4
Mar
2014

Supply-side in salsa francese—di Emmanuel Martin

Riceviamo, e volentieri pubblichiamo, da Atlas Network.

Nel corso del suo recente viaggio negli Stati Uniti, il Presidente francese François Hollande ha visitato la Silicon Valley per incontrare gli imprenditori – americani e francesi. Qualche giorno dopo stava già organizzando un primo “consiglio per l’attrattività”, ideato per contrastare la caduta degli investimenti diretti esteri in Francia. Nei fatti, dall’inizio dell’anno, il socialista Hollande si è spostato su posizioni favorevoli all’economia di mercato – e addirittura ai tagli della spesa. La politica economica di supply side del Presidente francese è una rivoluzione per i canoni socialisti. Ma si tratta di una rivoluzione autentica?

Hollande doveva fare qualcosa. Gli indicatori economici negativi si susseguono. Nonostante le formule magiche del governo, gli ultimi dati sulla disoccupazione non segnalano affatto l’“inversione di tendenza” lungamente attesa: l’esercito dei senza lavoro è aumentato di 10.200 unità in dicembre, raggiungendo così la cifra record di 3,3 milioni ufficiali di disoccupati (4,9 milioni considerando tutte le categorie). I dati dell’ultima Conferenza sul Commercio e lo Sviluppo delle Nazioni Unite mostrano che gli investimenti diretti esteri sono fortemente diminuiti (del 77 percento nel 2013). D’altronde le imprese francesi non investono in Francia – perché dovrebbero farlo le imprese straniere?

Hollande propone sia di ridurre i costi del lavoro a carico delle imprese per 30 miliardi di euro, sia di “stabilizzare” la tassazione per indurre alla creazione di posti di lavoro. Ha inoltre proposto di tagliare la spesa pubblica di 50 miliardi entro il termine della sua presidenza.

Questa svolta in politica economica cambierà il corso del paese? Ci sono buone ragioni per essere scettici. Ciò potrebbe comunque rappresentare una lezione per altri paesi.

La riduzione dei contributi sociali a carico delle imprese – che riguarda le voci relative all’assistenza alle famiglie – sarà “organizzata” nel contesto di un “patto di responsabilità”. Le imprese otterranno le riduzioni se si “comporteranno bene”, e cioè se creeranno posti di lavoro, processo, questo, che dovrà essere sorvegliato da un “osservatorio per le compensazioni” (statale). Nei fatti, si tratta di qualcosa di molto lontano dalla supply side economics: di solito le imprese assumono personale per creare valore e quindi profitti, non per compiacere un commissario in modo da riuscire a pagare, forse, meno tasse. Per di più i negoziati fra imprese, sindacati sovvenzionati e governo decideranno in parte il livello di posti di lavoro da creare. Dato il tipo di “dialogo sociale” che avviene in Francia, è lecito dubitare che questo sistema possa davvero funzionare.

La stabilità fiscale è una buona idea, in special modo da quando l’“incertezza di sistema”, cioè i dubbi sulle future politiche di governo che scoraggiano gli investimenti, ha raggiunto livelli allarmanti. Sfortunatamente molti parlamentari socialisti sanno essere alquanto creativi quando si tratta di intentare trucchetti fiscali ingannevoli; e infatti se ne sono già usciti con alcune brillanti proposte.

Quello che i politici devono imparare è che la disoccupazione non scenderà se non verrà creato un mercato del lavoro flessibile. Siccome è diventato troppo costoso licenziare persone con contratti a lungo termine, è troppo costoso anche assumerle. I sindacati sostengono che la flessibilità genererebbe “precarietà”. Ma le regole vigenti lo fanno già, proteggendo eccessivamente posti di lavoro con contratti a lungo termine a scapito dei contratti a breve termine, e creando così un mercato del lavoro duale. Dal 2006 il numero di disoccupati di lungo termine (un anno o più) è più che duplicato, fino agli oltre 2 milioni di oggi. Occorre un contratto di lavoro più semplice e meno costoso.

Nell’ipotesi che non vi siano cambiamenti nei programmi di welfare per le famiglie, se le imprese pagano di meno, saranno altri a dover pagare di più. Ma Hollande, va detto a suo credito, si oppone ad una tassazione più alta, e vuole tagliare la spesa pubblica. In un paese in cui il settore pubblico spendere il 57 percento del PIL ed il debito pubblico ufficiale sta per raggiungere velocemente il 100 percento del PIL, questo è più che dovuto. A tale scopo, è stato creato un “Consiglio strategico sulla spesa pubblica”.

Ma non meravigliatevi: sono sufficienti 50 miliardi di euro di tagli? Non proprio, se si considera che il settore pubblico spende più di 1200 miliardi ogni anno. Ma anche i 50 miliardi saranno una conquista difficile.

La struttura stessa della politica francese rende questo fenomeno quasi una certezza: il più delle volte le “riforme” finiscono con il costare ancora più soldi. Il paese poi non possiede autentici meccanismi di responsabilità fiscale. Le riforme per creare più “democrazia a livello locale”, ad esempio, hanno generato nei fatti più complessità e più finanziamenti dubbi – il che significa meno responsabilità fiscale. Lo stesso vale per una riforma della pletora di programmi assistenziali che l’“eguaglianza” e la “fratellanza” hanno generato negli anni.

Riformare il titanico complesso di diritti acquisiti è un’impresa titanica, che richiede uno sforzo serio, concentrato e specializzato dell’intera nazione, e non semplicemente una nuova commissione.

L’ultima mossa del Presidente Hollande ha probabilmente rassicurato gli investitori e persino le agenzie di rating, ma la politica della supply side in salsa francese non sarà abbastanza. C’è bisogno di concretezza.

Emmanuel Martin è il direttore dell’Institute for Economic Studies-Europe ed è analista all’Atlas Economic Research Foundation. Ringraziamo Atlas Network per la gentile concessione alla pubblicazione.

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