Volevo solo vendere la grattachecca—di Daniele Mandrioli

1 Star2 Stars3 Stars4 Stars5 Stars (8 voti, media: 5,00 su 5)
Loading...

Riceviamo, e volentieri pubblichiamo, da Daniele Mandrioli.

Siamo tre studenti universitari di Milano; dei ragazzi normali a cui, durante una vacanza romana viene un’idea apparentemente brillante: esportare la grattachecca a Milano e renderla alcoolica, girando la città con un carretto. La nostra intenzione è realizzare una piccola attività di impresa dai costi di start-up pressoché irrilevanti e con un basso margine di rischio.  A settembre decidiamo di mettere in pratica questo progetto e iniziamo la nostra Odissea.

Per cominciare a orientarci, approfittiamo della gentilezza di un impiegato della sede Confesercenti di Milano, il quale ci spiega che, per poter vendere liberamente il nostro prodotto, è necessario svolgere un corso gestito dal CAPAC per conseguire la licenza di vendita e somministrazione di alimentari (durata 132 ore e costo pari a 552 euro di iscrizione escluso acquisto del libro di testo) e ottenere successivamente una licenza per vendita itinerante-ambulante da richiedere al Comune. Fin qui, la procedura ci sembra abbastanza semplice.

Le cose iniziano a complicarsi quando si tratta di costituire la società. Dopo aver chiesto pareri a parenti avvocati e amici commercialisti, decidiamo di  costituire una società in nome collettivo. Lo scoglio si chiama INPS. Ci rechiamo di persona nell’ufficio di Milano dell’INPS e veniamo a scoprire di essere obbligati a versare 3361,64 euro per ogni socio-amministratore più una percentuale sui guadagni che va ad alzarsi proporzionalmente al netto delle vendite. Iniziamo a vacillare: i costi stanno aumentando, ma forse siamo stati ingenui noi a non preventivarli. Continuiamo quindi il nostro giro informativo.

Consultando i disordinati siti internet di Comune e Provincia, veniamo a scoprire il divieto di somministrare alimentari in modalità itinerante-ambulante vigente in numerosissime zone della città (per intenderci, tutto il centro di Milano fino alle mura spagnole, oltre alla zona dell’Arco della Pace, etc…). Queste limitazioni, difficilmente giustificabili, ridimensionano il nostro progetto, ma teniamo duro: vogliamo informarci chiaramente sulle normative e trovare soluzioni, o per lo meno risposte, parlando direttamente con gli impiegati competenti. Oltre al problema delle limitazioni di vendita nelle zone più appetibili della città, un’altra questione rilevante è quali siano i requisiti e i vincoli in merito alla somministrazione, trasporto e possesso di materiale alcoolico. Decidiamo quindi di fare tappa all’ufficio dell’agenzia delle dogane. Qui, però, le nostre domande generano nuovi quesiti e nuove incertezze che sembrano poter trovare risposte esclusivamente in altri uffici. Gli impiegati ci avvertono della necessità di informare la Asl, di chiedere chiarimenti al Comune e addirittura di informarci dai vigili del fuoco per conoscere i requisiti necessari per la detenzione di materiale infiammabile. Storditi, visitiamo un ufficio Asl. Qui l’impiegata ci invita ad andare in un’altra sede (la sfortuna vuole che si trovi dall’altra parte di Milano) competente in materia. Peccato che questo ufficio si aperto esclusivamente la mattina, il che ci obbliga a rimandare l’incontro. Oramai convinti dell’impossibilità di rendere effettivo il nostro ambiziosissimo progetto di vendere grattachecche, ma testardi come muli, decidiamo di fare visita alla sede del Comune. Qui avviene di tutto: veniamo rimbalzati in almeno sei uffici diversi, nei quali entriamo in contatto con impiegati dalla disponibilità e competenza dubbia. Le nostre richieste di chiarimento non sono mai soddisfatte, anzi. Ogni nostro dubbio appare irrisolvibile per gli impiegati, i quali, come soluzione ad ogni problema, ci rimandano ad altri uffici confidando nelle competenze dei loro stimati colleghi.

Insomma, nel corso di questa frustrante visita, realizziamo, non senza amarezza, l’impossibilità di agire nel pieno rispetto della legalità e delle regole, perché prima di tutto non è possibile sapere quali siano queste regole e inoltre perché le poche conosciute limitano a tal punto la libertà di agire da far perdere tutto l’interesse per l’affare in questione. Le alternative possibili ci appaiono dunque solo due: intraprendere l’attività in nero e disinteressarsi delle conseguenze, oppure lasciar perdere. Noi scegliamo la seconda. L’idea non si realizza, il progetto rimane sulla carta e nelle ore di tempo buttate. Questa conclusione ha il sapore della beffa: tre giovani che agiscono attivamente per realizzare un progetto così poco rischioso e così facilmente attuabile, devono desistere e arrendersi dinnanzi a un sistema che deprime l’investimento e incoraggia la fuga. Una sconfitta amara per dei ragazzi, che si traduce in una piccola sconfitta anche per l’Italia. Piccola sicuramente, ma forse il dramma è proprio questo.

Commenti [18]

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *