23
Set
2014

Viaggio a Cuba

Nel film Fresa y chocolate non sembrava così difficile mangiare un gelato a Cuba. Eppure, acquistare due palline di fragola e cioccolato da Coppelia è una lunga coda burocratica, come ogni cosa in quel paese. Prima di tutto, devi azzeccare la fila giusta, a seconda della moneta con cui vuoi pagare. Da quando, per uscire dalle secche in cui il crollo dell’Unione Sovietica l’aveva lasciata, Cuba ha due valute, con la straniera che vale 25 volte quella nazionale, ci sono cose che si comprano solo con l’una e cose che si comprano solo con l’altra, e poi cose che si comprano con entrambe ma con la prima costano molto di più, e infine cose che si comprerebbero con l’una ma volendo si possono negoziare con l’altra. Un gran casino. E, in fondo, la smentita stessa delle ragioni rivoluzionarie: la doppia valuta ha consentito al paese di avviare un’economia del turismo che ha rappresentato l’ancora di salvezza dell’intera economia, a parte i fuochi fatui degli aiuti del compianto Chavez, in ciò dimostrando le virtù benefiche di quel capitalismo tanto odiato ma da cui la ricchezza straniera proviene.

Tornando da Coppelia, c’è prima di tutto la fila per chi paga in pesos e quella per chi paga in CUC. Poi, c’è la fila per sedersi. Poiché nel paese della scarsità le coppette di plastica sono preziose e vengono riusate, non puoi consumare il gelato fuori dalla gelateria, ma devi sederti rigorosamente in fila sugli sgabelli disponibili e mangiarlo come fossi un pollo in batteria. Ma non tutti gli sgabelli e i banconi sono uguali. La stessa gelateria ha vari angoli che servono gusti diversi. Qui le file si complicano: devi pensare in anticipo il gusto che vuoi prendere, cercare l’angolo della gelateria che lo vende e rimetterti in fila. Se vuoi un gusto venduto da un angolo e uno venduto da un altro, la cosa si fa difficile e a quel punto ti è passata la voglia di gelato.

Come il gelato, tutto è scarso e complicato, o meglio tutto è complicato perché tutto è scarso, secondo una logica di distribuzione della vendita dei pochi beni disponibili obbligatoriamente frammentata in maniera da giustificare il lavoro di tutti.

In un paese dove l’unica propaganda possibile – quella di una rivoluzione socialista in corso contro l’imperialismo americano – riempie ancora i cartelloni pubblicitari, i muri delle case e le colonne dell’unico giornale esistente – il Granma, organo ufficiale del partito comunista -, la lunga vita del regime è un tutt’uno con la difficoltà di immaginare che esistano alternative. A bordo di vecchie Lada che si avviano per miracolo e scaricano nell’ambiente un combustibile irrespirabile, viene naturale chiedersi fino a che punto la tenace bonomia, il paziente spirito di sacrificio – alimentato da una incessante campagna politica per cui l’uomo nuovo cubano è votato prima di tutto al dovere verso la causa comune -, il leggendario sorriso caraibico siano frutto più di una innocente inconsapevolezza che di un’indole vagheggiata, dal freddo Occidente, come esotica e solare.

Quando Narciso mi decanta le gittate e le portate dei razzi sovietici, capisco che il fatto di essere stato mandato a studiare in Ucraina negli anni Sessanta lo ha segnato a tal punto da fargli vivere ancora come attuale la Guerra fredda. E anche per chi non avesse avuto il tempo, per motivi anagrafici, di usufruire di borse di studio per l’URSS, la tv – l’unico arredo che non manca mai anche nelle case dove non c’è nemmeno una poltrona per guardarla – trasmette senza sosta, alternandoli, documentari contro l’impero americano e documentari della rivoluzione castrista.

Fare, quindi, la fila sperando che ci sia ancora pane quando arriva il proprio turno, o abituarsi alla visione di scaffali vuoti in farmacia non può togliere il sorriso a un popolo che ormai, in larga parte, è nato sotto la stella rivoluzionaria ma non ha ancora avuto la possibilità di capire, nella maggior parte dei casi, che ci siano un altrove e un altrimenti.

Stupisce anzi la lucidità di certi momenti, come quello in cui Vilfredo, scoprendo che in un regime ugualitario gli unici a non essere uguali sono i governanti, esclama la sua indignazione per una rivoluzione fallita. E’ stato, quello, un momento toccante e al tempo stesso iniziatico: intenzionati ad accedere a un Cayo di cui avevamo letto magnificenze, veniamo fermati con varie scuse dal personale di sicurezza dell’unico hotel – gestito da militari – dell’isola. Scopriremo poi, grazie a un contadino del posto, che in quel momento l’isola ospitava Fidel per una battuta di caccia, lusso da nascondere ad un popolo convinto, forse più apparentemente che realmente, che gli uomini di governo condividano la loro stessa povertà. (Per inciso: è altamente improbabile che si trattasse di Fidel, quanto piuttosto di un alto funzionario di partito. Quando i cubani smetteranno di chiamare chiunque governa coi nomi propri di Fidel, Che e Raul saranno pronti a voltare pagina).

La rivoluzione ha bloccato l’isola in un fermo immagine scattato negli anni Quaranta, che mi ricorda ricordi mai avuti ma uditi dai racconti di famiglia, quelli dei tempi del calesse e del cavallo, delle mulattiere e di un unico abito per stagione, di bambini scalzi e porte di casa aperte perché non c’è nulla da salvaguardare, di un’innocenza perduta ma in realtà solo immaginata. Forse è per questo che Cuba piace, se vista dalla comoda poltrona di casa nostra: il piacere di sapori che si credono perduti, di passati veri solo nel ricordo, depurati da ogni sofferenza e ogni bruttura. Il piacere della decrescita felice.

Ma la realtà è quella di un paese così povero da non riconoscere la dignità dei suoi abitanti, così malsano da incontrare distrattamente il colera e riservare ai turisti ospedali separati da quelli per i cittadini, così complicato nella gestione dell’economia di Stato da non poter trovare acqua nei negozi alimentari, così falso da dire che c’è lavoro per tutti a costo di tenere aperte le scuole nelle notti estive solo per avere una scusa per dare uno stipendio al custode.

E proprio mentre le custodi del museo della rivoluzione, a L’Havana, mercanteggiano a nero abiti per i loro figli sotto uno degli stucchevoli slogan castristi, mi rendo conto che se la rivoluzione è ancora viva è perché questo popolo, a cui la posizione geografica, la terra e il mare avrebbero dato una ricchezza straordinaria, ha imparato a sopravvivere costruendo, nella mitezza dei comportamenti, un’audace vita parallela: mercati neri, perché non di Stato, doppi lavori, perché con quello fornito dallo Stato si comprano sì e no quaranta filoni di pane al mese, baratti anche solo di una paio di scarpe per uno pneumatico sono le larvate forme di uno scambio volontario di beni e servizi con cui questa gente ha imparato a tirare a campare.

Qualcosa si è mosso, negli ultimi anni. Senza smentire le ragioni della rivoluzione socialista, dopo l’aggravarsi delle condizioni di salute di Castro sono state fatte alcune riforme che hanno aperto l’economia a piccole forme di imprenditoria privata, specie nel settore turistico. Paladares e cassa particulares, senza fare “troppa” concorrenza ai ristoranti e agli hotel, sono oggi il modo più semplice per i cubani per entrare in contatto con i turisti e la loro moneta.

Se ci sarà un muro di Berlino a Cuba, sarà proprio il turismo, penso mentre spiego a Vilfredo come funzionano Tripadvisor e Facebook. Vilfredo, dopo una vita passata in una banca di Stato, ha deciso di sfruttare le aperture al libero mercato inventandosi autista, e sembra attentissimo a capire come aumentare la clientela straniera tramite Internet, pur nelle difficoltà di accesso alla rete.

Storie come Vilfredo cominciano a contarsi. Come quella di Rosa, che finalmente ha tirato fuori dagli scatoloni le porcellane di famiglia. Prima della rivoluzione, i suoi padrini di battesimo avevano una pasticceria. Per ogni ricorrenza del paese, erano loro a fornire, insieme con i dolci, le stoviglie occorrenti. La rivoluzione li costringe a chiudere l’attività e a riporre in soffitta servizi di cristalli, limoge, argenteria. Ereditati da Rosa, i servizi sono stati gelosamente custoditi, costantemente spolverati e riposti per il giorno in cui avessero potuto ricominciare ad essere usati. Tre anni fa, Rosa ha aperto, nella casa di famiglia, un paladar che ha chiamato Museo: in ogni tavolo, ceramiche e argenti ormai d’epoca hanno ricominciato a vivere non appena il regime ha consentito l’esercizio di attività di ristorazione.

Ma la maggior parte delle attività imprenditoriali – anche le più minute – sono ancora in mano pubblica, tanto da sentirsi dire spesso dai commessi dei negozi che non sono loro a determinare i prezzi, essendo solo dipendenti dello Stato. Le timide concessioni all’impresa privata o agli investimenti esteri sono ancora poca cosa rispetto ai limiti alla proprietà privata, alla titolarità pubblica anche dei negozi al dettaglio e, soprattutto, a una povertà così radicata e diffusa da richiedere anni prima che le persone potranno detenere una qualche capacità di acquisto.

Fare un viaggio a Cuba è fare un viaggio nell’alternativa del socialismo che, a un certo punto del secolo scorso, avrebbe potuto avverarsi anche dalle nostre parti.

Mi chiedo, mentre in macchina maciniamo km a passo lento per non investire tutti i mezzi di fortuna che sulla strada si incrociano, quanto il mio paese sia lontano da quello. Lontanissimo, certo, per ricchezza accumulata e benessere acquisito. Ma mi domando se la distanza sia più di quantità, che di qualità.

Un giorno, un tizio mi dice che anche ora che è consentito un po’ di commercio privato i cubani lavorano in larga parte per lo stato perché pagano le tasse. Mentre, con una serietà quasi inconsapevole, accosta il concetto di tassa a quello di servitù, penso che in Italia quest’anno il tax freedom day è caduto il primo luglio. Una popolazione che già può comprare e vendere beni e servizi non pubblici, a parte i classici monopoli in settori cd. strategici e essenziali, pensa forse di vivere in un sistema ancora socialista tanto quanto noi pensiamo di vivere in un sistema già capitalista. Non hanno, mi dicono, indennità di disoccupazione né reddito di cittadinanza. Certo, trovano lavoro a chiunque a costo di inventarsi lavori inutili, ma in fondo anche da noi il diritto al lavoro è stato spesso visto come il diritto al posto di lavoro. Allora, chissà, sono socialisti persino meno di quanto vorremmo esserlo noi, concentrati a perorare la ragioni dell’acqua pubblica e del reddito di cittadinanza.

Senza spirito di provocazione, mi interrogo se ciò che distingue il nostro sistema economico e il loro non siano tanto le idee di fondo, i principi che distinguono un modello da un altro, quanto piuttosto la quantità delle cose che fa lo Stato e delle cose che fanno i privati, ancora evidentemente sbilanciata, a Cuba, a favore del primo.

Ospedali e scuole pubbliche sono stati e sono ancora il nostro modello welfarista; settori strategici dell’economia sono stati e talora sono ancora in mano allo Stato, mentre i servizi pubblici locali sono in larga misura gestiti direttamente dai comuni; i nostri contadini possono fare l’uso che vogliono dei frutti della loro terra, ma il livello di tassazione è tale che la nostra ricchezza diventa obtorto collo per più della metà ricchezza di Stato; se, diversamente da loro, possiamo avere tante case quante ne vogliamo, sappiamo bene che la proprietà non è un diritto inviolabile ma è, lo dice la Costituzione, un diritto funzionale al benessere della società. Una dichiarazione d’amore per gli ideali socialisti.

Resta, però, una profonda differenza: l’impossibilità di dissenso. Come in ogni regime autoritario, il partito unico si identifica nello Stato e tiene le corde delle uniche campane che i cittadini possano ascoltare. Eppure noi, liberati dal partito unico, non ci siamo forse affrancati  da un unico pensiero economico, lo stesso che ancora ci offusca la mente quando continuiamo a credere che quella tra Stato e mercato sia la lotta del bene contro il male, anche dopo aver sperimentato, sulla pelle altrui, quanto profondo possa essere il legame tra libero mercato, benessere economico e dignità umana. Visitare Cuba per credere.

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5 Responses

  1. luciano pontiroli

    Un solo appunto, marginale: è vero che nell’art. 42 della Costituzione la proprietà ha una funzione sociale, ma quale? Poiché non è specificata e decenni d’interpretazione non hanno permesso di fornirne una nozione condivisa, perché non porre in rilievo la funzione economica della proprietà quale apparato legale per l’allocazione e la distribuzione delle risorse, strumento perché la cooperazione tra individui consegua esiti efficienti? Poi si deve valorizzare il suo riconoscimento quale diritto fondamentale, da parte della C.E.D.U. e della Carta dei diritti dell’U:E:

  2. “…Resta, però, una profonda differenza: l’impossibilità di dissenso. Come in ogni regime autoritario, il partito unico si identifica nello Stato e tiene le corde delle uniche campane che i cittadini possano ascoltare”. Questo è un classico. Da noi gli oligarchi che dirigono la musica son più furbi dei comunisti: qui puoi dire quello che ti pare, ma,
    1. nessuno ti ascolta;
    2. i fili del potere sono saldamente nelle mani dei detentori del rubinetto del denaro pubblico, nelle mani dei boiardi di Stato, che li tirano assieme agli oligarchi di mercato… i quali tutti litigano di giorno, e fanno bisboccia insieme, la notte.
    L’articolo della Sileoni è scritto con bello stile, ma la conclusione è sbagliata. Tanto vero che, alla sua destra, il contatore del debito pubblico della nostra “libera” italia indica ormai quasi 2.200 miliardi di euro. Si prospetta una bancarotta in stile argentino.
    L’errore della Sileoni è quello di credere che l’alternativa alla povertà cubana sia il “mercato” capitalistico… mentre invece la bancarotta prossima ventura d’Italia dimostra che la vera soluzione sta nella “Società partecipativa”, secondo il principio di sussidiarietà:
    http://lafilosofiadellatav.wordpress.com/fiatpomigliano-darcomelfi-come-mettere-a-frutto-la-lezione-di-pier-luigi-zampetti-per-risolvere-il-conflitto-tra-capitale-e-lavoro/
    Sarebbe bello che, quando cadrà la dittatura comunista, Cuba potesse “saltare” la dolorosa fase liberal-capitalistica, per dirigersi pacificamente verso la “Società partecipativa” che, sola, garantisce la vera libertà… ma, non è così che funziona la Storia.

  3. Bobcar

    Non sono mai stato a Cuba, ma leggendo sorge spontanea una considerazione: come mi insegnarono in prima elementare, le mele si confrontano alle mele, le pere alle pere. L’autore sembra non sapere che Cuba è un Paese in via di sviluppo dei Caraibi. La situazione all’Havana dunque può essere confrontata con quella di Haiti, Santo Domingo, Jamaica etc… Non sono mai stato in nessuno di questi Paesi, ma non sono così convinto che andando in giro per le strade di Port-au-Prince o di Kingston alla ricerca di un cono gelato capirei “quanto profondo possa essere il legame tra libero mercato, benessere economico e dignità umana”

  4. Gianfranco

    Gentile Signora,
    ha descritto benissimo il mio rientro in Italia dopo aver vissuto negli Stati Uniti.

    Cordialmente
    Gianfranco.

  5. Andrea Baroni

    signor Bobcar, è vero che le mele si confrontano con le mele ecc. e che Cuba ATTUALMENTE è un paese in (lentissima) via di sviluppo dei Caraibi. Lei però, sembra di non sapere (uso i suoi termini) che Cuba, prima della rivoluzione del 1959, era un paese ricco, grazie al turismo e all’esportazione di zucchero, con un PIL a livello di molti paesi europei (e superiore all’Italia dell’epoca). La proprietà statale dei mezzi di produzione, unita all’embargo americano, ha lasciato il paese al 1959, anche se in condizioni migliori di quella attuale dei paesi vicini (Haiti, San Domingo, Jamaica ecc.), e possiamo considerare il livello della sanità e dell’istruzione un piccolo miracolo dei fratelli Castro

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