2
Giu
2014

2 giugno: cosa resta della Repubblica?

Sessantotto anni fa, al primo suffragio universale italiano, uomini e donne scelsero il concetto immodificabile della Costituzione, la forma repubblicana, ed elessero coloro che che avrebbero dovuto portarne a compimento la redazione.

Fu vera transizione alla democrazia e alla libertà, per un giovane paese che, dal regime monarchico, era direttamente passato a un regime autoritario?

Pensare a quegli elettori, con un velo di giustificabile retorica per gli anni della liberazione della ricostruzione, fa venire alla mente le parole che Margherite Yourcenar mette in bocca all’Imperatore Adriano nelle sue memorie: “Eravamo noi che, ammaestrati dai nostri stessi errori, ci adoperavamo faticosamente per fare dello Stato una macchina atta servire gli uomini, e che rischiasse il meno possibile di sopprimerli.”

A quasi settant’anni, possiamo dire che quella macchina abbia mai funzionato? Se la Repubblica è la negazione della sudditanza, se essa è un sistema in cui il potere politico, non più ereditario, necessita di una sovranità popolare che ne sia guardiana costante e fonte di legittimazione, possiamo dirci oggi eredi di un dono di piena cittadinanza?

Sono dubbi leciti, per un sistema politico e amministrativo che non conosce sazietà dei guadagni e risparmi dei suoi contribuenti, che impone a ogni neonato, già al primo vagito, un debito pubblico di più di 35.000 euro, che si avvale non più di una legislazione incomprensibile, ma persino ignota per giorni e giorni dalla fittizia approvazione negli arcana imperi del governo, che ha perso ogni decenza nel garantire la certezza delle regole, che abusa delle misure cautelari, che non teme di espropriare la proprietà privata senza valido titolo.

Eredi di una Costituzione non perfetta, ma impoverita ancor più per l’uso che se ne è fatto, specie nella parte relativa a come i poteri politici agiscono, ci troviamo di nuovo sudditi – l’Istituto Bruno Leoni lo ha detto nel libro curato da Nicola Rossi – di uno Stato che conosce senso di dominio, piuttosto che di servizio. Non è solo questione di regole. Se così fosse, la pubblica amministrazione non dovrebbe mai chiederci estratti, certificati e atti già in suo possesso, e la digitalizzazione avrebbe snellito già molto di più di quanto non sia i rapporti tra privati e burocrazia. È una questione anche di cultura, di modo di pensare e costruire, giorno dopo giorno, i rapporti tra individui e apparato pubblico.

La domanda vera è se possa mai esistere un potere statuale, o come lo si voglia chiamare, simile a quello vagheggiato dall’imperatore Adriano. O se la condizione imprescindibile per la “minor oppressione” e una piena cittadinanza sia la responsabilità individuale, la quale implica non un modo diverso di esercitare il medesimo potere politico, ma un arretramento di questo e delle sue manifestazioni.

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10 Responses

  1. Giustissimo!… “La domanda vera è se possa mai esistere un potere statuale, o come lo si voglia chiamare, simile a quello vagheggiato dall’imperatore Adriano”…
    Ebbene, pare fantascienza che nessuno ne abbia ancora preso atto, specie dopo che tutte le altre soluzioni hanno clamorosamente fallito, ma la risposta è… SI’!… anzi, ancora meglio… si tratta della “società partecipativa” secondo Pier Luigi Zampetti, nella linea della sussidiarietà, della Dottrina sociale cattolica.

    Qui la presentazione della figura di Zampetti

    http://lafilosofiadellatav.wordpress.com/i-maestri-2/pier-luigi-zampetti/

    qui una sintesi sulla soluzione del problema dell’economia e del lavoro,tramite la “Società partecipativa”

    http://lafilosofiadellatav.wordpress.com/fiatpomigliano-darcomelfi-come-mettere-a-frutto-la-lezione-di-pier-luigi-zampetti-per-risolvere-il-conflitto-tra-capitale-e-lavoro/

    e qui, altri due approfondimenti, più estesi

    http://lafilosofiadellatav.wordpress.com/i-maestri-2/pier-luigi-zampetti/i-due-e-book-sulla-lezione-di-pierluigi-zampetti/

    provare per credere….

  2. LeoOffgrid

    Ottime osservazioni. Il problema di fondo mi sembra essere nella natura di molti italiani, che PREFERISCONO essere servi del partito o movimento di turno, piuttosto che usare la propria testa e la libertà che ci hanno donato i nostri padri.
    Una Res Publica richiede uomini e donne che abbiamo coraggio e senso di responsabilità, altrimenti non c’è costituzione che tenga.
    Ed infatti la scuola pubblica è sempre stata l’istituzione più massacrata dal dopoguerra. Cominciamo con il rendere davvero laica la scuola … altro che dottrina sociale cattolica!

  3. MARCO

    una repubblica dove votano meno del 50% degli aventi diritto sono democratici come gli US per un elevato senso etico delle classi dirigenti, di un severo controllo dei media e delle istituzino accademiche e finanziarie e sociali e su un severo controllo delle autorities
    niente di mai pensato u suggerito dalle nostre classi dirigenti autoreferenziali e presuntuosi “primi della classe” sovente crassi ignoranti e ondivaghi nei concetti e di mutevole pensiero…..magari molto ben accetto secondo le mode

  4. Vorrei fare solo un piccolo appunto sul debito. Il problema non è tanto l’entità quanto la qualità del debito. Gli Stati Uniti hanno un debito superiore al nostro, ma, anche grazie ad esso, hanno una potenza militare che rende impensabile un’altra Peral Harbour (bisogna ricorrere al terrorismo per attaccarli).
    Insomma, presterei 500 euro all’artigiano per comprarsi certi atrezzi, con la certezza di un lavoro per cui quegli attrezzi servono, piuttosto che 50 euro ad un ubriacone drogato con il vizio del gioco d’azzardo….
    Per quanto riguara un checkup su quanto veramente questa repubblica realizzi veramente il desiderio di democrazia e partecipazione, be se fossi il presidente “aprirei il dibattito”

  5. Pierfrancesco Tasso

    Centrato il bersaglio. In Italia manca una vera sovranità dei suoi cittadini. Forse, però, per una scelta obbligata derivante da decenni e decenni di soprusi di chi ci ha mal-governato. Non esiste democrazia (quando vota il 50% degli aventi diritto e non perché gli altri erano in vacanza) ne’ cosa pubblica (quando le istituzioni sono al servizio dei soliti “potenti”). Mi chiedo… Esiste una soluzione che possa darci una scossa?

  6. roberto

    Bè Repubblica ? E’ tale uno stato che:
    festeggia con i suoi militari abbandonati in missione ?
    Impone un regime fiscale da pazzi quando non riesce a rinunciare ai privilegi di stato ?
    Non dà certezza della giustizia ?
    Dove devi sperare che non si perdono i documenti consegnati in uffici pubblici ?

    ‘Italiano non è un popolo di rivoluzionari, vedi elezioni Europee, manca i coraggio di vler cambiare, anche perchè ancora tanti mangiano con lo stato …e fanno di tutto per non dimagrire !
    Saluti
    RG

  7. travignolo

    Da Adriano a Pirandello. A memoria, commento, parafrasando una celebre locuzione di Luigi Pirandello ne ‘Il fu Mattia Pascal’, laddove sostiene la profonda triste delusione insita nei c.d. regimi democratici laddove, mentre quando comanda uno solo costui ha gli occhi di tutti addosso e a tutti loro deve pertanto pensare e provvedere coerentemente, invece in democrazia comandano in molti e pertanto costoro non pensano al bene del popolo e degli altri, ma soprattutto e solo a se stessi. Nihil sub soli novi !!! Aspettiamo Godot?

  8. Fabio

    Da anni ho un dubbio che ogni tanto mi torna in mente. La Repubblica ha generato la partiticrazia, la spesa pubblica incotrollata una pubblica amministrazione autoreferenziale. Ma queste sono cose che sappiamo tuttti fino alla noia. Forse, ma ripeto forse, se avesse vinto la Monarchia avrebbe avuto un ruolo maggiore la classe dirigente liberale. Forse, ma ripeto forse, con il Re si sarebbe conservato un maggior senso dello Stato, una più chiara distinzione tra politica e Stato, tra Stato e governo. Forse con il Re non ci sarebbe stata l’occupazione politica di ogni angolo della vita pubblica, forse non avremmo avuto una Repubblica fondata sull’acquisto del consenso a suon di spesa a carico dei risparmiatori. Forse e forse mi rimarrà sempre il dubbio

  9. Gianfranco

    La Costituzione, come ogni altra emanazione della nostra societa’, riflette le nostre intenzioni.
    La Costituzione e’ quanto di piu’ italiano possa esistere, con le sue contraddizioni, doppi sensi, non sensi ed equivoci.
    Per scherzo potrei dire che avremmo dovuto farcela scrivere dagli inglesi e correggere dagli svizzeri, una costituzione diversa.
    Ma non sarebbe nostra.
    La verita’ piu’ bella e che fa piu’ soffrire e’ che niente e’ cambiato, negli ultimi 200 anni. Perche’ non siamo cambiati noi.

    Amiamoci ed accettiamoci per come siamo, invece di fare tanta morale (non mi riferisco alla dottressa).

    Ciao
    Gianfranco.

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