Diminuire il canone TV? No grazie. Privatizzate la RAI.

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Dalla Leopolda5 è uscita, fra le altre cose, anche la proposta del Governo di ridurre il canone della Rai Tv e di farlo pagare a tutti, anche a coloro che sino ad ora sono sostanzialmente stati evasori totali. L’idea è quella di inserire il canone all’interno della bolletta elettrica cosicché nessuno possa farla franca e di ancorarne il valore al reddito di ciascun cittadino. Le cifre, stando a quanto è stato dichiarato da esponenti del Governo, dovrebbero oscillare fra i 40 e gli 80 euro annui a fronte degli attuali 113,50. Pagare tutti, insomma, ma pagare meno. Banalità stataliste.
Di privatizzare la Rai Tv e di trasformare il canone annuale in un abbonamento da far pagare solo ai fruitori del servizio che ne facciano richiesta, invece, non se ne parla nemmeno. Eppure le ragioni per mettere la RAI sul mercato e sgravare i cittadini di un’imposta odiosissima oggi sono molteplici.
Innanzitutto il servizio televisivo pubblico non ha più le caratteristiche (se mai le abbia avute) di servizio pubblico essenziale il cui finanziamento deve essere addossato anche su coloro che non vogliono usufruirne. La Corte costituzionale in tutte le sentenze relative al servizio radiotelevisivo ha sempre detto che la ragione dell’originario monopolio in capo alla RAI risiedeva nella necessità di evitare monopoli o oligopoli privati che rappresentassero un attentato al pluralismo dell’informazione. In sostanza, stante l’originaria limitatezza delle frequenze, era meglio un soggetto pubblico cui si potesse imporre forzatamente il pluralismo delle idee e dell’informazione piuttosto che un monopolio privato in grado di condizionare gravemente l’opinione pubblica (sentenze n. 59/1960, n.202/1976, n.148/1981 e n.826/1988). Quando la tecnologia ha consentito l’ampliamento degli strumenti di trasmissione del segnale tv e l’ingresso di altri operatori nel settore senza il rischio di monopoli privati, le ragioni del monopolio Rai sono cadute e la presenza di molteplici canali televisivi è stata giudicata, correttamente, più in linea con il dettato costituzionale tanto nell’ottica di assicurare il pluralismo dell’informazione e della diffusione delle idee quanto in quella di assicurare la libertà di impresa.
Oggi esistono, grazie alla tecnologia digitale e satellitare, migliaia di canali televisivi che assicurano senza alcun dubbio il pluralismo dell’informazione e la diffusione di tutte le culture e gli orientamenti di pensiero. E’ possibile seguire i canali televisivi di tutti i Paesi del mondo. A ciò si aggiunga che internet ha reso, per fortuna, impossibile il controllo accentrato delle notizie e dell’informazione, cosicché nessuno può ragionevolmente ritenere la RAI fonte privilegiata della genuinità e veridicità delle notizie e più in generale dell’informazione.
Né si può ritenere nel 2014 che la RAI svolga funzioni educative e didattiche da cui dipendono le sorti dello sviluppo civile della nazione. Anche la Corte costituzionale che in qualche sentenza ha continuato a ritenere sussistere la funzione sociale della RAI dovrebbe oggi farsene una ragione. Il servizio radiotelevisivo non è più un servizio pubblico necessario, dunque, i cui costi devono essere addossati anche a quanti non ne desiderano la fruizione e la tecnologia consente di trasformarlo in un servizio a domanda individuale con esclusione di quanti non ne facciano richiesta.
La Costituzione Repubblicana richiede la garanzia del pluralismo dell’informazione ma non fa menzione in nessun punto della necessità che lo Stato gestisca un’impresa pubblica con decine di canali televisivi sovvenzionati dalle tasche dei cittadini. Anzi, a volere essere attenti l’articolo 118, comma 4, della Costituzione obbliga lo Stato ad astenersi dalla gestione di quei servizi di interesse generale che sono già esercitati adeguatamente dai privati. I privati che oggi operano nel settore radiotelevisivo sono, come detto, numerosissimi.
In secondo luogo esiste una norma di legge vigente da 10 anni che impone la privatizzazione della RAI; si tratta dell’articolo 21 della legge n. 12 del 2004 a tenore del quale il procedimento per l’alienazione della partecipazione dello Stato nella Rai – Radiotelevisione Italiana Spa ( pari al 99,56% del capitale totale ) avrebbe dovuto avere inizio subito dopo la fusione della Rai Spa nella Rai Holding Spa.
La volontà di procedere alla dismissione è stata ribadita anche nel Testo Unico dei servizi di media audiovisivi e radiofonici (art.49, comma13, del D.Lgs. n. 177/2005) senza tuttavia che siano state ancora definiti i tempi, le modalità di presentazione, le condizioni e gli elementi dell’offerta o delle offerte pubbliche di vendita che dovevano essere di competenza di una o più deliberazione del Comitato interministeriale per la programmazione economica.
La privatizzazione resta, comunque, una finalità voluta espressamente dal legislatore e deve essere coerentemente perseguita non già esclusivamente per fare cassa – alienando solo una quota minoritaria della partecipazione di proprietà dello Stato – ma per arretrare il perimetro di azione dell’autorità pubblica nel settore dell’informazione e dei servizi televisivi più in generale.
Dalla privatizzazione della Rai, poi, lo Stato ricaverebbe, secondo alcune stime, dai 2 ai 4 miliardi di euro, con il che la ricerca delle ragioni per giustificare la dismissione della Rai potrebbe fermarsi qui!
Ma andiamo avanti.
Il canone rappresenta, come detto, un’imposizione odiosa. La Corte costituzionale ha stabilito che trattandosi di imposta essa deve essere corrisposta in ragione del mero possesso dell’apparecchio televisivo anche se non si vuole usufruire del servizio erogato dalla Rai (sentenza n. 284/2002). Il totale della raccolta del canone ammonta ad 1,7 miliardi di euro e sono tutti soldi dei cittadini in mano ai sollazzi della politica. Privatizzare la Rai significherebbe anche sottrarre questo “spasso” ai partiti politici. Il canone, poi, per legge deve coprire l’ammontare dei costi del servizio pubblico, cosicché più servizio pubblico lo Stato chiederà alla Rai di erogare più canone occorrerà drenare ai cittadini senza alcun limite predefinito.
In Italia, inoltre, vi è un livello di evasione del canone pari al 27%, superiore per quasi 19 punti percentuali alla media europea. E’ tutto frutto esclusivamente del malcostume italico o vi è una quota consistente di cittadini che avvertono come insopportabile un’imposizione tributaria per un servizio che non richiedono, non vogliono e non apprezzano? Quale sarebbe la percentuale di richiedenti il servizio fra gli attuali pagatori del canone se lo Stato ci lasciasse liberi di scegliere se usufruire del servizio Rai? Perché non garantire la libertà di scelta anche in questo ambito piuttosto che cercare soluzioni improbabili che comunque lasciano inalterato il rapporto di profonda subordinazione del cittadino allo Stato? Chi ha stabilito che il servizio pubblico che eroga la Rai è il servizio che vogliamo?
La Rai, infine, è un’azienda inefficiente. Le sue entrate sono rappresentate per il 60% dal canone imposto ai cittadini e per poco più del 30% dagli introiti pubblicitari. Ciò nonostante gli introiti rappresentati dal canone pubblico non riescono a coprire i costi per la realizzazione della produzione qualificata come servizio pubblico e la differenza deve essere drenata dagli introiti pubblicitari. Nel 2010 l’azienda ha perso 128,5 milioni di euro, nel 2012 l’esercizio ha chiuso con una perdita di 245,7 milioni di euro, sebbene il canone sia aumentato dalle 109 euro del 2010 alle 112 del 2012. Stante il principio secondo il quale il servizio pubblico deve essere finanziato esclusivamente dal canone pubblico la Rai ha chiesto al Ministero dell’economia di restituirgli per il periodo 2005 – 2009 la somma di 1,3 miliardi di euro, ma il Ministero si è ben guardato sin’ora dal pronunciarsi. Quali tasche dovranno fare fronte a tale esborso è molto facile da immaginare.
Dal 2007 al 2013 la Rai ha costantemente perso ascolti, ( le reti generaliste non superano il 35% di share) ha subito la concorrenza della miriade di canali tematici digitali gratuiti ed ha perso il 40% dei propri ricavi pubblicitari a fronte di perdite dei principali concorrenti di circa il 20%. La gestione dei costi di produzione rapportata ai ricavi è un disastro. Una chicca fra tutte: i costi per il festival di Sanremo hanno superato i ricavi nel 2010 per circa 8 milioni di euro, nel 2011 per 7,5 e nel 2012 per 4,8.
Non ci interessa pagare meno, ci interessa pagare per ciò che vogliamo vedere.
P.s. Tutti i dati contenuti nel presente post sono ricavati dalla Determinazione e relazione della Sezione di Controllo della Corte dei Conti sul risultato del controllo eseguito sulla gestione finanziaria della Rai per gli esercizi 2011 e 2012 scaricabile sul sito della Corte dei Conti.
@roccotodero

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