11
Ott
2014

Genova: shit happens, ma qui un’intera classe dirigente ha fallito

Purtroppo ci sono disastri destinati a rimanere senza colpevoli. L’alluvione di Genova, che ancora una volta ha ucciso, appartiene a questa categoria. Cio’ non significa che non vi siano responsabilita’ profonde e diffuse.

 Naturalmente ci saranno inchieste e accuse, ma sarebbe ingiusto imputare il disastro, del tutto o prevalentemente, al sindaco o al presidente della regione o al prefetto o a chi volete voi. La principale causa della tragedia – che avrebbe potuto essere anche molto piu’ grave se la furia della pioggia si fosse scatenata di giorno anziche’ di notte – e’ l’acqua caduta dal cielo, con intensita’ e per una durata del tutto eccezionali. Stante la situazione genovese, era fisiologico che le onde di piena uscissero dal letto dei torrenti e combinassero dei guai.

Quello che non era e non e’ fisiologico e’, piuttosto, qualcos’altro, che non e’ riconducibile a specifici individui, ma che dipende da una responsabilita’ condivisa dalle classi dirigenti regionali e cittadine degli ultimi decenni. Quello che non era e non e’ fisiologico, cioe’, e’ il sistematico fallimento dell’intera catena della prevenzione e gestione del rischio idrogeologico. Partendo dal fondo e andando a ritroso, gli allagamenti sono avvenuti nella totale assenza di misure di crisis management; e’ mancata la capacita’ di anticipare quello che sarebbe stato un evento estremo e di lanciare gli opportuni allerta; la manutenzione degli alvei dei torrenti e dei versanti sulle alture e’ stata assente; e soprattutto, come ha scritto il direttore del Secolo XIX, Alessandro Cassinis, sull’edizione di ieri del quotidiano ligure, resta l’amaro in bocca per il fatto che “tre anni dopo [l’alluvione del 2011] non e’ cambiato nulla”. La situazione sarebbe ancora peggiore se un enorme aiuto non fosse arrivato dall’unico vero servizio pubblico che ha garantito continuita’ e granularita’ delle notizie: la stampa locale e soprattutto l’emittente televisiva (privata) Primocanale, che con le sue dirette e’ diventata la principale fonte d’informazione cittadina (complimenti e grazie a Luigi Leone, Mario Paternostro, Francesca Baraghini e a tutti i loro colleghi).

Tutto cio’, ripeto, non e’ “colpa” di questo o di quello, se non nella misura in cui questo e quello sono stati complici dello dello status quo e non sono riusciti a cambiare le cose, raddrizzando tutto quello che e’ andato storto. Anche a prescindere dall’efficacia dell’allarme e dunque della risposta, va da se’ che l’impressionante sequenza di alluvioni che hanno investito Genova negli ultimi decenni denuncia la totale assenza della prevenzione del rischio idrogeologico. Che la copertura del Bisagno – e degli altri torrenti che attraversano la citta’ – sia una bomba pronta a esplodere ogni tre per due lo sanno anche i sassi, e lo sanno virtualmente da sempre. Perche’, allora, non si fa niente? Le risposte standard sono due, entrambe vere ed entrambe, al tempo stesso, false: troppa burocrazia e pochi soldi.

La burocrazia e’, evidentemente, una piaga. Gli stessi lavori che finalmente avrebbero dovuto mettersi in moto dopo l’evento del 2011 sono tuttora fermi al Tar. Questo non e’ un problema di Genova, ma un problema italiano: il capo della Protezione civile, Franco Gabrielli, lo ha detto senza mezzi termini. L’idea che i soldi siano stanziati, i progetti approvati, e che la citta’ sia ostaggio della magistratura fa ribollire il sangue, all’indomani della tragedia. Ma – e questo e’ il dramma – appariva perfettamente tollerabile fino al giorno prima. Anzi, piu’ che tollerabile: voluta e inseguita, se e’ vero come e’ vero che ogni volta che si muove una ruspa nasce un comitato di cittadini, naturalmente preoccupati per l’ambiente, pronti a sdraiarsi sulla strada e avviare cause infinite. Per giunta, e’ necessario fare uno sforzo e restare freddi: un anno o tre anni di ritardo sono una piccola frazione dei trenta o quarant’anni passati invano, nella consapevolezza dei rischi esistenti, e nell’assenza delle opere che avrebbero potuto – se non risolvere – quanto meno ridurre i rischi. Perche’ anche questo va detto: Genova e’ costruita come e’ costruita, per una molteplicita’ di ragioni e in virtu’ della sua storia. Quindi, o si radono al suolo interi quartieri (per inciso: il condominio maledetto di via Fereggiano 2, dove persero la vita 5 persone nel 2011, e’ ancora, ovviamente, al suo posto, e anche giovedi’ notte, ovviamente, e’ andato sott’acqua). Oppure bisogna convivere con un rischio che puo’ solo essere gestito. Per esempio realizzando il canale scolmatore di cui si parla da decenni.

Il che conduce al tema dei soldi. Certo, mancano i soldi: o, almeno, mancano se si pensa di cavarli dal nulla dall’oggi al domani (e speriamo che il governo riesca a trovare qualche finanziamento, perche’ altrimenti ogni anno continuera’ a essere un tiro di dadi). Ma i soldi non mancano oggi: mancano sempre. La scomoda verita’ e’ che i soldi non e’ che non ci fossero: e’ che sono stati spesi altrove, dando (legittimamente) la priorita’ ad altre spese. Quali? Basta guardare il bilancio del comune di Genova (o, se e’ per questo, della regione Liguria) per avere la risposta. Genova e la Liguria non hanno capacita’ di investire nel territorio perche’ da anni hanno abdicato a questo ruolo, preferendo utilizzare ogni euro disponibile per mantenere giganteschi centri d’impiego scarsamente produttivi. Per fare un solo esempio: le societa’ partecipate dal comune di Genova, Amt e Aster in primis, sono carrozzoni succhiasoldi che potrebbero svolgere (meglio) le stesse funzioni a un costo significativamente inferiore. Parte della differenza avrebbe potuto essere usata per finanziare le opere necessarie.

Il caso dell’Arpal e’ eloquente. L’agenzia e’ sotto accusa per non aver saputo prevedere la tempesta o, meglio, per l’incredibile tiramolla “lancio-o-non-lancio-l’allarme” che si e’ trascinato per tutta la giornata di giovedi’, concludendosi con un messaggio tranquillizzante a poche ore dall’Apocalisse (la vicenda e’ ricostruita oggi sul Secolo da Daniele Grillo e Matteo Indice). Onestamente non so se si tratti di un’accusa sostenibile: non ho le competenze per valutare i modelli utilizzati. Quello che pero’ e’ evidente e’ che Arpal e’ una struttura che come minimo si contraddistingue per una pessima organizzazione del lavoro. Qualche amico mi dice che sia sotto organico: forse e’ vero, forse servirebbe “sangue fresco”. Ma certamente non manca sangue ben retribuito: Arpal, che ha ricavi per circa 26 milioni di euro e perdite per 1,2, ha spese per il personale pari a circa 16 milioni, di cui grosso modo un terzo serve a remunerare 49 dirigenti (ringrazio Alessandro Pitto per la segnalazione). Tali dirigenti avranno pure eccellenti competenze professionali, ma faticano a far filare la macchina: o almeno cosi’ pare a guardare il tasso di assenteismo del 21%, con punte in alcuni uffici del 50%.

Uno dice: si’, ma che ci fai coi 5, 10 o 20 milioni di euro annui che potresti risparmiare? Sono poca roba, rispetto all’enormita’ degli investimenti richiesti. Vero. Ma a) una seria spending review su tutte le partecipate e gli stessi enti pubblici potrebbe far emergere molto piu’ di questo, e soprattutto b) 5, 10 o 20 milioni sono probabilmente pochi, ma l’integrale di 5, 10 o 20 milioni all’anno per 5, 10 o 20 anni fornisce esattamente quelle risorse che sono mancate e che oggi vengono (inevitabilmente e persino giustamente) chieste a Roma.

Allora la triste verita’ di Genova e’ che qui si e’ preferito pagare stipendi a fare investimenti, nascondendosi ogni volta dietro un dito di per se’ perfettamente ragionevole, all’apparenza. Ma il risultato di questa prolungata politica di elargizione e’ che oggi la citta’ (e, invero, la regione: l’entroterra e’ una teoria ininterrotta di frane) e’ del tutto impreparata ad affrontare l’emergenza, e l’emergenza stessa coincide con la normalita’.

Purtroppo, vale quello che valeva tre anni fa: shit happens, bisogna esserne coscienti e sapere che non ci si puo’ fare nulla. Ma c’e’ molto che possiamo fare per limitarne le conseguenze, e l’aver sistematicamente dato la precedenza sugli investimenti a spese correnti di dubbia utilita’ e’ un clamoroso fallimento collettivo delle classi dirigenti genovesi e liguri.

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16 Responses

  1. robyv

    Ogni volta che capita qualcosa si da la colpa alla “burocrazia” che impedisce di fare ciò che serve in tempi umani e non biblici, ma la “burocrazia” non è un essere vivente anonimo che può fare quello che vuole, è formata da esseri umani con nomi e cognomi sconosciuti a tutti ma che imprigionano le vite e gli stati, quando si comincerà ad obbligare i signori “burocrazia” a prendersi le proprie responsabilità pubblicando le loro generalità? Chi sono i titolari delle aziende che depositano i ricorsi se non vincono le gare d’appalto? Chi sono i magistrati che devono emettere una sentenza ed impiegano anni per farlo? Chi sono i parlamentari che con i loro emendamenti permettono che vengano emanate leggi per ostacolare ogni iniziativa? Chi sono i componenti rappresentativi dei comitati NO TUTTO che soffocano l’Italia e le impediscono di muoversi?

  2. Stavolta sono in quantomeno parziale disaccordo con l’ottimo Stagnaro.
    Non è appropriato, direi, dare la colpa di quanto è accaduto alle classi dirigenti. O meglio, la si può dare, sì, ma non tanto in senso specifico, quanto piuttosto in senso lato. La questione non riguarda solo la gestione del territorio, ma tutta la vita associata della comunità civile.
    Ovvero, la questione ha a che fare col modello di sviluppo. Che è poi quello keynesiano della “società dei consumi”, fondato sull’espansione incontrollata del debito pubblico, sull’inflazione programmata come strumento di governo, sulla destrutturazione pianificata dell’anima del popolo operata dalle classi dirigenti, indotta dalla perdita del senso del lavoro. In ultima analisi, dalla perdita del senso del vivere… e anche del senso del morire.
    Approfondisco il tema, più specificamente circa il lavoro, qui
    http://lafilosofiadellatav.wordpress.com/fiatpomigliano-darcomelfi-come-mettere-a-frutto-la-lezione-di-pier-luigi-zampetti-per-risolvere-il-conflitto-tra-capitale-e-lavoro/
    E’ evidente che il modo di costruire – in modo evidentemente disarmonico – e di vivere le nostre città è strettamente correlato a quanto ho detto sopra, ed è questo che provoca i noti, frequenti e ripetuti dissesti idrogeologici nel nostro Paese:
    http://lafilosofiadellatav.wordpress.com/2014/01/25/il-treno-in-bilico-sulla-scogliera-mentre-lo-stato-vuol-fare-la-tav-torino-lione-e-il-simbolo-ditalia/.
    Allora, direi che il punto è che:
    1. le classi dirigenti sono fatte di quelle persone che hanno scelto di guadagnarsi da vivere convincendo ideologicamente il popolo che quello ispirato al “materialismo edonistico” era l’unico modo di vivere. Questa è la loro colpa, in senso lato.
    2. Ma è anche vero che il popolo si è lasciato volentieri imbonire dalle promesse impossibili fatte dai suoi rappresentanti politici. Quindi, in certo modo, in modo specifico eravamo tutti consenzienti a tirar su i condomini sui letti dei torrenti, ad asfaltarne il corso, a cementificare ad oltranza in ogni contesto, per averne di ritorno “progresso & sviluppo”, lavoro, eccetera eccetera. Quindi, la responsabilità è di tutti, non solo delle classi dirigenti.
    3. D’altronde, in pratica non poteva andare che in questo modo. In pratica, la possibilità di scelta non c’era, poiché al popolo è sempre stato fatto il lavaggio del cervello, a cura dei poteri oligarchici che comandano la musica in regime di democrazia rappresentativa, privo di sussidiarietà, che – in pratica – ha già fisiologicamente virato in oligarchia. Al popolo, frastornato con paura, confusione e minacce di impoverimento – o con la lusinga di prospettive di arricchimenti facili – la Storia insegna che si può imporre di tutto. Anche un paio di guerre mondiali. Oppure – per essere ancora più chiari – ancora oggi si prova a far credere al popolo che, se si sacrificherà, l’economia si riprenderà, che tornerà la “crescita”, che ci sarà ancora il lavoro, nonostante solo nel nostro Paese si facciano un 150-200.000 aborti l’anno. Come se questa fosse una cosa normale. Credete che non si sia alcun nesso fra questo dato e la crisi della nostra civiltà, credete che non conti la scelta fra “vitale” e “mortale”?… Fate voi, questo è un paese libero ;-))).
    4. Quindi, Genova 2014, piuttosto che Genova 2011, le alluvioni a Milano, alle Cinque Terre, nel modenese, in Sicilia, in Campania, in Puglia, in Toscana, in mille posti d’Italia, sono solo tasselli parziali di una partita molto, molto più grande. Comunque, la buona notizia è che la soluzione al problema c’è: è la “società partecipativa”. I dettagli nel primo testo che ho linkato.

  3. LucaS

    Non conoscevo nel dettaglio la situazione di Genova ma ero sicuro che fosse esattamente cosi: tanta gente pagata per non fare un tubo e investimenti necessari che non si fanno. E cosa ancora peggiore: se qualcuno propone di licenziarli per fare gli investimenti l’opinione pubblica si oppone in massa… poi che non si lamenti se succedono questi disastri! E’ la stessa gente che se la prende coi politici ad aver causato indirettamente questi disastri!
    Adesso che non possono incolpare la Germania o l’Euro o le scie chimiche voglio proprio vedere a chi daranno la responsabilità… ridicoli loro e chi li ha votati!

  4. Francesco_P

    Vox populi, vox dei. “L’articolo 1 della Costituzione si scrive in altro modo, ma si legge: “L’Italia è una repubblica cavillocratica fondata sul ricorso.
    Il caso di Genova è emblematico. I finanziamenti per eseguire importanti lavori sul torrente Bisagno sono fermi da tre anni per via dei ricorsi al TAR. La colpa è tutta e solo della magistratura? La magistratura ha le sue colpe, ma occorre tenere presente che:
    – esiste una sostanziale sovrapposizione di competenze fra Stato Centrale, Enti locali, e altri Enti coinvolti nelle scelte;
    – ogni decisione relativa al territorio è soggette alla possibilità di blocco anche da parte di Enti non elettivi;
    – la legislazione e le normative sono contraddittorie, lasciando aperti spazi alle contestazioni;
    – le normative sulle gare sono anch’esse contraddittorie e non seguono gli stessi criteri di efficienza del settore privato;
    – ecc.
    Di fatto tutto concorre a bloccare l’Italia. Chi vive bene fra le sabbie mobili della fetida e pericolosa palude sono i faccendieri, i politici, i corrotti e i funzionari pubblici deresponsabilizzati.
    Si tratta di un sistema da abbattere e ricostruire ex novo, altrimenti non potremo mai pensare di migliorare la nostra situazione e tornare ad avere un futuro.
    – – – – – – – – – – – – – – –
    Purtroppo Genova è una celle zone più soggette a fenomini alluvionali violenti, improvvisi e non prevedibili. I modelli a larga scala che sono utilizzati per le previsioni (ECMWF , GFS, NOGAPS, GEM, ecc.) possono mettere in evidenza il presentarsi delle condizioni favorevoli allo sviluppo di celle temporalesche particolarmente attive (1), ma non possono prevedere ogni singolo evento locale.
    I nubifragi sono originati dall’interazione delle correnti umide sud occidentali, richiamate dai flussi perturbati atlantici, con la complessa orografia appenninica e prealpina. Infatti il rischio idrogeologico è diffuso su tutto il territorio nazionale e Genova rappresenta una delle aree di maggiore rischio fra tante aree ad alto rischio.
    NOTA
    (1) Le celle temporalesche in questione si presentano frequentemente in sequenza e sono in grado di scaricare in poche ore 100, 200 o più mm di pioggia su aree limitate, generalmente situate alla testata delle valli.
    100 mm di pioggia su 1 Km quadrato significano 100.000 tonnellate di acqua da scaricare in un torrente; pensate alla massa d’acqua che si riversa in un torrente da un’area di soli 15 km quadrati interessata da 200 mm di precipitazioni cadute in un paio d’ore o meno!

  5. magolino

    …al di sopra di tutte le giustissime valutazioni/considerazioni/ dei perchè e percome etc…che leggo…le Istituzioni dovrebbero/ ovrebbero dovuto provvedere alla pulizia degli alvei dei fiumi/torrenti/bei cosa che, ovviamente per IGNAVIA, non ha negli anni ed anni, mai fatto. Penso che, questo, non sia avvenuto/avvenga solo a Genova. La pulizia è sempre avvenuta a distrastro compiuto cioè con le esondazioni “operative al massimo” dove tutte/i i “corpi” consolidati negli alvei come alberi/arbusti oramai a livello di foresta amazzonica, oggetti/corpi solidi, tutti ostacolanti il deflusso delle acque ed oggi ben visibili lungo le strade facendo sì, che questa, -come sempre avviene con l’acqua- trovasse da sola la via di “fuga” più comoda e meno “ostacolante ” per lei verso da noi, a Genova, il mare e quindi defluendo nelle strade vicinori: come sempre è stato. Certamente, la pulizia degli alvei non è la panacea di difesa dagli esondamenti ma…può senz’altro alleviarne le tristi conseguenze. Purtroppo, la pioggia in questi giorni in Genova, si era mostrata sotto la forma di “acqua a catinelle”…..concludo con un aforisma: …si vive per il presente, si sogna per l’avvenire, imparando dal passato….Saranno capaci le nostre Istituzioni…etc etc….Mah!
    Ke Linse

  6. Angelo

    Mi ha molto colpito il senso del discorso fatto a Genova dal capo della Protezione Civile, Gabrielli, sulla questione dei soldi per gli interventi resi disponibili, gare d’appalto fatte e bloccate da ricorso di giustizia amministrativa. Dice Gabrielli, in sintesi, che lo Stato ed il suo sistema tanto articolato in questo caso non ce la fa a proteggere i cittadini.
    Io la leggo come una specie di revisione della “vecchia” Protezione Civile, quella di Bertolaso (e Berlusconi…) che aveva di fatto in mano gli appalti per le opere d’interesse generale con procedure di emergenza… Al netto delle chiamiamole “storture” emerse, se ci fosse un intervento “di sistema” da mettere in atto per dare risposte alla oggettiva carenza di sicurezza della gente in certe zone d’Italia (penso ad esempio alla questione generale delle bonifiche nelle aree SIN ma anche opere di interesse generale bloccate…) i poteri speciali da dare alla Protezione Civile sarebbero una possibile soluzione. Una di quelle cose che Renzi, personaggio che come si vede se vuole non guarda in faccia a nessuno, potrebbe anche immaginare come una delle riforme da mettere in atto.

  7. Filippo

    Non penso che la magistratura sia responsabile di questa situazione,malgrado innegabili tare,ma se le leggi sono quelle e permettono a quasi chiunque di bloccare ogni cosa con denunce ricorsi e altri strumenti direi che sarebbe ora di cambiare queste regole e rendere più snelli i processi decisionali.invece qui si perde tempo prima con il Senato e poi con la polemica sull’art.18
    Fossi un genovese che a tre anni di distanza si è ritrovato a vivere di nuovo una tragedia di questo tipo farei le barricate in mezzo alla strada e darei l’assalto a tutti i simboli di questo stolto potere buono solo a distribuire poltrone e stipendi.Ma evidentemente in Italia siamo ormai assuefatti a queste cose quindi avanti così fino al prossimo disastro.Mi dispiace per l’amaro sfogo ma mi sembra sempre di più di assistere ad un lento ma inesorabile peggioramento generale del vivere in Italia.

  8. benedetto costa b

    Meritiamo di più
    Mi sono commosso, e tutte le persone che conosco si sono commosse. a vedere quanti genovesi, soprattutto ragazzi si siano rimboccati le maniche per provare a mettere un po’ d’ordine nel disastro.
    Poi come per tutti è montata la rabbia con la certezza che meritiamo di più.
    Genovesi, mugugnoni, si rimboccano le maniche! ma lo stesso sarebbe successo in tutta l’Italia, perché siamo una Nazione stupenda, abbiamo inventiva cuore e passione.
    Sono gli Italiani che hanno cambiato il mondo. Telefono, radio, energia atomica, personal computer, solo per rappresentare alcune delle idea che dall’Italia sono partite per il mondo ritornandoci oggi, in tasca, come una rivoluzione.
    Siamo pragmatici, c’è un problema, ci rimbocchiamo le maniche e lo risolviamo.
    Meritiamo di più del solito peana di colpevoli, ieri il Sindaco oggi l’ARPAL, e dei soliti eroi, qui purtroppo oggi come quarantaquattro anni fa gli Angeli del Fango.
    Meritiamo di più di questo panegirico di parole per evitare di fare qualcosa, perché fare significa prendersi delle responsabilità.
    Meritiamo di più di questa amministrazione, tutta, che di fronte ad una diffida ferma tutto per paura di essere accusata un giorno di avere scelto,
    Meritiamo di più di questi Giudici, amministrativi e non, che non rifiutano mai un blocco delle opere, tanto nessuno mai gli sequestrerà la casa per i danni di questa ennesima alluvione. Ma le banche non avranno problemi con i negozianti devastati.
    Meritiamo di più di un sistema in cui i bistrattati politici mi paiono cortigiane, invitate alla corte del Re Sole, pronte ad arraffare le briciole perché consce che verranno cacciate appena non serviranno più perché non più attraenti.
    Meritiamo di più di vent’anni a pulirsi la bocca coi cambiamenti climatici per fare delle leggi che han solo tolto ai poveri per dare ai ricchi
    Meritiamo di più di un sistema che non decide perché nelle emergenze c’è sempre chi ci guadagna.
    Meritiamo di più perché quasi tutti noi siamo onesti, ci facciamo il mazzo, e rispettiamo l’errore di chi sbaglia perché fa, e non possiamo, non dobbiamo accettare che un sistema si sia educato a non decidere perché “chi non sbaglia deve essere promosso, chi non fa non sbaglia ergo…”
    Meritiamo di più delle leggi imbecilli che salteranno ancora fuori e renderanno sempre più difficile la vita a noi onesti dando un ulteriore vantaggio ai pochi disonesti.
    MERITIAMO DI PIÙ

  9. roberto

    Egregio,
    tutto vero , ma la burocrazia ha nomi e cognomi.
    Quindi chi ha responsabilità e fallisce non ha più diritto di stare al suo posto perchè non è in grado di fare il suo lavoro…questo in un paese normale.
    leccarsi le ferite non serve a niente e scusate la brutalità.
    Ci siamo abituati a tollerare cose che in altri paesi non riescono nemmeno a capire !
    Per i soldi che ogni volta mancano ma che in realtà ci sono, basta eliminare i 260 milioni di euro/anno dei vitalizi , somma non dovuta e letteralmente rubata alle casse pubbliche e destinarli alle emergenze.
    Ma se continueranno a stazionare in certe cariche gli stessi soggetti di 30 anni fà, faremo solo chiacchere inutili.
    Quandrò vedrò quancuno che fà fatti concreti cambierò idea.
    Fino ad oggi questo rimane un paese mafioso con comportamenti mafiosi e conseguenti problemi.
    RG
    RG

  10. Gianfranco

    Mi spiace, ma non mi interessa un bel niente di Genova.

    Qui non si tratta di un aereo che cade o di un terremoto. Qui si tratta di acqua che ogni anno cade dalle nuvole ed accoppa un genovese.

    Dopo tutti questi anni, se non hanno ancora fatto nulla, significa che ai genovesi sta bene cosi’. E chi sono io per oppormi al loro volere?

    Chi sono io per ricordare che la “politica”, specie quella “amministrativa”, ha tra le sue prerogative quella della gestione del territorio?

    Qui non si parla di una citta’ ostaggio della camorra. Si parla di una delle culle della civilta’ irredentista italiana (I bimbi d’Italia. Si chiaman Balilla)

    Chiedo scusa a tutti i genovesi che potrebbero leggere questo intervento: la mia non vuole essere una critica. Finche’ crepano loro, liberissimi di farlo.

    Saluti
    Gianfranco

  11. polipolio

    Articolo condivisibile MA il TAR, stavolta non ha colpe.
    Gara iniziata nel 2010 assegnata (malamente direi, ma questo è altro discorso) nel 2012 Ricorso al Tar con richiesta cutelare di sospensiva (rigettata con la motivazione che è prioririo per il pubblico l’interesse di messa in sicurezza).
    Sentenza del Tar di Genova a marzo 2013 che dà ragione ai ricorrenti e torto all’amministrazione, ricorso di questa al consiglio di stato che annulla (gennaio ’14) la precedente sentenza per incopetenza territoriale.
    Insomma i lavori son stati sospesi da marzo ’13 a gennaio ’14.

  12. Marco

    Ha fallito in ITALIA il concetto di meritocrazia a favore della FURBERIA
    si inonda il Seveso da 60 anni e Genova da altrettanto
    Poi avvengono le stragi del Vaiont o della Campania o della Sicilia
    PERCHE’
    gli uffici tecnici ubbidiscono ai voleri politici In alto si prendono tanti soldi o tanti voti (potere) più in basso un po’ meno ma tanti, dalle segretarie che sanno agli acquisti che maramaldeggiano ai consulenti che redigono, che valutano ecc
    Io predico di ridurre i comuni a 1000 e le regioni a 8 per fermare le cosche di politici avide ancor più di quelle mafiose che poggiano su solide basi di pistoleri mentre i politici possono essere abbandonati da un emergente ben sponsorizzato o da un comico incazzato e quidi devono realizzare il tesoretto HIC ET NUNC
    non prendiamoci per i fondelli quando parliamo di meritocrazia
    MAI INSEGNARLA A SCUOLA O ALL’UNIVERSITA’ si riempiono le organizzazioni di pierini “rompicoglioni” …….. va tanto bene il consociativismo…..tra uomini di mondo che baciano la mano che ti imburra il pane NEH?

  13. Gianfranco

    Sorrido.

    Il problema italiano non e’ “ci vuole meritocrazia”.

    Il problema, il Grande Problema Italiano, culturale e’: “ci vuole meritocrazia, ma gia’ che ci siamo applichiamola a tutti meno che al sottoscritto.”

    Not In My Back. Senza yard. 🙂

    Cordialmente
    Gianfra.

  14. Francesco_P

    Egregio Marco, 14 ottobre 2014,
    Il fenomeno delle piene improvvise e impetuose è molto più antico di quanto normalmente non si pensi. Praticamente dopo la fine della Glaciazione Wirm (11.000 anni fa) si è instaurato il regime delle perturbazioni atlantiche che, al loro arrivo, richiamano correnti dai settori meridionali che si caricano di umidità sul mediterraneo.
    In provincia di Alessandria c’è un paese dal nome emblematico: Alluvioni Cambiò. Basta guardare Google Earth e si scopre che si trova alla confluenza del Tanaro, che ha appena ricevuto le acque del Bormida, con il Po.
    Questo è il link a un’immagine del Ponte del Diavolo di Lanzo Torinese : http://www.vbs50.com/foto/fotocitta/LanzoTorinese/slides/Parco%20Ponte%20Del%20Diavolo%20Lanzo%20-%20IL%20PONTE%20DEL%20DIAVOLO_009.html
    edificato nel 1378. Si noti l’altezza dell’arcata (16 metri), adatta a impedire l’accumulo di tronchi e detriti durante le piene della Stura. Nel XIV secolo erano più intelligenti di noi pur essendo privi di tutte le conoscenze attuali e di internet.
    Interessante anche questo articolo : http://www.corriere.it/ambiente/14_marzo_17/italia-70percento-frane-europee-daa14c9e-ade7-11e3-a415-108350ae7b5e.shtml .
    Ovviamente la stima di una frana ogni 600 metri quadri di territorio include anche le frane di dimensioni minime, che, quando si mettono in movimento, scaricano al più qualche sasso sulle strade o aprono delle crepe nelle case senza minarne la staticità.
    Non parliamo poi del rischio sismico diffuso praticamente su tutto il territorio della Penisola e del rischio vulcanico. In compenso dal Chile all’Indonesia, dall’Alaska al Giappone, ecc., stanno decisamente peggio di noi quanto a rischi connessi alla natura del territorio.
    Di fronte a questa situazione ci troviamo a fare i conti con la totale cecità della politica e dello Stato e con un sistema legislativo e normativo che impedisce di fare qualsiasi cosa. Questa situazione di blocco ha origini antiche e mostra – semmai necessario – che l’Italia così com’é non può funzionare.
    Per il resto, con me sfonda una porta aperta.

  15. diana

    @Francesco:

    ma in Italia non ci facciamo troppi problemi ad aggirare le leggi che a nostro parere ci ‘bloccano’, vedi alla voce abusivismo (che, collegandomi al tuo intervento, forse non sarebbe così radicata se non ci fossero stati tanti bei condoni…)

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