30
Giu
2014

Uk e Ue: se fossimo britannici, la penseremmo come Cameron

Per la maggioranza degli italiani e degli europei continentali, il Regno Unito continua a essere nell’Unione Europea una specie di riottoso membro aggiunto, più estraneo che consanguineo, più diverso che affine. Tanto che molti politici continentali accarezzano i loro elettorati neonazionalisti dicendo “ma che cosa vogliono, questi britannici? se ne vadano”. Dopo il neoisolamento di Londra nel suo pressoché solitario no a Jean-Claude Juncker come neopresidente della Commissione Europea, il tema torna attuale. Perché nel Regno Unito di sicuro in autunno si vota in Scozia per la sua indipendenza da Londra. E perché lo stesso premier Cameron, a questo punto, difficilmente potrà non tener fede all’impegno preso nel 2013, convocare entro 3 anni un altro referendum, sulla stessa permanenza britannica in Ue.

I fraintendimenti fioriscono in realtà su entrambe le rive della Manica. E’ vero per esempio che Londra si unì alla CEE solo nel 1973, ma l’Unione Europea a 12 nasce nel 1992 col Trattato di Maastricht avendo il Regno Unito come socio fondatore a pieno titolo. E’ verissimo che la Thatcher impostò con forza un regime di opting out per tutti i passi in avanti “federali” europei che non convincevano Londra, ed è la stessa impostazione che ha spinto i britannici a tenersi stretta la sterlina, invece dell’euro. Ma sotto questo punto di vista se fossimo stati britannici avremmo avuto ragione a fare esattamente le stesse scelte: la moneta unica senza politica comune si è rivelata, di fatto, una ideologica fuga in avanti, produttrice di più asimmetrie invece che di convergenza tra eurodeboli ed euroforti.

Dall’altra parte, nella politica e nella cultura britannica resta fortissima l’eredità dell’isolazionismo, che per tre secoli animò però l’impero mondiale più grande del mondo, per poi vederlo disfatto in meno di 30 anni a metà del secolo scorso. L’Impero britannico resta largamente ignoto, nei suoi fattori di incredibile progresso alla, nostra capacità di comprensione. Lo liquidiamo solo con gli occhiali dell’anticolonialismo contemporaneo, dimenticando che già a inizio Ottocento la flotta di sua maestà fermava le navi negli oceani di tutto il mondo per liberare gli schiavi, e che nel 1880 aveva – con capitali privati – posato più di 150mila km di cavi telegrafici sotto tutti gli oceani del pianeta.

Due esempi soli per capire come mai nei sondaggi – a ogni scontro con l’Ue – i fan britannici dell’uscita dall’Europa tendano a risalire fino a punte del 70%. Mentre i giornali europei sabato titolavano tutti sulla figuraccia rimediata da Cameron, il Daily Telegraph pubblicava un rovente editoriale titolato “cara Ue adesso sta a te convincerci, che valga la pena restare”. L’argomento centrale, cioè il fatto che il vecchio eurocrate lussemburghese Juncker non sia affatto quanto serve alla UE per cambiare passo, direzione e velocità, sembrava in realtà dettato da Matteo Renzi in persona. “La maggioranza di noi vorrebbero riformare l’UE al fine di salvarla, pochi vogliono lasciarla senza almeno cercare di sistemare le cose”, concludeva l’editoriale.

Leggendo la stampa moderata britannica si capisce che il premier Cameron non è finito a 2 contro 26 nel voto su Juncker perché sprovveduto. Tanto è vero che anche il leader dei laburisti Ed Miliband, e quello del partito più europeista di tutti a Londra, il liberaldemocratico Nick Clegg, erano duramente contro Juncker. Cameron deve recuperare il successo dell’UKIP alle urne europee, realizzato attingendo a voti conservatori e liberaldemocratici. La polemica frontale di Cameron contro Berlino e la stragrande maggioranza della Ue mira dunque a recuperare quei voti, anche se ciò aiuta gli indipendentisti scozzesi nel referendum – che come i catalani vogliono separarsi da Londra, ma non dalla Ue – ed espone Cameron a una netta deriva antieuropea in caso di referendum nazionale.

Secondo esempio. Se c’è un think tank tra tutti quelli britannici a costituire riferimento essenziale per i liberal-mercatisti (anche per me), è l’Institute for Economic Affairs, che Antony Fisher, Ralhp Harris e Arthur Seldon nell’immediato secondo dopoguerra resero una delle più avanzate fucine di pensiero, coinvolgendo economisti come James Buchanan, Ronald Coase, Milton Friedman, Vernon Smith: lì si formarono le basi per la rivoluzione thatcheriana. Ebbene l’IEA dal 20013 bandisce un premio annuale di 100mila sterline per i miglior lavoro sul tema “Brexit”, l’acronimo con cui si abbrevia l’uscita della Gran Bretagna dall’UE. Nel 2013 l’ha vinto un diplomatico inglese trentenne, che ha messo in imbarazzo il suo stesso governo.

In realtà numeri alla mano il Regno Unito ha guadagnato dalla sua appartenenza all’Unione Europea, e viceversa. I conti li aggiorna di anno in anno il CBI, l’equivalente della nostra Confindustria (sia pure in versione molto più light, il Regno Unito non è mai stato consociativo, tranne che tra gli anni ‘50 e metà anni ‘70). A novembre scorso, il beneficio calcolato dal CBI ammontava a una cifra tra i 62 e i 78 miliardi di sterline, cioè tra il 4 e il 5% del Pil britannico: in media 3mila sterline annue a famiglia. Naturalmente gli isolazionisti non concordano, sostenendo che in ogni caso l’uscita dai vincoli Ue avverrebbe comunque contrattando la piena appartenenza a un’area di libero scambio, più aperta ancora alla Ue rispetto ai paesi dell’area EFTA che non ne fanno parte, come Islanda, Norvegia e Svizzera.

Tuttavia è un fatto che appartenendo alla UE il commercio del Regno Unito verso i paesi membri è salito del 55% sul totale dei suoi scambi, fino a 364 miliardi di sterline nel 2013 rispetto ai 43 miliardi del totale import-export con la Cina. Poiché quello che conta nel Pil britannico e nella sua bilancia dei pagamenti è innanzitutto l’offerta di servizi finanziari più dei manufatti, anche da questo punto di vista decisivo la City di Londra si è integrata più velocemente con l’eurozona che con qualsiasi altro mercato, e per asset finanziari internazionali detenuti dagli intermediari britannici quelli nell’euroarea sono cresciuti 5 volte di più sull Pil di quelli riservati al mercato USA. Se guardiamo per origine allo stock degli investimenti esteri in UK al 2012, quelli di provenienza dall’area Ue ammontano a oltre 450 miliardi, più del doppio di quelli dagli Usa, e più di sei volte quelli provenienti dall’Asia, sauditi ed emirati compresi oltre ai cinesi e russi.

Naturalmente, queste cifre sono da leggere anche all’inverso: saremmo dei matti, a credere di guadagnarci con l’uscita dei britannici dalla Ue, perdendo il 16% del Pil europeo complessivo, la seconda piazza finanziaria del mondo, e un membro permanente del Consiglio di sicurezza Onu.

Può avvenire, però. I britannici con la perdita dell’Impero hanno fortemente accelerato – dopo la crisi trentennale seguita al secondo dopoguerra – la capacità di “cambiare marcia”. Loro hanno un’opzione di ricambio naturale: la partnership stretta con gli Stati Uniti, il ritorno a quella scommessa che Churchill inseguì resistendo solitariamente contro i nazisti per più di due anni, dal settembre del 1939 alla fine del 1941.

Alcuni come Prodi e i più federalisti fan europei la pensano diversamente. Ma forse siamo noi italiani ed europei continentali, che dobbiamo provare ad adoperarci perché i britannici non ci lascino. Su molte cose hanno ragione, per esempio sull’eccesso burocratico e sul deficit democratico delle istituzioni comunitarie: milioni di europei alle urne hanno scelto poche settimane fa partiti nazionalisti e populisti, ma in realtà condividono le critiche britanniche. Londra amministrò per 200 anni milioni di indiani con non più di 900 burocrati dell’Indian Civil Service, divennero più di mille solo poco prima che l’india divenisse indipendente. Non solo sulla burocrazia più snella, ma sulla tutela dei diritti individuali e in giudizio, sull’esigibilità dei contratti e sul basso livello di pressione fiscale abbiamo molto da imparare e guadagnare, finché Londra battaglia per contaminarne un po’ l’Europa.

You may also like

Google, la Commissione UE e l’Orient Express
Il Caso Savona, ovvero: le parole sono pietre
Apple, Shazam, e la lezione di Boskov
La corte Ue ha deciso cos’è Uber. E ora?

5 Responses

  1. Francesco_P

    Non siamo capaci di far funzionare l’Italia, non siamo capaci di far funzionare l’Europa e vorremmo dettare legge agli Inglesi?

  2. Mike_M

    Splendido articolo. E complimenti (da un liberale – liberista – mercatista, quale io mi ritengo, e quindi, proprio per questo, favorevole al libero mercato delle valute e dunque al ripristino della sovranità monetaria) per l’onestà intellettuale con la quale riconosce che “la moneta unica senza politica comune si è rivelata, di fatto, una ideologica fuga in avanti, produttrice di più asimmetrie invece che di convergenza tra eurodeboli ed euroforti”. Caro Giannino, anche l’Italia avrebbe dovuto fare come la saggia Gran Bretagna e starsene alla larga dall’euro … E non credo proprio che Prodi & C. non conoscessero la teoria delle aree valutarie ottimali …

  3. adriano

    Non mi interessa cosa farà la Gran Bretagna.Loro una identità da difendere ce l’hanno e lo fanno bene.Valuteranno le convenienze .Lo possono fare quando e come vogliono non essendo entrati nella trappola dell’euro.Non basta il timido riconoscimento della moneta unica “produttrice di asimmetrie”.Occorre il coraggio di proporre delle vie d’uscita che possono essere di tutti i tipi tranne quello di pensare che la Germania invece dei suoi faccia i nostri interessi.

  4. Mike_M

    @Adriano, 1 luglio 2014
    Ovviamente, concordo con Lei. Bisogna uscire dall’euro. E’ condizione necessaria, anche se non sufficiente, per far ripartire l’economia italiana. Alberto Bagnai (uno per tutti) docet.

  5. Gregorio

    La Gran Bretagna non lo ha fatto nel 2002 perché lo riteneva un errore.Spiegatemi perché dovrebbe farlo ora ché la sterlina é pesante.Di questo si tratta in fondo.

Leave a Reply