9
Apr
2014

PNR-DEF: ok le critiche, ma 3 svolte ci sono

C’è parecchia acidità, nei primi giudizi sul DEF di Renzi. Non li condivido. Il che non significa che non restino criticità. Né che vada tutto bene. E tanto meno che sia il migliore dei mondi possibili, soprattutto per chi è liberale e vorrebbe da anni una svolta energica a suon di meno spesa e meno tasse. Però una svolta c’è comunque, e prevale sui punti ancora non strutturalmente chiari.

Secondo me va riconosciuto. L’accoppiata DEF-Piano nazionale delle riforme di Renzi e Padoan è comunque una rottura rispetto al passato. Per almeno tre ragioni. La prima riguarda la forma. La seconda la cautela, cioè la serietà, nelle proiezioni. La terza, a differenza di quanto stamane rilevino molti osservatori “acidi”, riguarda anche e proprio il punto che tanti interrogativi aveva suscitato a fronte delle molte promesse, cioè le coperture finanzarie.

La forma,innanzitutto. Padoan ha fatto una scelta essenziale: è il dettagliato e organico piano delle riforme, il vero architrave dell’azione che si ripromette il governo, e che illustrerà in Europa per un cambio anche delle regole cooperative di convergenza, durante il semestre europeo. Fino ad oggi, ad avere la prevalenza erano le tabelle del DEF, su deficit e debito pubblico che si faticava a fronteggiare se non con nuove tasse. Ora il DEF è invece giustamente ancillare e conseguente, rispetto a ciò che rappresenta la priorità: cioè le riforme. Una novità conseguente a tale impostazione è altrettanto importante: questa volta non siamo all’annuncio di una manovra fatta soprattutto di imposte e accise. Siamo a un’antimanovra, anzi, perché il più viene da importanti tagli strutturali e permanenti alla spesa che vengono confermati in quasi 5 miliardi nel 2014, e via aggiungendo di anno in anno fino ai 32 miliardi complessivi nel 2016. Come vengono anche confermati gli importanti incassi da cessioni pubbliche,12 miliardi ogni anno a cominciare da quello in corso (è ovvio che noi vorremmo la cessione del controllo e che non ci sarà invece, ma questo appunto NON è un governo liberale, e siamo gia’ ad aprile, bisogna il governo metta il turbo se vuole quegli incassi…).
Secondo, va dato atto al governo che, questa volta, si è attenuto a un apprezzabile rigore nella stima degli andamenti economico-finanziari. La vecchia tradizione dei DPEF raccontava scenari mirabolanti, tassi di crescita stellari e deficit puntualmente sottovalutati. Una prassi che ci ha abbondantemente compromessi nei fori internazionali e in Europa. Ora basta, invece. Ci si atterrà rigorosamente al 2,6% di deficit sul PIL nel 2014, senza venir meno agli impegni europei, e con una stima di crescita limata verso il basso allo 0,8%. Gli effetti della pur impressionante lista di riforme sono contenuti in un realistico più 0,3% di PIL quest’anno,  e sommando gli effetti fino al 2018 si resta entro un pur sperabile più 2,1%. Si scrive correttamente che il debito pubblico continuerà ad aumentare fino a fine 2015, per andare incontro a un modesto rientro del meno 1,8% solo nei 3 anni succesivi. Idem dicasi sulla disoccupazione: non si bara promettendo discese significatrive, impossibili a breve
Padoan si e’ solo en passant limitato a un’osservazione marginale, sul fatto che l’andamento del Pil nominale non aiuta a ridurre il debito, per causa dell’inflazione troppo bassa: perché questo attiene alla svolta attesa nelle politiche di intervento della BCE sui mercati, e ha fatto bene Padoan a citare l’argomento senza farne una richiesta esplicita. Quel che conta è che i numeri “pubblici” dell’Italia, questa volta, appaiono più realistici del solito.

Terzo, le coperture. Ecco il punto su cui non condivido le letture critiche che stamane si sprecano. Dove i conti non tornavano, il governo ci ha riservato sorprese, ma più positive che negative. Quanto mancava alla copertura delle detrazioni Irpef verrà innazitutto dall’aumento del prelievo sulle plusvalenze realizzate dalle banche azioniste di Bankitalia. A mio giudizio una misura giusta, che sana fondate obiezioni – anche europee – al vantaggio che si era determinato per gli istituti di credito attraverso la frettolosa rivalutazione delle quote decisa a fine dicembre dal governo Letta. Una misura ancor più giusta perché purtroppo è confermata l’aliquota al 26% sui piccolo risparmiatori. Inoltre, la stima nelle coperture del miliardo aggiuntivo di incassi IVA, generato dal pagamento dei debiti commerciali alle imprese, è significativamente assai meno incredibile di quanto non lo fossero i 2-3-4 miliardi che in parlamento suono risuonati in questi ultimi mesi, da parte di Brunetta e non solo. Si dirà: ma il miliardo dalle banche e quello sull’IVA sono una tantum. Corretto. Ed è che qui la vera differenza che mi persuade e che va difesa. Renzi è andato avanti come un treno sui tagli alla spesa e alla dirigenza pubblica. L’anno prossimo, le coperture da una tantum 2014 che vengono meno verranno sostituite da tagli di spesa aggiuntivi: questo è l’impegno. Su cui inchiodare Renzi se venisse meno al suo rispetto. Ma è una discontinuità, rispetto ai continui aumenti di tasse generali del passato.Prescrivere un limite da 239mila euro lordi, quelli attribuiti al Capo dello Stato, come retribuzione veramente invalicabile fuori dalle società quotate pubbliche, per direttori generali e capi di gabinetto che oggi incassano anche 70 mila euro in più l’anno, o per magistrati che alla Corte costituzionale arrivano a lambire il mezzo milione, è una svolta. Sulla quale bisognerà sorvegliare, perché com’è noto il diavolo sta nei dettagli, e a scrivere i decreti attuativi saranno coloro i cui stipendi devono scendere.
Scendiamo ora per li rami delle diverse riforme, con considerazioni iper sintetiche. Della conferma degli 80 euro mensili in più al mese per chi sta sotto i 25 mila euro lordi di reddito si è detto, ma la novità è che la settimana prossima il governo dirà entro che misura e come estendere (e finanziare) l’iniezione di reddito anche ai cosiddetti “incapienti”, che non ne beneficerebbero attraverso detrazioni Irpef visto che sono sotto la soglia dalla quale si inizia a pagare l’imposta.
Purtroppo, invece, la discesa dell’IRAP per le imprese non è andata oltre quanto  Renzi aveva detto negli ultimi giorni limitando l’obiettivo iniziale, cioè un meno 5% quest’anno e meno 10% dal 2015, finanziata con le entrate aggiuntive dovute al ritocco al 26% dell’aliquota su risparmio e titoli esclusi quelli pubblici. Questo è – come ho più volte scritto e argomentato – un aggravio sbagliato e regressivo, la vera grande e brutta macchia del PNR. Mentre molto promettente è la parte di semplificazione fiscale, attuativa della delega votata in Parlamento: vedremo se davvero il governo riuscirà a modificare criteri organizzativi e adempimenti richiesti dall’Agenzia delle Entrate.
Quanto alla vera iniezione di liquidità per le imprese, il pagamento di tutta la parte restante del debito commerciale pubblico dovuto alle imprese fornitrici, il lungo paragrafo esplicativo fa capire che ancora un rilevante problema tecnico c’è, tra Tesoro e Cdp: ma l’impegno è ribadito. Come quello alla riduzione del 10% della bolletta energetica, tagliando costi impropri oggi sussidiati in bolletta.
Sul lavoro, è per intero rispiegata la somma del decreto Poletti già emanato sul tempo indeterminato e apprendistato – senza concessioni a richieste di modifiche – e della delega che darà corpo al Jobs Act. E a proposito di PA, è confermata – purtroppo – la discutibile proposta della “staffetta generazionale” lanciata dal ministro Madia: vedremo se Renzi davvero si esporrà ai fischi che i lavoratori privati riserverebbero giustamente ai prepensionamenti in deroga a favore dei dipendenti pubblici, o se si limiterò ad aprire qualche finestra nel blocco del turnover pubblico.
Però è anche vero che nei paragrafi di alcune riforme si colgono elementi mai prima visti. Si parla di separazione verticale totale delle diverse attività della holding Ferrovie dello Stato. Si esprime l’intenzione di dotarsi degli strumenti – vedi il riformato Titolo Quinto della Costituzione – per ridisegnare profondamente l’intero oceano delle 7700 società pubbliche controllate dalle autonomie. Senza escludere nessuna “vacca sacra”, dall’acqua all’energia al trasporto pubblico locale.
Ovviamente, un’ importanza fondamentale nell’elenco di riforme è attribuita a quelle istituzionali, a cominciare da quella del Senato. Padoan ha giustamente insistito. in Europa la nostra richiesta di prenderci un anno in più per azzerare il deficit in cambio di riforme che alzano il prodotto potenziale – la famosa “clausola delle riforme”- avrà più ascolto quanto più energicamente cambiamo le nostre istituzioni e la PA.

E’ proprio così. E’ un governo non liberale ma di sinistra realista e alieno da tentazioni antieuropeiste, quello guidato da Renzi. E se una debolezza essenziale ha il suo piano di riforme è che richiede un passo bersaglieresco, per essere adottato nei tempi e nei modi in cui il governo ieri l’ha definito. Ma a questo punto è del Pd,  il problema. Se una parte del partito di Renzi pensa davvero che sia un disegno autoritario da bloccare, allora inizi pure a frenare come ha cominciato a fare sulla riforma del Senato. Poi non si lamenti, però, se le urne premiano Grillo.

You may also like

Quello che l’Europa chiede all’Italia
Il ciclo boom-bust e le lacune dei Paesi dell’area LATAM
Giù le mani dai nostri risparmi
La Corte costituzionale: no alla «democrazia in deficit»

6 Responses

  1. Dissento cordialmente da Giannino, circa la visione di fondo da lui espressa, per più di un motivo.

    1. Circa le coperture, abbiamo 2.300 mld di euro di debito pubblico reale, come dico meglio qui http://lafilosofiadellatav.wordpress.com/2013/09/09/governo-lettaberlusconi-la-realta-romanzata/, avvalendomi anche degli specialisti di Leoni blog, il che vuol dire un 100 mld di euro l’anno di soli interessi. Il che vuol dire che… siamo in bancarotta, cari amici, anche se nessuno ha il coraggio di dirlo.

    2. L’antica questione dei liberali, che sarebbero bravi e buoni, in contrapposizione agli statalisti. Val la pena di segnalare un altro “fatto spiacevole”, come direbbe il poeta, e molto, molto importante: i liberali non solo sono oligarchici e tendenzialmente bancarottieri… ma sono anche statalisti. Anzi, in quanto statalisti e oligarchici, sono bancarottieri. Mi spiego meglio qui http://lafilosofiadellatav.wordpress.com/2014/02/16/cosa-ce-dietro-la-maschera-della-rivoluzione-liberale-di-alfano/ e qui http://lafilosofiadellatav.wordpress.com/2013/10/03/politica-lurgenza-di-fare-chiarezza-sulla-vera-natura-dei-liberali/

    3. Nemmeno Renzi ce la può fare, per il semplice fatto che in sostanza si sta muovendo come tutti i suoi predecessori, di dx e sx, hanno già fatto, e cioè secondo le linee della “società dei consumi” keynesiana, mentre la crisi è antropologica. Di questo, nessuno, a parte il papa e pochi altri, sembra essersi reso conto. Per l’approfondimento rimando ai post linkati al punto precedente.

  2. Mike_M

    Caro Giannino, leggendo il Suo post mi sono immaginato Renzi alla guida di una bicicletta da corsa, che percorre il rettilineo che porta al traguardo tra ali di folla apparentemente entusiasta, ma in realtà ben decisa a cogliere l’occasione di mettergli il proverbiale “bastone tra le ruote” per farlo cadere per terra e far vincere il beniamino di casa. Ma tant’è: Renzi ha voluto la bicicletta? Ora gli tocca pedalare ….

  3. Stefano

    Resta il fatto che l’INDISPENSABILE stimolo ai consumi (era ora, molto probabilmente se si fosse agito così un po’ prima avremmo potuto evitare almeno qualche decimale di punto percentuale nella disoccupazione e nella riduzione del PIL) per riattivare un po’ di crescita è profondamente “strabico” ed iniquo.

    Non si può che concordare che sia meglio di prima, ma continuare a trovare soluzioni in parte sbagliate o ingiuste non è una gran consolazione: anche Monti, almeno sullo spread, era stato efficace, peccato che non ci sia solo lo spread.
    Il paziente Italia è da troppo tempo curato con dosi di farmaci che si concentrano solo su una malattia ed ignorano l’unicità dell’organismo ….. i medici dicono che si deve curare l’UOMO, non la malattia ….. a quando queste evoluzione nella politica ???

  4. adriano

    La manovra è recessiva perchè priva dell’unica riforma che serve,l’uscita dall’euro.Quindi ognuno si può divertire ad interpretare i sogni come vuole,tanto serve a niente.Comico il provvedimento stile Superciuk che diminuisce le tasse a Squinzi con i risparmi della nonna.Schizoide quello che ricorda la scarpa di Achille Lauro,l’aumento del reddito per qualcuno ed il blocco per altri.Probabilmente anche la coerenza ce la chiede l’Europa.Alla fine,naturalmente,aumenterà solo la miseria e,naturalmente,la colpa sarà,non essendoci più il parafulmine a cavallo,del destino cinico e baro di saragatiana memoria.Aveva ragione Flaiano,la situazione è disperata ma non è seria.

  5. giuseppe

    Ha anche detto di essere contrario ai blitz in stile Cortina e annunciato la soppressione del Pra.
    E l’Aci, storicamente in mano alla Destra, che fine fa?
    Stai a vedere che per fare qualcosa di Liberale in Italia ci vogliono i comunisti.
    A proposito del Pra e dell’Aci, chissà come la prenderà qualche Liberal-Statalista milanese?

Leave a Reply