3
Apr
2014

Befera ridifende i blitz fiscali, ecco perché sono sbagliati

Ieri il direttore dell’Agenzia delle Entrate, Attilio Befera, ascoltato in commissione Finanze al Senato, è tornato sui controlli fiscali “blitz” che animarono le cronache tempo fa, da Cortina a Porto Rotondo a Courmayer. Ed è tornato a difenderli come successi. Il blitz di Cortina ha fruttato allo Stato 2 milioni di euro di maggiori incassi, tra imposte dirette, IVA e sanzioni. E su 173 accertamenti fatti quel giorno, 142 sono già stati definiti e incassati, solo in 32 casi è pendente un ricorso. Con grande rispetto per Befera, cerchiamo qui di spiegare perché considerarlo un successo sia altamente opinabile. Mi è capitato più volte di confrontarmi direttamente con Befera su questo punto in radio e televisione, e so che non può risentirsene.

Non può risentirsene perché la tesi che sostengo non ha nulla a che spartire con la negazione dei grandi meriti di Befera, nei suoi lunghi anni di impegno per rendere efficiente e incisiva l’Agenzia che gli è affidata insieme ad Equitalia. Né disconosce a Befera il pregio di esser stato tra i primi a ridursi il compenso nei limiti del primo presidente di Corte di Cassazione, mentre tanti dirigenti pubblici ancora nel 2013 guadagnavano multipli. Infine, è giusto ogni volta richiamare che Befera non è responsabile, delle tante contraddizioni e sinanco follie dell’accumularsi di una sempre più fitta foresta normativa in campo tributario. Tocca anzi all’Agenzia emanare a propria volta tonnellate di circolari che fanno impazzire i professionisti del fisco, proprio perché le leggi mille volte mutate sono spesso incomprensibili agli stessi commercialisti, e inducono anche la Cassazione a sentenze contraddittorie.

Detto questo, e ribadito che il contrasto all’evasione fiscale nel nostro Paese resta emergenza seria – come serissima è quella di tagliare la spesa pubblica e abbattere le imposte, aggiungiamo noi-  andiamo al punto. Dopo l’ondata di polemiche che suscitarono i blitz del 2012, ci eravamo convinti che quella stagione dovesse essere considerata chiusa, per valutazione convergente di opinioni. Perché un conto consolidato degli effetti delle verifiche fiscali, per essere completamente attendibile e fare testo, deve obbligatoriamente considerare non solo i maggiori incassi per la finanza pubblica, ma altresì la stima delle conseguenze generate nell’economia.

Non intendiamo qui parlare degli effetti più macroscopici, quelli sui quali l’Agenzia delle Entratre è incolpevole. Esempio numero uno: ieri Befera ha giustamente vantato come un successo l’aumento anche nel 2013 di incassi da accertamenti, giunti a 13,1 miliardi di euro rispetto ai poco più di 3 miliardi di un decennio prima. Ma i contribuenti italiani continuano a sentirsi ripetere dallo Stato che meno evasione significa meno tasse per chi le paga, eppure anche nel 2013 i contribuenti onesti non hanno visto un euro di tasse in meno, dagli incassi aggiuntivi ottenuti dallo Stato attraverso i controlli. Esempio numero due: ancora ieri Befera ha aggiornato a 90 miliardi di euro la differenza annuale tra ciò che lo Stato dovrebbe ricavare dalle aliquote oggi in vigore per tutte le imposte, e ciò che lo Stato incassa davvero. Ma è difficile immaginare che questa stima davvero venga apprezzata da chi di imposte onestamente ne paga troppe, finché lo Stato non restituisce  sia pur  almeno qualcosa. In entrambi in casi è la politica, non Befera e l’Agenzia delle Entrate, ad avere la responsabilità di non aver mai attivato davvero il fondo di restituzione ai contribuenti di almeno una parte dei proventi della lotta all’evasione. Tuttavia è ovvio che, per imprese e famiglie stremate dalla crisi, dalle tasse e dalle banche, il mancato rispetto di tale pluriennale promessa conti eccome. Lo Stato è il primo, a non mantenere la parola.

Torniamo invece ai blitz. Da metà degli anni Duemila in avanti – prima assai meno, va riconosciuto che la politica per decenni ha vissuto una sorta di patto implicito con ampie fasce di evasione – sotto i morsi del necessario riequilibrio della finanza pubblica, il legislatore ha nel tempo disposto un ingente e progressivo rafforzamento degli strumenti a disposizione per la lotta all’evasione. Dalla sinergia tra tutte le banche dati pubbliche a disposizione dell’Agenzia delle Entrate, fino alle ultime norme oggi in vigore sul nuovo redditometro, e alla totale acquisizione da parte degli uomini di Befera di ogni movimentazione bancaria. Su molti di questi siamo stati critici, perché l’inversione dell’onere della prova e la mancata tutela dei diritti nel contenzioso è più regola che eccezione, ma fatto sta che l’arsenale di armi per la lotta all’evasione è diventato munitissimo.

Tutto ciò consente oggi controlli e accertamenti proprio sulla base dell’incrocio dell’immensa mole di dati attingibili con un clic dall’Agenzia, e adottando di conseguenza il metodo delle verifiche  individuali, ad personam e per così dire ad aziendam. E’ questo il metodo da seguire, per contenere ed eliminare ogni “esternalità negativa” dell’accertamento, cioè ogni effetto indotto improprio di freno e contrazione dei settori o delle aree locali in cui si interviene. Al contrario i blitz pubblici con grande dispiegamento di forza, i controlli “a strascico” porta a porta, massimizzano proprio l’effetto negativo indiretto. Se si parla con i rappresentanti delle categorie economiche attive nell’offerta di servizi turistici a Cortina, ai 2 milioni di incasso aggiuntivo per lo Stato generati dal blitz pubblico va affiancato nei mesi successivi un effetto negativo stimato tra 2 e 4 volte per alberghi, ristoranti, taxi, guide, impianti di risalita, prodotto dallo spostamento verso Austria e Svizzera di  turisti non solo italiani, ma soprattutto stranieri appartenenti al più alto segmento di reddito e consumi. Un effetto negativo verificatosi anche in Sardegna e in Valle d’Aosta, a seguito dei blitz. Su tutte queste attività sfumate, lo Stato ha perso gettito, non ne ha guadagnato.

Se alziamo lo sguardo, è esattamente ciò che si è verificato in intere filiere economiche per effetto degli aggravi sul “lusso”, decisi in quel caso dal legislatore. L’aggravio dell’imposizione patrimoniale sui natanti ha allontanato migliaia di barche dai porti turistici italiani verso quelli di Spagna, Grecia e Croazia. L’aumento di tassazione sulle auto di elevata cilindrata ha finito per spostare verso Svizzera e Austria una bella fetta della filiera dei ricambi come dell’assistenza, oltre che della vendita. In parole povere, mettendo nel mirino proprio servizi e prodotti del “lusso” giustamente abbinati al brand Italia per un segmento elevato di consumatori, italiani e soprattutto internazionale, e facendolo in maniera indiscriminata invece che caso per caso, ci diamo la zappa sui piedi. Perdiamo flussi rilevanti per l’intera economia italiana, e facciamo pagare il conto non ai ricchi che si spostano altrove, ma ai dipendenti e autonomi a basso reddito che lavorano in alberghi e ristoranti, officine e porti.

Non è di questo che ha bisogno l’economia italiana. Ma di tre altre cose. Controlli sì ma come sono oggi davvero possibili, cioè mirati e non indiscriminati. Incentivi ai dirigenti delle Entrate che premino incassi aggiuntivi ma da dove davvero si concentra l’evasione – società di capitale se si parla di redditi, aree geografiche dove si concentra l’evasione IVA  – senza premiare allo stesso modo chi genera invece contenzioso, aggravando la richiesta a chi le tasse già le paga. E infine una politica che sappia disboscare ed evitare i troppi eccessi fiscali, dalla corresponsabilità fiscale e contributiva degli appaltatori verso i subappaltanti, fino ai troppo ridotti tempi di esecutività degli accertamenti rispetto ai tempi della giustizia tributaria. La lotta all’evasione deve essere fatta senza rinunciare alla civiltà, e ai diritti del contribuente.

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16 Responses

  1. Tenerone Dolcissimo

    Egregio dottor Giannino, mi sembra che già la riforma del 1972 portò ad una drastica riduzione dell’evasione, anche perché prima potevano evadere anche i lavoratori dipendenti, sia pure in misura minima. Sarebbe interessante sapere di quanto sono diminuite le imposte a seguito di questo calo delll’evasione. Confido in una Sua risposta corroborata da dati, come Lei sa fare beniissimo. La ringrazio e cordialmente La saluto.

  2. Mike_M

    Tutto giustissimo. I blitz sono controproducenti, oltre ad essere il sintomo più evidente della nostra inciviltà giuridica.

  3. adriano

    Combattere l’evasione con le aliquote attuali significa creare problemi di sopravvivenza a chi non può utilizzare il sistema del trasferimento di imposta.Inoltre l’attuale sistema di oppressione e persecuzione tributaria non consente a nessuno di sentirsi in regola perchè l’errore è in agguato e l’arbitrarietà insieme alla discrezionalità dell’interpretazione della norma coinvolgono tutti nell’incertezza del diritto.Per questo non capisco cosa significhi la libertà del contante e perchè non si pensi di eliminarlo.La semplificazione del sistema dovrebbe piacere a chi parla di revisione della spesa.La riscossione potrebbe essere automatica e le strutture relative di controllo azzerate.Uso generale della moneta elettronica,eliminazione dei costi per l’uso della carta,inviolabilità di quanto già tassato,aliquota flat al 20%,eliminazione di tutte le agevolazioni ,possibilità di ridimensionare lavoro nero,la corruzione,l’ evasione,maggiore sicurezza per tutti e fine del regime persecutorio che oggi si respira.Se serve una scossa cerchiamo di trovarla.

  4. Carlo

    Befferà si deve vergognare ! 2 milioni di incasso sono se non erro 10000 eur circa per accertamento(circa 200) guarda caso ,lo dico perché vissuto,è una cifra che corrisponde al compenso medio di un avvocato per un procedimento tributario con la non certezza di vincer lo,anche se basato su solide prove!! nel dubbio si paga! Che si vergogni! Sono soldi estorti con metodi squallidi da stato di polizia tributaria!

  5. milena

    Capisco poco di tassazione e finanza ma chiedo: se lo stato decidesse di ridurre la tassazione a tre aliquote diciamo 15, 20, 35% e in contemporanea introducesse per gli evasori una pena carceraria di minimo anni 5, non si risolverebbe il problema dell’evasione?
    (In questo caso solo i pazzi o delinquenti non pagherebbero le tasse mentre le persone sane di mente non rischierebbero il carcere con aliquote così basse).

  6. Alberto

    Caro Giannino, non capisco davvero tutto questo panegirico introduttivo sulle presunte grandi qualità di Befera. Lei mi mi pare aver perso quel minimo di distacco che è pur necessario nel valutare l’operato di personaggi pubblici come il suddetto e, francamente, la vedo affetto da sindrome di Stoccolma in una forma che definirei seria.
    Il Befera, questo è vero, è riuscito in quel che tutti i suoi predecessori non erano mai riusciti: nell’ ottenere cioè una legislazione di favore da parte dello Stato che si è spinto, con l’inversione dell’onere della prova, fino al rovesciamento di principi di civiltà giuridica che costituiscono la base della civile convivenza di un paese nel ventunesimo secolo.
    In pratica è lui che dobbiamo ringraziare per questa terrificante asimmetria che ha portato l’Italia al crollo. Non contento di ciò si esibisce in spot come quello di Cortina che ricorda terribilmente i metodi del famigerato Goebbels, ministro della propaganda del Fuerher. Lei davvero pensa che un personbaggio simile meriti tutte le parole di elogio che gli ha tributato ? Non è che ne è in qualche maniera prigioniero anche lei ?

  7. giuseppe

    @ Milena

    Lei è così sicura che lo Stato abbia la capacità, l’onestà e la voglia di individuare con assoluta certezza gli evasori, e non persegua invece persone innocenti? Ci mancano solo cinque anni di carcere! Poi siamo veramente a posto.

  8. ALESSIO DI MICHELE

    Oscar, tu quoque ! Le cattive società di capitali che evadono, no ! O parliamo delle 2 Italie, di quella che nell’ inefficienza ci sguazza perché conosce i corridoi giusti contro quella che sta sul mercato internazionale con serietà ed a cui ogni giorno leviamo un po’ di voglia, o cadiamo nella demagogia, campo in cui, peraltro, Grillo & Bossi ti mangiano la pappa ‘n capo. Ci sono torme di srl ed anche di spa che annaspano come tutti, né più né meno. Non è vero che piccolo è bello: un po’ perchè c’ è meno relazione di quanto si creda tra “grande” e “di capitali”, e poi perché le mitizzazioni ci aiutano, ma sono raramente vere: l’ Italia è ricca, perlomeno al centro-sud, di imprenditori con una mentalità da micro-bottegaio, gente che “no, la srl no, mi costa il doppio (triplo, ennuplo) della sas; poi falliscono ed il giudice fallimentare che gli vende la casa all’ asta gli spiega il concetto di limitazione di responsabilità”. E poi: basta che solo le partite IVA evadono: centinaia di migliaia di lavoratori dipendenti onestamente evadono il lavoro e nessuno se lo ricorda ? Per un forestale calabrese 0,5 canadesi: già, il Canada è la metà della Calabria, sia di superficie che di vegetazione, poi gli alberi canadesi, si sa, non sono di carta cerata con la testa di zolfo ! Se non riconosciamo che c’ è del marcio in Danimarca, dappertutto, ad ogni livello, non andiamo da nessuna parte. E non cadiamo nell’ errore di giudicare gli accertamenti dal contenzioso generato: nessuno che si sudi la pagnotta coltiva un ricorso, anche il più solido del mondo, al di sotto di X euro di accertamento: paga e tace, anche perchè andare dal dipendente del Minfinanze (detto anche “giudice di commissione tributaria”) a chiedere se il dipendente dell’ amministrazione finanziaria (detto “accertatore”) abbia bene operato, gli sembra indecoroso. Ma chissà perché ! ?

  9. Enrico Masala

    penso che sulle tasse non ci sia niente da aggiungere al libro di Livadiotti: “Ladri, gli evasori e i politici che li proteggono”. In germania li arrestano… Non solo Berlusconi o, peggio del peggio, Sofia Loren vent’anni fa… Ogni anno in Germania… Perchè in Italia siamo a due?

  10. giuseppe

    @ Enrico

    Immagino che in Germania si giudichi sulla base della prova provata, e non dell’accertamento presuntivo.
    Nonostante Hitler e quella cattivona della Merkel, hanno fatto passi da gigante, e sono molto più civili e democratici di noi.
    Del resto, da quelle lande non mi giunge notizia di suicidi.
    Non credo che un solo tedesco sia disposto a spendere un cent per leggere certi libri.

  11. Franco

    I controlli fiscali sono la punta dell’iceberg di questa nazione. Il vero problema è la mentalità italiana, abituata e lasciata libera di rubare, estorcere di creare legami “mafiosi” anche tra il popolo. Il disegno dei politici è semplice: io politico lascio a te popolo le briciole, ti lascio libertà di derubare lo stato e il tuo simile, di annegare nella burocrazia e di crearti legami “mafiosi” per sopravvivere. In cambio però il politico si è preso la libetà assoluta di muoversi come meglio crede a suo favore ma a discapito della nazione. Questo comportamento ha portato alla distruzione di un popolo e di una nazione e all’arrichimento di pochi elette: politici e pochi industriali. E il popolo italiano pensa di essere felice con questo sistema che premia i furbi e i disonesti ma in realtà ancora una volta, l’ennesima volta, i politicil’hanno fatto fesso, ancora una volta. Gira e gira non sono i politici italiani, siano essi i Renzi , i Berlusconi, i Napolitani che cambieranno l’Italia ma la voltà di cambiare che manca. Non siamo un popolo unito nè mai losaremo. ci hanno insegnato ad odiare il nostro stesso prossimo, ci hanno insegnato a considerare i nostri simili come nemici. Mettili uno contro l’altro e riuscirai a governare un popolo, una nazione.

  12. giuseppe

    Ma siamo davvero sicuri che siano i Politici i peggiori colpevoli, e non i Burocrati dello Stato?
    Guardi che chi comanda veramente sono loro. I Politici vengono portati al guinzaglio con trenta centimetri di catena.
    Fanno tutto quello che queste eminenze grigie gli suggeriscono. La Politica ha rinunciato ad un suo compito fonfdamentale.
    Indirizzare e controllare le Istituzioni. Non possono pensare di rappresentare i cittadini rappresentando contemporaneamente i boiardi di stato. Sono interessi, e giustamente, fra loro antagonisti.

  13. Franco

    il giochetto è semplice quanto banale. Lasciare le bricciole agli italiani permettendogli di evadere le tasse, di trovare stratagemmi per liberarsi velocemente dalla burocrazia, di crearsi una fittizia rete “mafiosa” personale per ottenere benefici e via dicendo. In questo modo i politici e i pochi industriali italiani hanno avuto la possibilità e libertà d’azione per i loro interessi a discapito di fare crescere il paese. Inoltre hanno indirizzato la società italiana verso un comportamento individuale facendo credere che ogni altro italiano sia esso vicino di casa o sconiosciuto fosse un nemico da distruggere. Così siamo diventati tutti diffidenti nei confronti degli altri per paura di essere derubati. E con una giustizia così lenta è corrotta spesso si preferisce rinunciare ad ottenere quello che ogni cittadino onesto chiede: la legge è uguale per tutti.
    Con questo piano macchiavellico hanno solo arricchito loro stessi e impoverito il popolo e spolpato la nostra patria.

  14. Fabrizio

    Caro Giannino, mi dispiace ma non condivido questo suo articolo. Mi spiego: lei ha ragione a dire che non sono Befera o l’agenzia delle entrate a fare le leggi (siamo così sicuri che le leggi le scrivano i politici e non i tecnici dei ministeri e delle agenzie varie?), ma l’uso spregiudicato che si fa di queste leggi credo sia diretta responsabilità dei dirigenti dell’agenzia e, per estensione, anche del Sig. Befera. L’eccesivo favore delle legislazione nei confronti dell’agenzia delle entrate (vedi inversione dell’onere della prova, il non rimborso dei costi legali qualora l’agenzia avesse torto e altre barbarie giuridiche) ha portato in moltissimi casi a procedimenti da parte dell’agenzia del tutto inconsistenti che il contribuente paga solo perché legale e commercialista per 2 o 3 gradi di giudizio costano molto di più. L’esempio che fa Milena qui sopra è esemplare. Potremmo citare decine di altri casi. Nessuna lode a chi usa in questo modo la legge, anche se la legge è tutta da rifare.

  15. victor carlos

    Giannino talvolta non si capisce! Come e perché, nello slancio di razionale equidistanza, possa scivolare in improvvide sottovalutazioni di fatti e delibazioni di atti che alterano puntuali conclusioni di merito. Vedasi l’analisi propiziata dalla sortita di Befera in Parlamento. Il quale Befera – che deve a Tremonti la sovrumana concentrazione di potere nelle proprie mani; tutt’altro che ridimensionata ma,invece,pavidamente rafforzata sinora da politiche d’abord, nonostante metodi ed esiti di retroguardia civile e sociale – il quale Befera, si diceva, gestisce indisturbato Agenzia delle Entrate ed Equitalia. Vale a dire, duplice braccio armato dello Stato nell’amministrazione dell’erario e della pubblica fiscalità.
    La straordinaria concentrazione dei poteri di governo del primario pilastro del Paese non ha riscontri altrove. Poiché – in concreto – ad essa compete la formazione delle risorse, l’autonomo esercizio degli strumenti impositivi astratti dettati per legge, la fisica esazione tributaria, l’azione di contrasto all’evasione e, tutt’altro che ultima, la capacità di incidere direttamente nell’orientare e condizionare l’elaborazione legislativa delle norme sistemiche. Quella di governi e parlamento al guinzaglio della burocrazia non è polemica forzatura bensì colorito riscontro di condivisa constatazione.

    Ebbene. Come valutare senza pregiudizi il quadro d’insieme? Negli sporadici riferimenti di Befera c’è già l’occasione di preliminari riserve. 1)Befera difende “le cortinate” come efficace strumento di recupero di evasione. Non appare interessato agli effetti contrari prodotti nella ben più cospicua realtà produttiva, sottratta a diverse e più congrue modalità di accertamento e recupero impositivo. Costi a parte, gli occasionali maggiori introiti rivendicati risultano superati molte volte dalla perdita di stabile imposizione legata ad una platea imponibile indotta a trasferirsi altrove. Emblematico l’esempio della nautica. Mentre non si hanno altri riscontri di silenziosa attività di contrasto in materia. 2)Befera, sulla scorta di proprie stime, certifica in Parlamento che il minor gettito tributario imputabile all’evasione sarebbe di 90 miliardi. Da decenni in proposito il balletto di miliardi della presunta evasione è stucchevole pretesto di ricorrenti e presto dimenticate denunce. Non vi si era tuttavia quantitativamente adeguata l’Agenzia delle Entrate. Ma, laddove, pure, fossero autentiche le dimensioni rese note, sorprende la preoccupata attenzione alla misura del fenomeno al confronto con i modesti risultati conseguiti nel contrastarne e ridurne la macroscopica evidenza. 3)Questo Befera lo ha sorvolato. Però la questione del cosiddetto “redditometro”, terroristicamente varato all’inizio e presto vistosamente rivisto nella sostanza, suggerisce qualche riflessione circa la predisposizione all’annuncio e ai blitz preferita alla concretezza di risultati nella “normalità” dell’azione. Per la quale gli strumenti legistativi occorrenti risultano addirittura ridondanti.

    Ciò che maggiormente dovrebbe focalizzare l’interesse è la visione generale e “strutturale” che il tema fiscale propone nella unitaria integrazione sistematica dell’Agenzia delle Entrate e di Equitalia affidata a Befera. Problema pregiudizialmente culturale e di costume sociale del paese che si riflette nelle attitudini e nei comportamenti politici, istituzionali e burocratici di classi dirigenti tuttora eredi di modelli borbonici. Non è qui la sede per dilungarsi in siffatta esegesi; seppure evocare l’imposta sul macinato piuttosto che quella sulla frutta che scatenò la rivolta di Masaniello porterebbe a interessanti similitudini.

    Per restare . nello specifico, qualche sintetica annotazione. E’ innegabile – e non confutabile – che il Fisco e l’apparato che ne gestisce il funzionamento siano (ideologicamente?) legati a una concezione eccessivamente paternalististica ed autoreferenziale della funzione pubblica. Anche prescindendo dalla degenerativa vigente inversione dell’onere della prova (che ha padri diversi anche in altri ambiti!), il rapporto con il contribuente è così inteso. Ed in tale prospettiva è causa e fonte di eccessiva conflittualità, troppo spesso ingiustificata ma inevitabile. La cui sottovalutazione, rispetto al superiore interesse dello Stato ad esigere il quantum preteso, si traduce in ritardi, costi ed oneri generali sproporzionati, per i quali il passivo nel bilancio del contenzioso generale azzera in misura esponenziale l’attivo finale. Costi amministrativi talvolta assurdi e paralizzanti, che diversa razionale flessibilità metodologica eviterebbe a vantaggio di immediati e sicuri introiti tributari netti.

    In funzionale correlazione di approccio, il problema Equitalia. Se ne conoscono i termini e l’involuzione raggiunta che hanno reso necessari correttivi urgenti. Tuttavia, ancora circoscritti e – soprattutto – irrilevanti ai fini dell’auspicata rigenerazione del dna che ne qualifica gli schizofrenici comportamenti. Anche a tale proposito la diagnosi è comune. L’intrinseca ispirazione ideologica che ne fa strumento oppressivo ed aggressivo d’un supposto potere superiore alle prese con una società con molte colpe e labili diritti.

    Befera, per quel che se ne sa, non sembra intimamente indifferente alla ratio di tali problemi. Malauguratamente, nelle sue obbiettive carenze, è anch’egli prigioniero e vittima – talvolta sacrificale – d’un sistema che tutti sottomette e travolge. Per ora, purtroppo, con scarse prospettive di riscatto.

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