10
Apr
2014

Il disastro delle pensioni polacche – Una nuova tragedia dei (presunti) beni comuni—di Remberto Latorre-Artus

Riceviamo, e volentieri pubblichiamo, da Atlas Network.

Il 3 febbraio 2014 le autorità polacchi hanno applicato una legge, approvata dal Parlamento lo scorso anno, che ha confiscato circa 153 miliardi di zloty (37 miliardi di euro) presenti in fondi pensione privati.

Questa comoda operazione, fin troppo consueta di questi tempi, ridurrà il debito pubblico polacco all’incirca dell’8% rispetto al Pil e creerà un’illusione della stabilità fiscale. Questo genere di politica – che mira a equilibrare il bilancio presente gravando sui contribuenti di domani – è, infatti, una pratica sempre più diffusa in tutto il mondo. In Europa, purtroppo, è diventata la prassi e proprio in questo sta il pericolo.

Secondo gli ultimi dati ufficiali, la Polonia è in procinto di raggiungere la soglia del 55% del rapporto debito/Pil, come mostrato nel grafico:

publicdebt

Fonte: http://www.mf.gov.pl/documents/766655/1185164/zsfp_2013_09_en.pdf

Per tale motivo i maggiori investitori della Borsa di Varsavia – i fondi pensione aperti (OFEs) – sono stati obbligati a trasferire all’istituto di previdenza sociale statale (ZUS) più del 51,5% dei loro asset, raccolte soprattutto sotto forma di buoni ordinari del tesoro e buoni del tesoro a lungo termine. Una volta completato il trasferimento die fondi, questi buoni saranno rimpiazzati da mere promesse di pagamento, un perfetto esempio di contabilità creativa.

Questo magico scambio di buoni con dubbie promesse di pagamento avrà ripercussioni negative sulla situazione finanziaria presente e un effetto imprevedibile – e abbastanza pericoloso – sia sul carico fiscale dei governi futuri, sia sui possibili aumenti delle imposte per le prossime generazioni. In futuro i governi del paese tenderanno certamente a disattendere le promesse dei predecessori e i contribuenti saranno poco propensi a sopportarne le conseguenze e probabilmente “voteranno con i piedi” trasferendosi in regioni più libere e/o dichiarando redditi inferiori.

Nel frattempo i 153 miliardi di zloty precedentemente accumulati nel risparmio privato dovrebbero ridurre il debito pubblico polacco da circa il 56 per cento a grosso modo il 48 per cento del PIL, ovviamente nell’ipotesi che I fondi così confiscati non vengano stornati verso nuovi impieghi politicamente allettanti.

In realtà le motivazioni di questa riduzione del debito una tantum non hanno niente a che fare con la sostenibilità fiscale, incidono ben poco sulla previdenza sociale, ma hanno legami strettissimi con l’agenda politica. Primo, una riduzione del debito efficiente dovrebbe avvenire in modo endogeno allo Stato, cioè senza dover toccare risorse private scambiate nei mercati dei capitali. Secondo, la solidarietà e la stabilità sociale di lungo periodo dovrebbe essere rafforzata attraverso una sana crescita economica e un sano sviluppo – cosa che, a dire la verità, i fondi confiscati consentivano poiché finanziavano nuovi progetti e infrastrutture. Promesse di pagamento prive di copertura finanziaria possono migliorare la stabilità sociale nel breve periodo, ma alla fine tutti i progetti non coperti diventano insolventi e i pensionati finiscono sempre col rimanere raggirati. E, in ultimo, ma non meno importante: l’incentivo politico a incanalare questi “nuovi” fondi in promesse “acchiappa-voti” in vista delle prossime elezioni sarà irresistibile.

Tutto ciò senza considerare un problema morale ancora più fondamentale: razziare i fondi in cambio di promesse senza copertura produrrà un enorme danno alle generazioni future. In altre parole, una promessa basata su impegni di pagamento privi di copertura non garantisce che i contribuenti riotterranno i soldi loro dovuti. Quando i governi ristrutturano il proprio debito, posso facilmente modificare i trasferimenti a favore delle pensioni, con la conseguenza che I pensionati riceveranno solo una frazione di quanto era stato loro promesso.

Più in generale, non è facile abbindolare gli imprenditori, pertanto, qualsiasi nazionalizzazione dei risparmi privati sarà davvero rovinosa e creerà un regime di incertezza. La confisca dei fondi pensione ha rappresentato un vero e proprio attacco alla proprietà privata, riducendo la fiducia complessiva nell’economia e ostacola il motore principale del progresso sociale: l’iniziativa imprenditoriale. Ciò causerà danni ai futuri investimenti, dal momento che gli imprenditori non possono sapere in che misura il governo polacco cambierà le regole del gioco e, più importante, se tutelerà – o saccheggerà – I beni dei cittadini polacchi.

Per quanto questa operazione sui fondi pensione non abbia allarmato eccessivamente le agenzie di rating, sembra probabile che questa trovata abbia già spaventato potenziali investitori privati. Non dimentichiamoci che questi fondi hanno contribuito ad alimentare l’impressionante crescita e il rendimento della Borsa di Varsavia nell’ultimo decennio. Ma, ancora più importante, hanno rivestito un ruolo fondamentale nella crescita economica dell’intera società, specificamente di tutte quelle micro-imprese e start up che altrimenti non sarebbero state create. Oggi, questo importante capitale è finito interamente a finanziare obiettivi politici.

Come detto, i polacchi non sono i soli ad aver subito questo genere di esproprio, il che dimostra l’instabilità di qualsiasi riforma delle pensioni se non esistono vincoli costituzioni che impediscono alla classe al governo di confiscare il capitale privato, operazione sempre politicamente allettante.

Sfortunatamente, la teoria della public choice suggerisce – come dimostrano con sempre maggiore chiarezza gli esempi provenienti dall’Europa centrale e orientale fino a quella occidentale – che, a dispetto dei segnali d’allarme che vengono lanciati, l’incentivo dei politici a mettere le mani su questi soldi rende le soluzioni di buon senso virtualmente impraticabili. Il profitto di breve periodo che deriva dallo svuotare i fondi pensione privati – senza dover pagare per le esternalità che questo comporta – è una moderna “tragedia dei beni comuni”, originata questa volta dalla nostra classe politica quando essa si appropria dei risparmi di dei contribuenti – risparmi che sarebbe difficile considerare come beni comuni.

Ciò che veramente è preoccupante è che Bruxelles è diventata sorda a questo saccheggio legalizzato – tranne quando si tratta di rafforzare l’armonizzazione e la “solidarietà” a danno del povero contribuente. La domanda chiave, pertanto, non è chi sarà la prossima vittima di questo contagio globale in perfetto stile sovietico, piuttosto come possiamo evitare che si ripetano nuovi espropri.

Questo articolo è comparso originariamente  su Atlas Network, che ringraziamo per la gentile concessione alla pubblicazione.

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4 Responses

  1. Gian Piero

    Sono 37 miliardii non milioni. Quando si fanno errori dell’ordine di uno a mille smetto di leggere.

  2. Mike_M

    X Pier Luigi Tossani, 10 aprile 2014
    Concordo con Lei. E’ bene prepararsi al peggio. D’altra parte, se una “mostruosità” del genere è stata pensata e attuata in Polonia, che ha un debito pubblico contenuto, pari al 58% del PIL …

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