8
Apr
2014

Società pubbliche locali, Regioni e Titolo V°: il filo rosso che frena i tagli

Tra poche ore conosceremo il teso del Documento di Economia e Finanza. Avrà termine la ridda di ipotesi e promesse, e si entrerà nel concreto dettaglio vero dell’operatività del governo. Limitiamoci qui a una riflessione aggiuntiva. Su un punto delicatissimo dell’apparato pubblico italiano. Un punto sul quale Renzi e il ministro Padoan si ripromettono – giustamente – di intervenire, aa contro il quale sono “rimbalzati” sia il governo Monti sia il governo Letta, quando si proposero lo stesso intento.

Parliamo della finanza pubblica delle Autonomie, e dell’oceano di società che esse controllano e partecipano. Quelle di primo livello censite sono circa 7700 (quelle di secondo livello dovrebbero essere oltre 20mila, ma nessuno lo sa di preciso), muovono circa 24 miliardi di euro di oneri e quasi 13 miliardi è il solo costo dei loro oltre 200 mila dipendenti, altri 2,5 miliardi il lauto costo dei loro 24 mila amministratori e 56 mila tra revisori e consulenti. Più della metà delle società sono in perdita, quasi la metà non offrono affatto servizi ai cittadini. Hanno un debito cumulato che si stima in più di 30 miliardi (c’è chi dice fino a 40). E’ ovvio ed è giusto, mettere mano a questa proliferazione inefficiente che è continuata anche negli anni di crisi. Per la Fondazione Mattei e KPMG nel corso del decennio alle nostre spalle il socialismo municipale è cresciuto infatti di almeno il 10%.

Senonché, per invertire la marcia verso il baratro, è da sperare che il governo Renzi abbia studiato bene i fallimenti di chi l’ha preceduto. Il governo Monti aveva previsto che entro aprile 2013 si sarebbe dovuto emanare un Dpr per definire i criteri con cui procedere all’individuazione delle società locali da razionalizzare, creando un’anagrafe nazionale per selezionare quelle prestatrici di servizi da affidare a gara e quelle invece da chiudere, con la conseguente scelta di affidare all’esterno il servizio prestato nel rispetto della normativa comunitaria e nazionale. Non se ne è fatto nulla. E’ dal 2009 che il Parlamento ha chiesto chiede al al Tesoro un quadro preciso delle società partecipate e controllate (oltre che del patrimonio immobiliare detenuto), e di quelle che offrono servizi pubblici affidati in house, cioè in gestione diretta, senza gara, con vastissimo spazio garantito a criteri di discrezionalità politica e di diseconomicità di prezzi-tariffe rispetto a standard di servizio offerti. Ma solo poco più del 40% degli oltre 9mila soggetti pubblici all’obbligo di comunicazione lo adempie davvero, visto che è privo di sanzione.

Nell’estate scorsa, con il cosiddetto “decreto del fare” varato dal governo Letta si adottò una nuova proroga, di altri 6 mesi,rispetto ai termini previsti dal governo precedente per lo scioglimento delle società controllate dalle PA e l’esternalizzazione dei servizi da esse prestate. Gli enti titolari di queste società multiservizi, se fatturano fino al 90% delle loro prestazioni all’ente controllante, erano tenuti ad alienare le relative partecipazioni entro il 30 giugno 2013. E contestualmente avrebbero dovuto riassegnare il servizio prestato per 5 anni a decorrere dal 1° gennaio 2014. Niente da fare.

Anche perché, nel frattempo, la Corte Costituzionale ha richiamato i governi nazionali alla dura realtà. Con una raffica di sentenze ha smontato il più delle prescrizioni che il governo Monti aveva tentato di adottare per mettere un freno alla finanza pubblica delle Regioni. Con la sentenza 219-2013 la Corte ha così abrogato quanto era stato disposto in materia di controlli e sanzioni alle Regioni fuori controllo. Sono caduti lo scioglimento dei Consigli Regionali, l’incandidabilità per 10 anni dei presidenti di Regione finite in default per dolo o colpa grave, e persino l’obbligo di relazione di fine legislatura per fissare nero su bianco le responsabilità finanziarie di ogni governo regionale uscente. Il 6 marzo scorso, la Corte ha depositato una nuova sentenza, la 39 del 2014, con cui ha abrogato i poteri che erano stati affidati alla Corte dei Conti sul controllo preventivo di legittimità su tutti i singoli atti delle amministrazioni Regionali, nonché sulla verifica del rispetto del pareggio di bilancio. In caso di violazioni, qualora avesse rilevato spese sprovviste della dovuta copertura, la Corte avrebbe potuto bloccarle e obbligare le amministrazioni a modificare gli atti contestati. Alla Corte dei Conti era stato affidato il potere-dovere di verifica semestrale sulla legittimità e regolarità delle gestioni, nonché sul funzionamento dei controlli interni e sul rispetto delle regole contabili e del pareggio di bilancio, fino al punto di poter bloccare i programmi di spesa scoperti.

Niente di tutto questo è sopravvissuto.  La Corte costituzionale è stata categorica: l’attuale testo vigente del Titolo V° della Costituzione impedisce di vincolare e inibire la potestà legislativa dei Consigli regionali. Tanto meno consente di sanzionarli.

Ecco la lezione da studiare e mettere a frutto. Se il governo Renzi – auguriamocelo – intende davvero intervenire a spazzaneve con criteri organici per razionalizzare e cedere migliaia di società locali, accorparle e aprirle alla concorrenza vera secondo standard di servizio commisurati a costi e prezzi, allora il suo intervento deve essere commisurato e coerente al nuovo testo da approvare del Titolo V° della Costituzione, attribuendo con chiarezza allo Stato facoltà di intervenire sul pareggio di bilancio e sul portafoglio patrimoniale delle Autonomie, mattoni compresi oltre le partecipazioni mobiliari. Non è un caso che il testo della riforma sia in questi giorni all’attento esame del Quirinale.

Se il governo non farà così, il paradosso è che a cedere municipalizzate sia solo il Comune che riceve ripiani condizionali del suo debito, come capita a Roma con il sindaco Ignazio Marino che si è deciso ad annunciare la cessione di una ventina di società solo perché vincolato per decreto, in cambio dei denari ricevuti dal governo. Altrimenti la regola continuerà a essere quella di Napoli, dove il sindaco De Magistris, sfidando il governo a salvarlo come Roma dopo che la Corte dei Conti ha bocciato il suo piano di rientro di fronte al pre-default dei conti dell’amministrazione, annuncia cessioni del 40% della municipalizzata dei trasporti per mantenerne il controllo, come se i privati corressero a mettere soldi in aziende così compromesse che quando un autobus si ferma per guasti bisogna fermarne un altro per cannibalizzarne i pezzi.

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2 Responses

  1. Mike_M

    Caro Giannino, come ho commentato in precedenza, la Corte Costituzionale ha perso l’occasione di “salvare” le norme varate sotto i Governi Monti – Letta. Tecnicamente, ciò sarebbe stato possibile, oltre che opportuno. A questo punto, non resta altro da fare che recepire in Costituzione le norme “cassate” dalla Corte. Qualsiasi altra soluzione, che non abbia la “forma” della legge costituzionale, non reggerebbe al successivo vaglio della Corte. Il punto allora è questo: c’è la volontà politica di “fare la cosa giusta” in tempi brevi?

  2. adriano

    “Se il governo Renzi intende davvero intervenire…”Il governo Renzi è una finzione.Altrimenti le cose che dice di voler fare le avrebbe prima sottoposte al vaglio del voto e poi,forte del mandato,a buon diritto ne avrebbe preteso l’attuazione.Non è così che funziona il paese del barbatrucco.Si raccontano favole sicuri dell’oblio a fine bilancio e nelle riunioni “ristrette” si coltivano gli orticelli delle società private che sono i partiti.La variabile indipendente del veto in mano agli organi non eletti non interessa perchè gli interessi reali non appaiono e magari coinvolgono anche loro.The show must go on.

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