Eduardo, il panettiere suicida contro uno Stato pazzo

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Eduardo De Falco, 43 anni, titolare di un panificio-pizzeria a Casalnuovo nella provincia di Napoli, è una nuova vittima delle aberrazioni del fisco italiano. Si è tolto la vita, una volta raggiunto da una sanzione – 2 mila euro da pagare in  24 ore, 10 mila a seguire – elevatagli dall’Ispettorato del Lavoro. L’accusa: sua moglie lavorava in bottega, ma non versava contributi. Eduardo non è un piccolo imprenditore che preferisce la morte alla vergogna, per esser stato sorpreso dallo Stato a offrire lavoro in nero. E’ invece una vittima. Vittima di ciò che la legge e la prassi fiscale italiane sono divenute negli anni, via via che lo Stato si faceva sempre più assetato e avido di entrate, nei confronti di quella particolare e diffusissima realtà italiana che sono le imprese familiari. Non lo affermiamo per polemica contro lo Stato. Ma guardando all’evoluzione nel tempo di ciò che è stato previsto, in ordine agli obblighi fiscali e contributivi di chi partecipa a un’impresa familiare.

Il codice civile all’articolo 230 bis stabilisce che impresa familiare è quella in cui collaborano coniuge, parenti entro il terzo grado ed affini entro il secondo grado. In pratica, l’impresa ha carattere individuale e l’imprenditore assume in proprio diritti e obbligazioni nascenti dai rapporti con i terzi. Ciò significa che il familiare diverso dal titolare collabora all’impresa, non la cogestisce. Altrimenti, bisognerebbe costituire una società, con tutti gli obblighi conseguenti.

La riforma del diritto di famiglia, a metà anni Settanta, ebbe come conseguenza una nuova disciplina dei diritti patrimoniali e della partecipazione agli utili nelle imprese familiari, collegata al nuovo status paritario della donna. Nonché ai suoi diritti in caso di separazione tra coniugi, o di cessazione delle attività, o di atti eventualmente posti in essere dall’imprenditore in contrasto alla volontà dei familiari. La Cassazione, con diverse sentenze, fissò l’orientamento per il quale deve riconoscersi la qualifica di partecipante all’impresa familiare alla moglie anche casalinga, che effettui però per l’impresa prestazioni anche saltuarie che concorrano alla produttività dell’azienda. Tutte cose sacrosante.

Senonché per decenni il familiare partecipante all’impresa poteva a pieno titolo essere un coadiuvante a titolo gratuito, dunque con nessun obbligo di remunerazione né di contribuzione. E’ questo, il punto rilevante da cui partire per comprendere il dramma di cui è stato vittima Eduardo De Falco. Era una disciplina che aveva un senso eccome, per agevolare la microimpresa familiare, una disciplina che rimase a lungo in vigore quando ancora in Italia sussisteva il cumulo dei redditi tra familiari, prima che la Corte Costituzionale a metà anni Settanta lo facesse decadere, rendendo il fisco italiano il più ostile alla famiglia in tutti i Paesi occidentali, nel nome della scelta che dobbiamo essere tutti solo contribuenti individuali di fronte allo Stato. Una scemenza – al mio punto di vista – che ha contribuito ad abbattere la curva demografica italiana, mentre in Francia resta il quoziente familiare e negli Usa – il sistema che preferisco – i coniugi sono liberi di scegliere tra tassazione individuale e cumulo, che naturalmente abbatte l’aliquota marginale da pagare.

La condizione del coadiuvante a titolo gratuito nell’impresa familiare era ancora coerente alla disciplina fiscale dei componenti l’impresa familiare che venne con il D.P.R. 917 del 1986, il quale precisava che i redditi delle imprese familiari, limitatamente al 49% dell’ammontare risultante dalla dichiarazione dei redditi dell’imprenditore-capoazienda, sono imputati a ciascun familiare, che abbia però prestato in modo continuativo e prevalente attività di lavoro nell’impresa, proporzionalmente alla sua quota di partecipazione agli utili. Purché, diceva la norma, ciascun familiare attestasse nella propria dichiarazione dei redditi di aver prestato la propria attività di lavoro in modo continuativo e prevalente. Come vedete, nessun obbligo.

Ma le cose cambiarono dieci anni dopo. Il legislatore, allora, si piegò alle istanze insistenti dell’INPS e dell’INAIL, per i quali la disciplina era stata troppo generosa. Lo Stato stava perdendo troppi contributi, sui quali era meglio mettere le mani. Era un errore, affidarsi all’autodichiarazione della prestazione “continuativa e prevalente” da parte degli stessi familiari. Ed ecco che con la legge 335/95 il titolare e i familiari lavoratori divvenero tutti , tutti senza eccezione, tenuti ad iscriversi alla speciale gestione lavoratori autonomi INPS e a versare i relativi contributi. I quali, di fatto, vengono corrisposti dal titolare dell’impresa familiare, che ha anche diritto ad esercitare il diritto di rivalsa nei confronti di ciascun partecipante per la quota dallo stesso dovuta.

Eccolo, l’obbligo evaso contestato a Eduardo. Eccola, la norma che l’ispettore del lavoro ha creduto bene di applicargli. Eppure, malgrado la sete statale di entrate, malgrado quella legge generale dell’obbligo contributivo. ancor oggi non è affatto detto che debba essere applicata senza eccezioni. La Corte di Cassazione, con la sentenza del 30 maggio 2013 n. 13580, ha stabilito infatti che l’obbligo di iscrizione alla gestione assicurativa degli esercenti attività commerciale dell’impresa familiare non è generale, ma sussiste solo quando l’attività lavorativa ha carattere continuativo e non occasionale. E il caso impugnato fino alla Cassazione era proprio quello di un titolare di una vendita di articoli sportivi ai cui coadiuvanti familiari era stata applicata la stessa norma e lo stesso mancato pagamento contributivo contestati a Eduardo per sua moglie.

Eduardo, con ogni probabilità, non ha avuto il tempo e il modo di ricorrere a un consulto con un avvocato del lavoro. Di fronte alla multa e alle migliaia di euro dovute, gli è mancata la terra sotto i piedi.  Ha collegato la marmitta all’abitacolo della sua auto. Ha acceso il motore. E se n’è andato così. Lasciando amici e familiari nel dolore. E noi tutti muti, di fronte alle vittime che lo Stato tassatore cieco e ingiusto continua a produrre ogni giorno nel nostro impoverito Paese.

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