24
Ott
2014

Una legge di stabilità da manuale. Se non fossimo in Italia—di Nicola Rossi

Riceviamo, e volentieri pubblichiamo, da Nicola Rossi.

Notoriamente l’Italia è un’economia in buona misura autosufficiente (il peso dei rapporti con l’estero non è nullo ma certo non è particolarmente rilevante) che soffre però da qualche tempo di un temporaneo significativo sottoutilizzo della capacità produttiva, evidente nei livelli di disoccupazione. Per fortuna, le condizioni della finanza pubblica non destano preoccupazione. E non solo nei flussi. Il livello di capitale pubblico – la dotazione infrastrutturale – è adeguato in tutto il paese ed il livello e le tendenze del debito pubblico non pongono problemi di sostenibilità.

Se questo fosse il quadro economico italiano, la Legge di stabilità appena varata sarebbe un provvedimento da manuale. Nel senso tecnico del termine: da manuale di Economia 1. Un modesto stimolo alla domanda interna attraverso una riduzione in disavanzo del carico fiscale valutabile, nella migliore delle ipotesi, in 7 o 8 decimi di punto (in non più di 4 decimi nella peggiore), pressoché interamente dedicati alla conferma di riduzioni già in atto (e sarebbe interessante capire cosa lascia supporre che la trasformazione a debito di un provvedimento temporaneo in permanente possa consolidare in qualche senso aspettative positive). Una ricomposizione marginale della spesa (più o meno 1 punto di prodotto) ottenuta spostando risorse da questa a quella voce ma in massima parte all’interno della spesa corrente e della sua dinamica attuale (che, non a caso, porta la spesa pubblica corrente primaria dal 44,6% del prodotto nel 2014 al 44,9% nel 2015). Nessun intervento inteso ad incidere sugli stock (se si esclude una contrazione ulteriore della spesa pubblica in conto capitale fissata all’1,2% del prodotto nel 2015 contro l’1,5% del 2014) ed in particolare sul livello e sulla dinamica del debito. Un compitino pulito, burocratico nella sua linearità, che deve aver impegnato le competenze governative in proporzione agli scarni risultati. È la stessa Nota di aggiornamento del Documento di economia e finanza a quantificare, infatti, in un decimo di punto l’impatto della Legge di stabilità sulla crescita del 2015. Come dire, paghi 7 e prendi 1. Niente male, per una televendita.

Ma… e se le cose stessero diversamente? E se il marziano di Ennio Flaiano, piombato a Roma, non avesse tutti i torti nel descrivere l’economia italiana come un’economia altamente integrata in un’area economica più ampia e a gran parte di essa legata da un accordo di cambio? E se insistesse a ricordarci che nel corso degli ultimi anni oltre 500 mila imprese sono evaporate (e con esse è scomparso il loro capitale fisico imprenditoriale) e che 6 disoccupati su 10 lo sono da più di un anno, il che implica che anche quel capitale umano è ormai andato? In altre parole che una bella fetta del nostro potenziale produttivo se n’è andata per non più ritornare? E se si ostinasse a sottolineare, indelicatamente, che solo tre anni fa il nostro debito ci aveva spinto sull’orlo dell’abisso? E che da allora è solo cresciuto?

Beh, se prendessimo sul serio il nostro marziano allora il nostro compitino pulito – pardon la nostra Legge di stabilità – diventerebbe un esercizio accademico lontano mille miglia dalla realtà. Un gesto inutile ed inutilmente costoso. E forse anche rischioso. Mutatis mutandis, un po’ come “l’inchino” – ormai passato alla storia – del capitano Schettino davanti all’Isola del Giglio (che ex post è difficile non definire una svolta).

Perché se il nostro marziano avesse solo un po’ di ragione, allora sarebbe facile concludere che, nelle condizioni date, buona parte dello stimolo fiscale alla domanda si tradurrà soprattutto in importazioni (e non serve, in questo caso, guardare speranzosi alla Francia: laddove una iniziativa dell’intera eurozona potrebbe forse funzionare, una iniziativa parziale – Francia, Italia e Grecia, i FIG, per fare solo un esempio – finirebbe solo per costarci in termini di spread, ammesso e non concesso che l’Unione possa tollerarla).

E poi, chi lo dice che lo stimolato potrebbe rispondere allo stimolo? Il solito marziano ci ricorderebbe che al centro dell’economia italiana sono oggi collocate due idrovore capaci di assorbire qualunque liquidità si formi nelle tasche delle famiglie e nelle casse delle imprese: le banche ed il fisco. Le prime stanno digerendo lentamente i problemi annidati nei loro bilanci – per lo più a carico delle piccole e medie imprese – e lo faranno ancora per qualche anno visto che nessuno a Roma ha considerato in passato e considera oggi il bancocentrismo come uno dei nostri principali problemi. Il secondo viene da quindici anni in cui si è spacciata per lotta all’evasione una normativa sulla riscossione in più punti incostituzionale. Che ha dato i suoi frutti, non c’è dubbio, ma non verso gli evasori. Risultato: se liquidità c’è va a coprire i piani di rientro bancari e le rateizzazioni Equitalia. E lo farà per i prossimi anni. È mai possibile – nota il nostro marziano – che l’esperienza degli 80 euro e del pagamento dei debiti della P.A. non abbia insegnato nulla?

Molto altro potrebbe aggiungere il nostro marziano: sulla intangibilità della spesa corrente e sul triste destino della spending review, sulla intoccabilità del patrimonio pubblico, sulla scomparsa del termine liberalizzazioni dai radar della politica economica, sulla incapacità di leggere i limiti strutturali del nostro mercato del credito, sulla indubbia genialità insita nello sforzarsi di dare un lavoro ai giovani svuotando simultaneamente la loro pensione futura. E sarebbe difficile non concludere, con lui, che prima ancora che nei numeri, la povertà di questa Legge di stabilità è nella lettura che si dà dello stato del paese. Nelle idee.

Farà danni, questa Legge di stabilità? Limitati, forse, se Jyrki Katainen farà fino in fondo la sua parte (come c’è vivamente da sperare). Farà del bene? Molto probabilmente no. Ma gli italiani ormai si accontentano di poco, tanto poco da considerare forse anche questa una svolta.

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8 Responses

  1. Francesco_P

    Io sono un fautore dello “E.T. TEST“, vale a dire: “cosa penserebbe un extraterrestre di certe scelte, di una certa organizzazione ovvero, a più larga scala, di una certa nazione”. Funziona benissimo quando si deve rivedere la consistenza di una analisi o di un progetto e può essere applicato con successo a questioni di ogni dimensione e complessità.
    Purtroppo l’Italia riuscirebbe a mandare in tilt la mente lucida del nostro osservatore:
    – stranissimi riti sindacali;
    – concertazione con le più improbabili corporazioni;
    – burocrazia a dir poco kafkiana;
    – leggi che si contraddicono, molte delle quali non si sa se sono ancora in vigore o sono state abrogate;
    – giustizia colabrodo in una nazione che confonde il diritto con il “cavillo”;
    – un sistema che, non sapendo pensare al futuro e neppure gestire il presente, decide di riscrivere il passato mediante la retroattività delle leggi e delle normative;
    – ecc.
    Oggi nel Bel Paese si vendono persino le nuove tasse in offerta premio con lo sconto di 80 euro, ma solo per alcuni, con perfetta tecnica da consumato televenditore.
    Il nostro osservatore neutrale non avrebbe difficoltà a riconoscere che l’Italia manifesta aspirazioni autolesioniste e suicide e che l’autodistruzione economica dipende prevalentemente dalla irrazionalità con cui viene gestita la cosa pubblica. Peraltro, questa tendenza a complicarsi la vita da soli fino alle estreme conseguenze è allegramente accettata dai più. Il nostro extraterrestre non riuscirebbe a comprendere il perché. A causa della lucidità del suo pensiero, il nostro E.T. non riesce a concepire che nella illogicità non è necessario un “perché”.

  2. Marco

    mi sono fermato alle prime righe
    trovare interessante un provvedimento cervellotico mi fa rabbrividire
    Lo stimolo non si canalizza su una fascia medio bassa di reddito ma si generalizza usando l’innalzamento della no tax area della massa monetaria che si desidera (meglio SI PUO’) impiegare come stimolo per una semplicissima ragione, coloro che ne beneficiano sono la platea che DOVRA spenderla il più rapidamente, perché famiglie o individui con le minori possibilità di risparmio (per definizione)
    E’ infatti risibile pensare che i beneficiari col poco di economia che possano sapere possano aver fiducia in una decurtazione che non ha un finanziamento strutturale e viene fatta a debito con una bella stampata di BTP

  3. Carlo Ghiringhelli

    Egregio professore Rossi, consento su tutto quanto Ella scrive.
    Tuttavia le analisi svolte mi suggeriscono una riflessione sul problema che resta sullo sfondo. Alludo al problema capitale della selezione del ceto dirigente in senso lato, che rinvia ai sistemi di educazione e formazione.
    Io osservo, poichè so che è un approccio più prudente rispetto all’intervento interpretativo simpliciter che può a volte essere rischioso, arbitrario, fuorviante, che tali sistemi, or sono alcuni decenni, che non funzionano più in Italia (e non solo).
    Grazie della Sua attenzione.

  4. francine

    Bell’articolo.Purtroppo in Italia niente di nuovo come da decenni a questa parte.D’altra parte se gli italiani sono contenti o addirittura protestano contro il nulla che si fa,noi abbiamo ben poco da sperare..

  5. alberto del nunzio

    C’è qualcosa che mi sfugge. Leggiamo in continuazione le parole di qalificati opinionisti ed economisti che dicono tutti e sempre le stesse cose. Con qualche sfumatura diversa, ma, nella sostanza, le varie ricette sono le stesse. Ora questo vuol dire che tutti, o quasi tutti (diciamo nel 90% dei casi),sanno cosa si dovrebbe fare (lotta agli sprechi, costi standard, taglio delle spese, riduzione della pressione fiscale, meno burocrazia, e chi più ne ha più ne metta). E’ possibile che solo chi ci governa non sappia mai fare le cose giuste? E abbiamo visti governi e governanti di ogni tipo! Lo stesso professor Rossi, se ben ricordo, è stato per molti anni molto vicino al PD e a Massimo D’Alema: non uno qualunque. E dunque? AL punto in cui siamo non siamo arrivati per caso, ma abbiamo fatto un lungo percorso, sbagliando sempre, evidentemente, tutto o quasi. Abbiamo dato chances a tutti: destra, sinistra, politici, professori, nani e ballerine. Evidentemente c’è dell’altro che non va. Io, va da sè, non sono all’altezza di dare ricette, ma sono sicuramente in grado di porre il problema. Ed aspettare che qualcuno voglia illuminarmi in merito. Ci siamo stufati di tutto e di tutti!

  6. maboba

    “Molto altro potrebbe aggiungere il nostro marziano: sulla intangibilità della spesa corrente e sul triste destino della spending review, sulla intoccabilità del patrimonio pubblico, sulla scomparsa del termine liberalizzazioni dai radar della politica economica, sulla incapacità di leggere i limiti strutturali del nostro mercato del credito, sulla indubbia genialità insita nello sforzarsi di dare un lavoro ai giovani svuotando simultaneamente la loro pensione futura. E sarebbe difficile non concludere, con lui, che prima ancora che nei numeri, la povertà di questa Legge di stabilità è nella lettura che si dà dello stato del paese. Nelle idee.”
    Immagine chiara ed esemplare.
    Si sperava, e ancora molti sperano, che Renzi in questo fosse solo “frenato” dalla fronda interne del suo partito, dall’apparato burocratico etc. un po’ come prima era avvenuto per Berlusconi. Purtroppo si intravvede che, come il B. prima di lui, si limiti a “enunciare” i problemi, a declamare la volontà di cambiare tutto quello di cui sopra, ma in realtà come il Berlusca si trovi invece molto a suo agio nel non cambiare la sostanza della situazione e gli basti il godimento dovuto al potere, di essere benvoluto dai più, di avere un’immagine vincente.

  7. MG

    Le sue tesi partono da ipotesi che nulla attengono alla realtà…Quindi i marziani purtroppo non sono atterrati di recente ..ma ce li abbiamo già ai vertici del potere da circa 40 anni. La contabilità che porta alla stima del calo del PIL ed alle 500.000 imprese “evaporate”, purtroppo per noi, non tiene affatto conto degli n-indotti locali e degli impatti positivi e quindi negativi sul tessuto sociale locale che ogni impresa, anche la piu piccola, ha a seconda che sia viva o “evaporata”. Questo significa che il calo certificato del 25% porta con se un calo potenziale che si trasformerà in calo effettivo tra massimo 1 anno, di un altro 20% visto che per 1 Euro di fatturato di una impresa si creano almeno 20 centesimi di fatturato nelle imprese che a questa forniscono beni e servizi. Allo stato attuale il nostro Governo ha fatto leggi per non fare o meglio ostacolare il piu possibile l’usicta di capitali fuori dal Paese (ma questo significa che se chiudi “le porte” blocchi il flusso in uscita..ma anche in entrata) si è dato alla finanza specualtiva attraverso emissioni di titoli di stato (si ho detto proprio “speculativa” perche quando uno stato è in queste condizioni..anche gli high grade bond ..sono “speculazione” e non investimenti) utilizzando come “margin account”..il salvadanaio della nonna…cioè quei pochi soldi che ancora ci sono messi da parte da generazioni di lavoratori che si sono fatti un mazzo cosi…E lei questa me la chiama una “Legge di stabilità da manuale”?…Come ha gia detto qualche economista americano di cui ora mi sfugge il nome, questa è una “stabilità” di tipo cimiteriale..da campo santo insomma.

  8. Henri Schmit

    Bellissimo articolo che mi trova perfettamente d’accordo. Preferirei però un articolo più asciutto, più diretto, che poi aggiungesse alle critiche (condivise) delle idee propositive per un intervento pubblico ritenuto adeguato. Sarebbe probabilmente una risposta alla domanda: che cosa (e quante cose) fare per far partire l’investimento privato? Sarà un compito immenso! Meglio cominciare subito.

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