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17
Lug
2014

La spending review del ministro Franceschini

Anche il Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo (Mibact) si è finalmente adeguato ai dettami della spending review. Dettami che imponevano il taglio di 6 dirigenti di I fascia e 31 dirigenti di II fascia tra amministrazione centrale e periferica. La riorganizzazione del Mibact ha così portato a una revisione della struttura ministeriale e a una diversa ripartizione di competenze fra i vari organi. Contestualmente sono state delineate anche alcune innovazioni nella gestione del sistema museale.

Lo snellimento della macchina amministrativa ha previsto ad esempio la fusione fra le soprintendenze ai beni storici, artistici ed etnoantropologici e quelle per i beni architettonici e paesaggistici (diventeranno soprintendenze “belle arti e paesaggio”). In passato vi sono poi state parecchie sovrapposizioni di ruoli, come fra le direzioni regionali e le stesse soprintendenze. Ora le prime vengono riportate al loro ruolo di coordinamento amministrativo, mentre le seconde eserciteranno le funzioni tecnico-scientifiche. In sostanza la riorganizzazione ha prodotto un rimescolamento di carte, che ha portato alla diminuzione dell’organico e che, nel contempo, ha fatto un po’ di ordine nel funzionamento della struttura.

Più interessante è l’aspetto riguardante il punto 4 del documento diffuso dal Mibact (intitolato Verso un “sistema museale italiano”). Privi di effettiva autonomia gestionale i musei statali sono sempre stati articolazioni delle soprintendenze. Come ha dichiarato il ministro Franceschini, il decreto “libera le soprintendenze dall’onere di dovere anche gestire musei”. I musei statali non hanno infatti una gestione autonoma: il direttore del museo è il soprintendente, che però svolge compiti molto vasti, dal momento che le soprintendenze esercitano funzioni di tutela su un territorio assai ampio e in più, appunto, gestiscono direttamente anche importanti siti. Separare gestione diretta e tutela è sicuramente un passo necessario per creare gestioni più virtuose.

Nel ruolo di direttore potranno essere scelte, tramite selezione pubblica, sia persone interne, sia esterne all’amministrazione. Di questo nuovo status amministrativo godranno solo 20 musei e siti archeologici statali. Gli altri potranno confluire all’interno di “poli museali regionali”: articolazioni periferiche della direzione generale musei (anche questa di nuovo conio, che sostituisce la direzione generale per la valorizzazione), col compito – tra gli altri – di favorire la creazione di un sistema museale regionale tra musei statali, non statali, sia pubblici, sia privati. Oggettivamente è tutto da chiarire il modo in cui opereranno tali “poli” e come questi dialogheranno con la direzione musei e gli altri soggetti museali presenti sul territorio.

Quella della autonomia gestionale per istituzioni museali e siti archeologici è una questione centrale e sulla quale si dibatte da tempo. In Italia i primi esprimenti risalgono al 1997, con l’istituzione di una soprintendenza speciale per Pompei. Di lì a poco nacquero anche quelle di Napoli, Firenze, Roma e Venezia. Sempre in tema di autonomia, e a proposito di musei statali, vanno ricordate anche le esperienze legate alle fondazioni di partecipazione, create proprio per superare le rigidità del sistema museale statale.

Si tratta di una tendenza che caratterizza molti paesi: cioè la ricerca delle modalità attraverso cui superare la gestione pubblica “pura” dei musei. Se si va a guardare come sono oggi amministrati i principali musei europei si nota infatti come siano state create forme organizzative varie e nuove, tutte concedenti vari gradi di autonomia alle singole istituzioni. A esempio, i principali musei nazionali inglesi vengono gestiti tramite Non Departmental Public Bodies . Tale sistema consente di dotare i musei di propri organi decisionali e, quindi, di una ampia autonomia di gestione e organizzazione, senza che vengano meno i finanziamenti e le responsabilità statali: il Department for Culture, Media and Sport finanzia questi musei ed è responsabile del loro operato di fronte al Parlamento. Se in Inghilterra di grado di autonomia è ampio, in Francia è più ridotto, ma ugualmente sono state trovate forme per slegare la conduzione dei principali musei dalla burocrazia statale. Negli ultimi anni si è infatti diffuso il modello degli établissements publics administratifs anche per la gestione dei musei: si tratta di enti pubblici di carattere amministrativo, persone giuridiche di diritto pubblico dotate di autonomia amministrativa e finanziaria ma vincolate a compiere una missione di interesse generale.

Quelli riportati sono solamente alcuni esempi, che denotano però la varietà di forme attraverso cui è possibile andare verso una gestione più autonoma di musei e siti archeologici statali. Nel caso italiano, bisognerà capire meglio di quale tipo di autonomia si vuole dotare i 20 musei della lista diffusa dal Mibact. Se, cioè, la riforma riguarda solamente l’individuazione di un nuovo direttore che non sia il soprintendente, o se invece intende spingersi oltre…

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3 Responses

  1. John

    Si dovrebbe arrivare a fare degli appalti periodici per la gestione dei musei, ma nella nostra povera Italia non credo che questo sia possibile…

  2. Dario

    John, i bandi di cui tu parli sono proprio quello che il MIBACT ha appena commissionato a Consip, la centrale acquisti nazionale: Gestione e valorizzazione dei siti culturali con concessioni. Loro ce la fanno!

  3. John

    Le gare vengono promosse solo per i beni culturali meno noti, con grosse limitazioni nell’azione dell’appaltatore, riguardo a pezzi, quantità e qualità.
    Per il resto dei beni culturali viene cambiato il direttore, togliendo competenze al soprintendente, che non so se si tradurrà in un aumento o una riduzione di spesa pubblica…

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