27
Set
2014

Peer review e investimenti in ricerca scientifica: la giusta via di Telethon—di Edoardo Garibaldi

Fare ricerca è una cosa seria, questo è noto a tutti, e inter omnes constat che in Italia la ricerca sia, in un certo qual modo, mortificata. Gli investimenti, pubblici e privati, sono pochi e spesso, questi soldi, sono pure spesi male
“Ma c’è un modo per creare, anche in Italia, sacche importanti di competitività”. A dirlo è la direttrice generale di Telethon, Francesca Pasinelli, che di recente ha partecipato a uno dei policy breakfast organizzati dall’IBL. Quando ormai 25 anni fa nasceva la fondazione famosa per le sue maratone televisive – molto importanti per la raccolta dei fondi impiegati nella ricerca scientifica – il dilemma era a quale modello ispirarsi, ovvero come gestire i denari che venivano raccolti per gli investimenti in ricerca biomedica: finanziamenti a pioggia, o modello anglosassone della peer review.
La fondazione un tempo presieduta da Susanna Agnelli decise di ispirarsi al modello anglosassone. “Siamo un gruppo di interesse a tutela dei malati di malattie rare – spiega Pasinelli – Queste malattie non godono di grandi finanziamenti in ricerca, le case farmaceutiche non investono tanto quanto fanno per le malattie comuni. E il metodo del peer review garantisce una più alta performatività dei progetti, una maggior garanzia per il donatore e un maggiore speranza per i malati di potersi curare. Con questo metodo i loro soldi portano a dei risultati concreti”.
Il processo del peer review è, ad oggi, il metodo più efficace per l’allocazione delle risorse in ambito scientifico. “Non è un modello perfetto – ammette Pasinelli – ma è anche il metodo di selezione scientifica che più di tutti minimizza la possibilità di errore. Un gran numero di premi Nobel proviene da ambiti scientifici che adottano questo metodo”.
E per questo, ad esempio, dopo la pubblicazione del bando di ricerca, viene nominata un’agenzia terza che gestisca le nomine dei revisori. “Colui che deve valutare un progetto di ricerca non può scegliere quale proposta valutare – aggiunge Pasinelli – è un’agenzia terza, che dopo averli selezionati seguendo rigidi parametri (non possono aver lavorato negli stessi dipartimenti dai quali proviene la proposta, non possono essere parenti, si evita che siano della stessa nazionalità etc.), affida ad almeno tre revisori il compito di esprimere un parere in forma scritta”. Alla fine di questo processo i revisori si incontrano in una sessione plenaria per assumere la decisione finale: la proposta è degna di ricevere il finanziamento oppure no.
La fondazione Telethon, nel solo 2013, ha deliberato oltre 10 milioni di di finanziamenti a progetti di ricerca con dei risultati strabilianti. Le analisi bibliometriche, basate sul numero di citazioni su riviste scientifiche di ciascuna ricerca in un periodo di osservazione di 5 anni, pongono Telethon al fianco dei dipartimenti delle università di Harvard e di Oxford, università che operano in un contesto dove si investe in ricerca e sviluppo molto più che in Italia. “Questo non vuol dire che la fondazione Telethon non sbagli un colpo – conclude Pasinelli – Ma ci dice che un sistema competitivo come il peer review, costruito per minimizzare l’influenza dell’errore umano e del conflitto di interesse in piccole comunità come quelle scientifiche, aiuta ad allocare meglio le risorse”.
Sul totale degli investimenti in ricerca e sviluppo il comparto delle organizzazioni no-profit contribuisce solo per il 3%. Nel Regno Unito l’insieme delle associazioni caritatevoli impegnate in ricerca biomedica contribuisce per oltre il 30% degli investimenti totali. Il terzo settore è un comparto in espansione in Italia, la speranza è che chi deciderà di investire e chi già ora investe, adotti lo stesso metodo che ha portato Telethon al successo.

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