Genova: shit happens, ma qui un’intera classe dirigente ha fallito

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Purtroppo ci sono disastri destinati a rimanere senza colpevoli. L’alluvione di Genova, che ancora una volta ha ucciso, appartiene a questa categoria. Cio’ non significa che non vi siano responsabilita’ profonde e diffuse.

 Naturalmente ci saranno inchieste e accuse, ma sarebbe ingiusto imputare il disastro, del tutto o prevalentemente, al sindaco o al presidente della regione o al prefetto o a chi volete voi. La principale causa della tragedia – che avrebbe potuto essere anche molto piu’ grave se la furia della pioggia si fosse scatenata di giorno anziche’ di notte – e’ l’acqua caduta dal cielo, con intensita’ e per una durata del tutto eccezionali. Stante la situazione genovese, era fisiologico che le onde di piena uscissero dal letto dei torrenti e combinassero dei guai.

Quello che non era e non e’ fisiologico e’, piuttosto, qualcos’altro, che non e’ riconducibile a specifici individui, ma che dipende da una responsabilita’ condivisa dalle classi dirigenti regionali e cittadine degli ultimi decenni. Quello che non era e non e’ fisiologico, cioe’, e’ il sistematico fallimento dell’intera catena della prevenzione e gestione del rischio idrogeologico. Partendo dal fondo e andando a ritroso, gli allagamenti sono avvenuti nella totale assenza di misure di crisis management; e’ mancata la capacita’ di anticipare quello che sarebbe stato un evento estremo e di lanciare gli opportuni allerta; la manutenzione degli alvei dei torrenti e dei versanti sulle alture e’ stata assente; e soprattutto, come ha scritto il direttore del Secolo XIX, Alessandro Cassinis, sull’edizione di ieri del quotidiano ligure, resta l’amaro in bocca per il fatto che “tre anni dopo [l’alluvione del 2011] non e’ cambiato nulla”. La situazione sarebbe ancora peggiore se un enorme aiuto non fosse arrivato dall’unico vero servizio pubblico che ha garantito continuita’ e granularita’ delle notizie: la stampa locale e soprattutto l’emittente televisiva (privata) Primocanale, che con le sue dirette e’ diventata la principale fonte d’informazione cittadina (complimenti e grazie a Luigi Leone, Mario Paternostro, Francesca Baraghini e a tutti i loro colleghi).

Tutto cio’, ripeto, non e’ “colpa” di questo o di quello, se non nella misura in cui questo e quello sono stati complici dello dello status quo e non sono riusciti a cambiare le cose, raddrizzando tutto quello che e’ andato storto. Anche a prescindere dall’efficacia dell’allarme e dunque della risposta, va da se’ che l’impressionante sequenza di alluvioni che hanno investito Genova negli ultimi decenni denuncia la totale assenza della prevenzione del rischio idrogeologico. Che la copertura del Bisagno – e degli altri torrenti che attraversano la citta’ – sia una bomba pronta a esplodere ogni tre per due lo sanno anche i sassi, e lo sanno virtualmente da sempre. Perche’, allora, non si fa niente? Le risposte standard sono due, entrambe vere ed entrambe, al tempo stesso, false: troppa burocrazia e pochi soldi.

La burocrazia e’, evidentemente, una piaga. Gli stessi lavori che finalmente avrebbero dovuto mettersi in moto dopo l’evento del 2011 sono tuttora fermi al Tar. Questo non e’ un problema di Genova, ma un problema italiano: il capo della Protezione civile, Franco Gabrielli, lo ha detto senza mezzi termini. L’idea che i soldi siano stanziati, i progetti approvati, e che la citta’ sia ostaggio della magistratura fa ribollire il sangue, all’indomani della tragedia. Ma – e questo e’ il dramma – appariva perfettamente tollerabile fino al giorno prima. Anzi, piu’ che tollerabile: voluta e inseguita, se e’ vero come e’ vero che ogni volta che si muove una ruspa nasce un comitato di cittadini, naturalmente preoccupati per l’ambiente, pronti a sdraiarsi sulla strada e avviare cause infinite. Per giunta, e’ necessario fare uno sforzo e restare freddi: un anno o tre anni di ritardo sono una piccola frazione dei trenta o quarant’anni passati invano, nella consapevolezza dei rischi esistenti, e nell’assenza delle opere che avrebbero potuto – se non risolvere – quanto meno ridurre i rischi. Perche’ anche questo va detto: Genova e’ costruita come e’ costruita, per una molteplicita’ di ragioni e in virtu’ della sua storia. Quindi, o si radono al suolo interi quartieri (per inciso: il condominio maledetto di via Fereggiano 2, dove persero la vita 5 persone nel 2011, e’ ancora, ovviamente, al suo posto, e anche giovedi’ notte, ovviamente, e’ andato sott’acqua). Oppure bisogna convivere con un rischio che puo’ solo essere gestito. Per esempio realizzando il canale scolmatore di cui si parla da decenni.

Il che conduce al tema dei soldi. Certo, mancano i soldi: o, almeno, mancano se si pensa di cavarli dal nulla dall’oggi al domani (e speriamo che il governo riesca a trovare qualche finanziamento, perche’ altrimenti ogni anno continuera’ a essere un tiro di dadi). Ma i soldi non mancano oggi: mancano sempre. La scomoda verita’ e’ che i soldi non e’ che non ci fossero: e’ che sono stati spesi altrove, dando (legittimamente) la priorita’ ad altre spese. Quali? Basta guardare il bilancio del comune di Genova (o, se e’ per questo, della regione Liguria) per avere la risposta. Genova e la Liguria non hanno capacita’ di investire nel territorio perche’ da anni hanno abdicato a questo ruolo, preferendo utilizzare ogni euro disponibile per mantenere giganteschi centri d’impiego scarsamente produttivi. Per fare un solo esempio: le societa’ partecipate dal comune di Genova, Amt e Aster in primis, sono carrozzoni succhiasoldi che potrebbero svolgere (meglio) le stesse funzioni a un costo significativamente inferiore. Parte della differenza avrebbe potuto essere usata per finanziare le opere necessarie.

Il caso dell’Arpal e’ eloquente. L’agenzia e’ sotto accusa per non aver saputo prevedere la tempesta o, meglio, per l’incredibile tiramolla “lancio-o-non-lancio-l’allarme” che si e’ trascinato per tutta la giornata di giovedi’, concludendosi con un messaggio tranquillizzante a poche ore dall’Apocalisse (la vicenda e’ ricostruita oggi sul Secolo da Daniele Grillo e Matteo Indice). Onestamente non so se si tratti di un’accusa sostenibile: non ho le competenze per valutare i modelli utilizzati. Quello che pero’ e’ evidente e’ che Arpal e’ una struttura che come minimo si contraddistingue per una pessima organizzazione del lavoro. Qualche amico mi dice che sia sotto organico: forse e’ vero, forse servirebbe “sangue fresco”. Ma certamente non manca sangue ben retribuito: Arpal, che ha ricavi per circa 26 milioni di euro e perdite per 1,2, ha spese per il personale pari a circa 16 milioni, di cui grosso modo un terzo serve a remunerare 49 dirigenti (ringrazio Alessandro Pitto per la segnalazione). Tali dirigenti avranno pure eccellenti competenze professionali, ma faticano a far filare la macchina: o almeno cosi’ pare a guardare il tasso di assenteismo del 21%, con punte in alcuni uffici del 50%.

Uno dice: si’, ma che ci fai coi 5, 10 o 20 milioni di euro annui che potresti risparmiare? Sono poca roba, rispetto all’enormita’ degli investimenti richiesti. Vero. Ma a) una seria spending review su tutte le partecipate e gli stessi enti pubblici potrebbe far emergere molto piu’ di questo, e soprattutto b) 5, 10 o 20 milioni sono probabilmente pochi, ma l’integrale di 5, 10 o 20 milioni all’anno per 5, 10 o 20 anni fornisce esattamente quelle risorse che sono mancate e che oggi vengono (inevitabilmente e persino giustamente) chieste a Roma.

Allora la triste verita’ di Genova e’ che qui si e’ preferito pagare stipendi a fare investimenti, nascondendosi ogni volta dietro un dito di per se’ perfettamente ragionevole, all’apparenza. Ma il risultato di questa prolungata politica di elargizione e’ che oggi la citta’ (e, invero, la regione: l’entroterra e’ una teoria ininterrotta di frane) e’ del tutto impreparata ad affrontare l’emergenza, e l’emergenza stessa coincide con la normalita’.

Purtroppo, vale quello che valeva tre anni fa: shit happens, bisogna esserne coscienti e sapere che non ci si puo’ fare nulla. Ma c’e’ molto che possiamo fare per limitarne le conseguenze, e l’aver sistematicamente dato la precedenza sugli investimenti a spese correnti di dubbia utilita’ e’ un clamoroso fallimento collettivo delle classi dirigenti genovesi e liguri.

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