Tassazione dei fondi pensione. Ancora un intervento retroattivo—di Marco Abatecola

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Riceviamo, e volentieri pubblichiamo, da Marco Abatecola.

Ormai da una decina di giorni il premier ripete orgoglioso di non aver alzato le tasse pur in presenza di una Legge di Stabilità che vale oltre 36 miliardi di euro. Dieci giorni nei quali siamo stati costretti a discutere sulla base di meno di 30 slide – fatte anche male – e di bozze circolate sottobanco e piene di puntini da riempire. Di un testo ufficiale neanche a parlarne, nonostante il Presidente del Consiglio abbia fatto propria la battaglia sulla trasparenza e sull’open data. Una battaglia che ha già fatto vittime eccellenti. Come la Commissione UE, che si è vista pubblicare dal MEF una lettera strettamente confidenziale nel bel mezzo di un confronto delicato sullo sforamento dei parametri di finanza pubblica. 

Il concetto di pressione fiscale in uso a Palazzo Chigi temo però sia leggermente diverso da quello correntemente utilizzato. Tralasciando il fatto che 11 miliardi di deficit non saranno coperti da soldi del Monòpoli ma per forza di cose avranno ripercussioni sui nostri conti e – quindi – sui cittadini/contribuenti, va detto che la manovra contiene aspetti che si traducono in un aumento immediato, ed anzi retroattivo, delle imposte. 

Certo, Matteo Renzi ha ridotto l’intervento sull’aliquota di tassazione applicata ai rendimenti dei Fondi Pensione ad un semplice intervento sulle rendite finanziarie che in termini di consenso paga sempre. Ma la realtà è ben diversa. La realtà racconta del secondo aumento di tassazione nel giro di tre mesi, per un’aliquota che nello stesso lasso di tempo passa dall’11% al 20%, nove punti secchi. Un aumento che, va detto, non incide su quella che populisticamente chiamano, anche nei palazzi che contano, “rendita finanziaria pura” ma sul risparmio previdenziale di quel 25% di lavoratori che ha aderito ai Fondi Pensione. Non per esigenze speculative ma perché lo stesso legislatore, già nel 1993, riteneva fondamentale l’incentivazione di un secondo pilastro che accompagnasse il passaggio necessario dal sistema retributivo al sistema contributivo. Così come d’altra parte avviene in tutta Europa – con sistemi che muovono numeri multipli del PIL – e come anche la Commissione Europea invitava a fare nel suo ultimo Libro Bianco. In tutte le salse ministri del lavoro, ministri dell’economia, politici vari, esperti previdenzialisti, uffici del personale e sindacalisti hanno raccontato ai lavoratori che la previdenza complementare era una scelta ormai necessaria, lodandone le convenienze, anche fiscali. 

Poi arriva un giorno una slide che inserisce i Fondi Pensione tra i “cattivi” della rendita finanziaria e dieci anni di impegni a diffondere la cultura previdenziale vengono in un attimo azzerati. Si ripropone così la minaccia vera che incombe su tutti i regimi previdenziali – pubblici e privati, obbligatori e volontari – quella rappresentata dal rischio politico. Il rischio per cui lo Stato di punto in bianco ed a suo capriccio possa cambiare le norme che disciplinano un rapporto di lungo periodo, com’è quello previdenziale, che per funzionare si basa quindi sulla stabilità e certezza delle regole del gioco. 

Non solo ma lo fa anche con la geniale trovata della retroattività dell’aumento, violando i principi dello Statuto del Contribuente peraltro già derogato esplicitamente circa 40 volte in 14 anni dalla sua emanazione. Eppure la giurisprudenza in più occasioni ha tentato di affermare la valenza superiore rispetto alla legge ordinaria dello Statuto del Contribuente. Sforzo vano se si pensa che la prima deroga è contenuta nella legge 388 del 23 dicembre 2000, meno di sei mesi dall’approvazione della legge istitutiva. 

Una violazione dei patti che ha il sapore dell’arroganza del monarca. Singolare visto che su altre questioni – per esempio rispetto alla discussione sul taglio delle pensioni d’oro – si è avuta tutt’altra attenzione, ed anzi ossequioso rispetto, verso i diritti quesiti. Ebbene, dobbiamo imparare che esistono diritti e diritti e che il risparmio privato non è una virtù ma una riserva dalla quale attingere al bisogno. Così, sia l’aumento dell’aliquota dall’11% all’11,5% operato con il DL n. 66/2014 che l’attuale previsto dal DDL Stabilità, che porta l’aliquota dall’11,5% al 20%, incidono sull’esercizio in corso e quindi operano retroattivamente dal 1° gennaio 2014. Con il singolare, e tutto italiano, effetto di premiare chi ha riscattato la propria posizione prima dell’entrata in vigore della norma. Penalizzando invece i “virtuosi” che sono rimasti iscritti al Fondo – in coerenza con la sua finalità previdenziale – e che si troveranno a fine anno con rendimenti maturati tassati per nove punti percentuali in più rispetto a chi è uscito riprendendosi i soldi. 

Altro che abbassamento della pressione fiscale. Questo intervento retroattivo, su un accumulo previdenziale medio di lungo periodo, incide per oltre 6.000 euro in più di tassazione e quindi di minor risparmio previdenziale sul singolo aderente. 

Dati che dovrebbero far riflettere chi, per le responsabilità che ha deciso di assumersi, dovrebbe quantomeno provare a spingere il proprio sguardo un po’ più il là della prossima scadenza elettorale.

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