3
Mar
2014

Venezuela: un nuovo socialismo e le solite vittime di sempre—di Federico N. Fernández

Riceviamo, e volentieri pubblichiamo, da Atlas Network.

Hugo Chávez, defunto Presidente del Venezuela, era solito dire che il movimento politico cui aveva dato inizio nel suo paese era il “Socialismo del ventunesimo secolo”. Sfortunatamente, al pari dei suoi predecessori del ventesimo secolo, il socialismo dei giorni nostri è altrettanto propenso ad uccidere i propri cittadini.

Nelle scorse tre settimane il Venezuela ha assistito ad una serie di dimostrazioni portate avanti principalmente da studenti. Il catalizzatore di queste dimostrazioni sono stati gli abusi su di una ragazza all’Università di Táchira. Tuttavia le ragioni di un malcontento sociale diffuso si possono ricondurre a due fenomeni interrelati.

In primo luogo, l’economia venezuelana è in grave difficoltà. Nonostante il paese sia ricco di petrolio ed il prezzo internazionale di quest’ultimo non abbia fatto altro che salire dal 2002, il paese è sull’orlo del collasso economico. Latte, farina e insulina sono impossibili da trovare. L’anno scorso c’è stata addirittura una “crisi della carta igienica”, dovuta alla grave scarsità del prodotto. Inoltre, sebbene il tasso di cambio ufficiale fra il bolivar venezuelano e il dollaro sia all’incirca di 12 a 1, sul mercato nero – il risultato inevitabile dei controlli che hanno reso pressoché impossibile per i cittadini acquistare valuta estera – il tasso è di 100 a 1.

In secondo luogo, da quando Chávez entrò in carica nel 1999, il clima politico del paese è divenuto teso. Quella che un tempo era la più solida democrazia in America Latina, per non parlare del ruolo che aveva come porto sicuro per i rifugiati politici, si è deteriorata rapidamente arrivando a essere un regime illiberale, populista e autocratico. Lentamente, ma con fermezza, ogni singolo scampolo dell’assetto repubblicano è stato rimpiazzato da un potere totale dello Stato, che tormenta e persegue ogni opposizione. Il governo ha lanciato l’assalto contro la società civile venezuelana. Rispetto reciproco, libertà di parola e democrazia sono state le prime vittime.

La morte di Chávez non ha contribuito granché a pacificare il paese. Si sono tenute nuove elezioni presidenziali in Aprile, e a seguito di votazioni ben lontane dall’essere libere e trasparenti, Nicolás Maduro – successore politico di Chávez ed ex-autista di autobus – è uscito vincitore. La sua discutibile vittoria ha polarizzato il Venezuela.

La reazione di Maduro alle proteste della strada è stata descritta – e bene – come la risposta risoluta di un leader debole. Come nel caso di Assad in Siria o di Yanukovich in Ucraina, la reazione di Maduro è un esempio da manuale della reazione dei leader autoritari quando si trovano in difficoltà: censura e repressione. Le notizie relative alle dimostrazioni sono state oscurate. La censura dei media nazionali è stata affiancata dall’interruzione del canale regionale, NTN24, e dall’espulsione dal paese dei giornalisti della CNN. Inoltre, in molte città si sta verificando un’interruzione della rete Internet e di altri servizi di comunicazione.

La repressione è attuata per mano della polizia, dell’esercito e delle milizie rivoluzionarie. In diverse occasioni persone non identificate hanno aperto il fuoco su dimostranti disarmati, provocando molti morti. Leopoldo López, politico all’opposizione e capofila della proteste, è stato di recente arrestato. Il governo lo accusa, fra le altre cose, di omicidio, incendio doloso e terrorismo. Rischia, se condannato, diversi anni di prigione.

Quasi tutti gli altri paesi sudamericani hanno preso posizioni a dir poco deboli sui tumulti in Venezuela. Il caso del Brasile è particolarmente triste. Dal momento che questa nazione si è proclamata leader del Sudamerica, il silenzio del Brasile rappresenta un grave caso di sordità a livello morale.

L’Argentina è la sola eccezione. Quest’altra “potenza” regionale ha legami sia ideologici che economici con il Venezuela. Pertanto, temendo per il proprio futuro, il governo di Cristina Fernández de Kirchner si è fatto attivo sostenitore di Maduro e del suo terrorismo di Stato.

Dopo aver sofferto gli atti criminali perpetrati dal proprio governo, e la complicità degli altri paesi del Sudamerica, gli studenti venezuelani in protesta – oggi uniti ad altre parti sociali – rimangono in strada. Il loro ardore non si spegnerà tanto presto, ma nessuno sa cosa potrà accadere.

Nondimeno, essi hanno insegnato al mondo intero una lezione sul significato delle parole “libertà” e “dignità”.

Federico N. Fernández è research fellow all’Austrian Economics Center (Vienna, Austria) e Fondatore e Presidente della Fundación Bases (Rosario, Argentina). Ringraziamo Atlas Network per la gentile concessione alla pubblicazione.

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