ragione, l’aveva previsto 40 anni fa.
    Mens sana in corpore sano, dicevano i latini, ma a chi veramente interessa che il mercato funzioni?
    Se il gatto non c’è i topi possono ballare come vogliono, pensa il furbo, solo che se si balla allora arrivano quelli grossi di fogna.

  6. maboba

    Articolo da sottoscrivere.
    Concordo con quanto detto però da A. Di Michele e da Marco nell’incipit.
    Mancare di rispetto (politicamente s’intende) a uno come D’Alema è invece doveroso. A parte gli argomenti di cui sopra vorrei ricordare, da senese, le sue responsabilità nell’aver affossato (insieme ai suoi compagni che con lui sarebbero dovuti andare a casa più di vent’anni fa se questo fosse davvero un paese normale) la più antica Banca del mondo con gli “affaires” Banca del Salento e poi quella dell’agricoltura. Purtroppo hanno in mano gran parte dell’apparato pubblico ed infatti anche l’intero paese si sta inabissando a causa loro.

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