12
Apr
2014

Cosa ne dite di sostenere la libertà anziché i dittatori?—di William Easterly

Riceviamo, e volentieri pubblichiamo, da Atlas Network.

Coloro che in Occidente simpatizzano per l’Ucraina potrebbero rimanere sorpresi nell’apprendere che, in altri Paesi che una volta facevano parte dell’Unione Sovietica, il governo degli Stati Uniti appoggia dittatori filo-russi.

Un esempio è il Tagikistan, da sempre feudo del dittatore Emomali Rahmon. Il sostegno economico statunitense al Tagikistan ha raggiunto la cifra di un miliardo di dollari da quando il Presidente Rahmon prese il potere nel 1992. L’assistenza finanziaria da parte dell’Occidente conta per un buon 10% dell’economia del Tagikistan e copre gran parte della spesa pubblica del regime del Presidente Rahmon – la cui brutale repressione dell’opposizione è stata nuovamente condannata dal Dipartimento di Stato degli Stati Uniti nel suo ultimo Report annuale sui diritti umani.

Il caso del Tagikistan è rappresentativo di un fenomeno assai ampio: nella battaglia per la libertà e la democrazia, il sostegno dei Paesi occidentali si rivolge alla parte sbagliata. Alcuni filantropi e agenzie umanitarie, apparentemente, ritengono che un “dittatore illuminato” possa guidare lo sviluppo economico. Sebbene siano animati dalle migliori intenzioni, questi filantropi non tengono conto degli abusi commessi in questi paesi e sono disposti ad attribuire ai loro tirannici governanti qualsiasi cosa positiva accada mentre sono al potere.

Consideriamo l’Etiopia, che si posiziona agli ultimi posti delle classifiche riguardanti i diritti e le libertà individuali. Nel 2010 Human Rights Watch ha documentato come il governo etiope dell’epoca, guidato da Meles Zenawi, negasse gli aiuti finanziari contro la carestia a chiunque non appartenesse al partito di governo. L’Agenzia U.S.A. per lo Sviluppo Internazionale (USAID) e la World Bank, che erano tra coloro che contribuivano a fornire questi aiuti, promisero di investigare, ma queste promesse rimasero inattese.

Meles, morto per malattia nel 2012, ha ripetutamente violato i diritti umani dei suoi concittadini: tra I suoi misfatti vi è il massacro dei manifestanti che protestavano per le elezioni truccate nel 2005; l’espropriazione con la minaccia delle armi, a partire dal 2010, delle terre ai contadini in modo da venderle a investitori stranieri per aumentare gli introiti del governo, e la condanna nel 2012 a diciotto anni di carcere di un blogger pacifista, Eskinder Nega.

I benefattori e i filantropi sono riusciti comunque a trovare buoni motivi per sostenere ed elogiare Meles. Un rapporto dell’USAID del 2012 coprì di lodi il governante etiope per aver realizzato “progressi eccezionali” e per aver guidato “l’economia e la società del suo Paese verso un buon livello di reddito medio” (pur riconoscendo che parte della crescita economica dell’Etiopia era semplicemente una conseguenza della fine della siccità). Nel 2012 al coro si è unito il Presidente della Banca Mondiale, Jim Kim, pronunciando un discorso in cui celebrava il “cambiamento strutturale” dell’Etiopia, che attribuiva alla “stabilità” del governo, il quale seguiva “politiche economiche prudenti” e si muoveva entro “orizzonti di lungo termine”.

La fondazione di Bill Gates ha speso nel corso degli ultimi dieci anni più di 265 milioni di dollari per lo sviluppo sanitario ed agricolo dell’Etiopia. Gates ha affermato di essere “in ottimi rapporti di lavoro” con Meles e che le sue politiche “avevano apportato un reale progresso nell’aiutare il popolo etiope”. Bill Gates pronunciò queste parole dopo la morte di Meles e stava già accogliendo con favore il successore, ugualmente autoritario, Hailemariam Desalegn, di cui lodò proprio “la promessa di continuare le politiche del Primo Ministro Zenawi”.

Un altro esempio di “generosità cieca” è rappresentato dalla Cina. Il più recente rapporto sui diritti umani del Dipartimento di Stato registra evidenti e colossali violazioni dei diritti in Cina nel 2013, inclusi: “condanne a morte senza processo … sparizioni forzate e detenzione con segregazione, comprese prolungate detenzioni illegali in strutture non ufficiali note come ‘carceri nere’; tortura e confessioni forzate di prigionieri, … una politica coercitiva di controllo delle nascite che in alcuni casi ha causato aborti forzati”.

E anche in questo caso, la Banca Mondiale, durante il mandato di Kim, ha seguito il solito schema secondo cui gli abusi vanno ignorati. Durante la sua visita in Cina nel novembre 2012, Kim lodò i leader cinesi per aver risposto “alla sfida di voler veramente portare a termine obiettivi sinceramente ambiziosi”. Secondo il presidente della Banca Mondiale, il governo cinese li aveva “individuati esplicitamente, ammettendo che molto ancora rimaneva da fare, pur riconoscendo i grandi risultati ottenuti”.

Attribuire il successo economico ai regimi dittatoriali significa distorcere i dati di fatto in merito a dittatura e sviluppo. Le ricerche condotte su dati storici hanno dimostrato che la prosperità dell’Occidente è dovuta in gran parte ai diritti civili ed economici dei singoli individui. 

Tuttavia, molte agenzie umanitarie e molti filantropi preferiscono abbracciare la fola secondo la quale esisterebbe una scorciatoia tecnocratica per lo sviluppo, in virtù della quale dittatore illuminato può imporre l’attuazione delle soluzioni proposte dagli stessi filantropi e agenzie umanitarie, come l’uso dei farmaci contro la malaria e delle zanzariere, le pillole di vitamina A per alleviare la malnutrizione, o i fertilizzanti per l’agricoltura. Ovviamente, buona parte del fascino di questa idea sta nel fatto che esalta il ruolo centrale degli stessi benefattori.

Ad essi, quindi, viene concesso di occupare un ruolo preminente per quanto riguarda il futuro dell’Africa, mentre allo stesso tempo i dissidenti locali – come il blogger etiope incarcerato – ricevono sempre meno attenzione. Questi filantropi non sono consapevoli di quello che gli attivisti democratici perseguitati hanno dovuto affrontare giorno per giorno: per natura, i dittatori non sono mai benevoli e illuminati. I governi diventano generosi solamente quando sono obbligati a rispondere democraticamente del proprio operato e i cittadini possono esercitare il diritto di rimpiazzare cattivi governanti con altri migliori.

Cosa devono fare i filantropi allora? La democrazia non può essere imposta con la forza dall’esterno, né creata dalla minuziosa gestione da parte di esperti di Paesi occidentali. Gli aiuti da parte dei paesi occidentali o delle organizzazioni internazionali dovrebbe sostenere la transizione delle società verso la libertà, come è successo in Ucraina e non rivolgersi a governi che reprimono e maltrattano i propri cittadini.

La buona notizia è che la tendenza di lungo periodo sta andando nella direzione della diffusione della libertà, mano a mano che i popoli di numerosi paesi riescono ad affermare i propri diritti. Le istituzioni umanitarie occidentali dovrebbero sostenere questi popoli nella battaglia delle idee, anziché combatterli offrendo false giustificazioni intellettuali e aiuti finanziari ai governi che li opprimono.

William Easterly è professore di Economia alla New York University e autore di “The Tyranny of Experts: Economists, Dictators, and the Forgotten Rights of the Poor” (Basic Books, 2014). Questo articolo è comparso originariamente sul Wall Street Journal ed è stato ripubblicato su Atlas Network, che ringraziamo per la gentile concessione alla pubblicazione.

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3 Responses

  1. Certo, certo. Ma a questo punto, ormai scoperchiato il vaso di Pandora, e affinché la critica al sistema sia costruttiva, diciamocela tutta: il nocciolo del problema è di natura filosofico/antropologica, passatemi il termine, e sta nei limiti strutturali della democrazia – anche quella occidentale, in senso lato, e quella italiana non fa certo eccezione – quando la democrazia non è innervata di sussidiarietà e partecipazione autentica.
    Così un grande intellettuale del ‘900, Pier Luigi Zampetti:

    “L’oligarchia è prodotta dalla delega dei poteri che gli elettori conferiscono ai partiti. La democrazia rappresentativa o democrazia delegata consente infatti alle oligarchie di poter gestire la società intera. E le oligarchie partitiche sono in simbiosi con le oligarchie economiche. Tale simbiosi ha creato il capitalismo consumistico. La crisi di tale forma di capitalismo coinvolge anche le oligarchie partitiche. Di qui la crisi del sistema politico occidentale che si accentuerà sempre più nella misura in cui il capitalismo consumistico manifesterà la sua crisi crescente, cessando di essere il modello di sviluppo economico paradigmatico, così come finora è stato”. (Zampetti, “Partecipazione e democrazia completa, la nuova vera via” , Rubbettino, 2002)

    e, detto questo, c’è un rimedio, e, se sì, qual è?…

    Così, ancora, Pier Luigi Zampetti, a pag. 46 del “Manifesto della partecipazione” (Dino editore, 1982), testo purtroppo ormai introvabile, che sarebbe cosa molto buona ristampare, ove egli fa sintesi della sua proposta:

    “…La contrapposizione tra governanti e governati, tra partiti ed elettori può essere superata solo con la democrazia partecipativa che unisce e coordina l’esercizio del diritto di voto con l’esercizio del potere. Senza tale coordinamento gli stessi istituti garantistici del sistema rappresentativo, come l’esperienza dimostra ogni giorno, sono destinati a venir meno.

    Resta da risolvere il fondamentale problema proposto, che è poi il vero problema della democrazia in quanto tale. Come unire l’esercizio del diritto di voto con l’esercizio del potere? Come, in altre parole, operare per dare finalmente al popolo la sovranità sempre promessa e mai concessa, e cioè l’effettivo e concreto esercizio del potere?

    La democrazia partecipativa fornisce la soluzione a tale assillante interrogativo. La partecipazione è il momento d’unione fra democrazia economia e democrazia politica. Senza un’effettiva democrazia economica non vi può neppure essere una autentica democrazia politica.

    Avremo una democrazia economica quando ciascun lavoratore sarà posto in grado di concorrere alla formazione del capitale e alla condeterminazione delle decisioni nella impresa in cui presta la propria opera. Democrazia economica e capitalismo popolare sono allora due facce della stessa medaglia”. (segue…)

    In Zampetti la soluzione del problema politico è quindi ben presente. Conviene che io tratteggi questa finale prospettiva futura trascrivendo la nota di copertina del suo libro “La società partecipativa” (Dino editore), risalente nella prima edizione al lontano 1981:

    “Quale sarà la società del 2000? La società che risponda per intero agli assillanti ed anche drammatici interrogativi dell’uomo oggi?
    È la società partecipativa, che si presenta come la quarta società in circa duemila anni di storia, dopo quella romana, feudale e capitalistica. L’ultimo stadio di questa, la società dei consumi, originatasi con il New Deal americano, si sta ormai dissolvendo anche a causa della crisi energetica, e disgrega altresì, in maniera misteriosa, il materialismo storico, che è il fondamento dei partiti di ispirazione marxista.
    La società partecipativa è fondata primariamente sulle capacità intellettuali e morali dell’uomo che vanno potenziate e che costituiscono le vere e insostituibili “centrali energetiche”.
    La società del 2000 è sottesa e animata da una nuova cultura: lo spiritualismo storico. Esso fa germogliare la “società di ruoli o funzioni” in luogo della società di classi, un nuovo capitalismo, il capitalismo popolare in cui tutti i lavoratori diventano capitalisti ed un nuovo Stato, lo Stato partecipativo, che coordina il meccanismo produttivo nella programmazione democratica. L’inflazione è definitivamente debellata e nuove prospettive di lavoro si aprono per i giovani.
    Lo spiritualismo storico trova il suo fondamento nell’Incarnazione, che riguarda tutti indistintamente gli abitanti del globo e che dimostra come tra partecipazione e cristianesimo vi sia un nesso inscindibile. Ecco perché in un senso del tutto nuovo ciascun uomo, indipendentemente dal sesso, razza, nazione o religione, non può non dirsi cristiano”.

    Maggiori dettagli qui

    http://lafilosofiadellatav.wordpress.com/i-maestri-2/pier-luigi-zampetti/i-due-e-book-sulla-lezione-di-pierluigi-zampetti/

    e qui

    http://lafilosofiadellatav.wordpress.com/fiatpomigliano-darcomelfi-come-mettere-a-frutto-la-lezione-di-pier-luigi-zampetti-per-risolvere-il-conflitto-tra-capitale-e-lavoro/

  2. AlxGmb

    ” democrazia economica quando ciascun lavoratore sarà posto in grado di concorrere alla formazione del capitale e alla condeterminazione delle decisioni nella impresa ”

    Sig. Pierluigi, potrei smontare parola per parola il suo post….ma sono proprio i post come il suo che fan passare la voglia di venire a leggere leoniblog.
    Quindi mi limito a suggerirle quello che mia nonna suggeriva ai senza speranza: “va a ciapà i ratt!”
    AlxGmb

  3. Stefano Parodi

    Quello è niente. Senti questa: “il capitalismo popolare in cui tutti i lavoratori diventano capitalisti ed un nuovo Stato, lo Stato partecipativo, che coordina il meccanismo produttivo nella programmazione democratica.” Pazzesco. Socialismo reale allo stato puro.

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