17
Feb
2014

Ha solo 6 lettere, uno dei nodi più temibili per Renzi: E U R O p a

Tra i tanti problemi che Renzi si trova a ereditare e che dovrà affrontare immediatamente, uno dei più rilevanti riguarda i rapporti tra l’Italia e l’Unione europea. E’ un problema serio, articolato in almeno tre livelli concentrici.

C’è una prima questione che riguarda le pendenze irrisolte con la Commissione Europea sul bilancio italiano del 2014. C’è una seconda questione, sul rispetto dei tetti europei. E c’è, ancora più ampia, una questione più generale: la richiesta che viene da ampi settori della destra come della sinistra, di operare una rottura di continuità rispetto alla posizione tenuta da Roma verso l”Unione europea in questi anni di crisi, da Berlusconi-Tremonti prima, Monti poi, e Letta infine. La questione politica vera è quest’ultima, ed è assai sdrucciolevole. Le elezioni europee sono tra poche settimane, e Renzi dovrà misurarsi con un dibattito politico che sarà incandescente, sul doppio nodo dell’euro e del rigore. Avendo, sulla carta, assai pochi margini per assecondare colpi di testa. Ma è anche vero che Renzi ha già detto nel recente passato alcune cose, su queste materie, che potrebbero tradursi in novità comunque profonde.

Cominciamo però dalla prima questione. Essa nasce con l’uscita dell’Italia dalla procedura d’infrazione europea, nella scorsa primavera, grazie alle misure di bilancio – tasse, soprattutto tasse – assunte sommando l’ultimo Tremonti e Monti. A quel punto, l’Italia chiese di potersi avvantaggiare nel 2014 di un bonus per spese d’investimento pubblico aggiuntive, rispetto al limite rigoroso comunque da rispettare, di abbassare ancor più nel 2014 il deficit pubblico sotto quota 3% del Pil. Tutti parlarono a vanvera di chissà quale premio, per l’Italia virtuosa. Sciocchezze, stiamo parlando in in realtà di robetta: 2,7 miliardi in tutto. Ma è pur vero che è quasi un 10% in più, rispetto alla bassissima cifra della spesa per investimenti pubblici – in questi anni la spesa corrente è cresciuta perché i voti si fanno con quella, gli investimenti dello Stato si sono abbassati.

Il governo Letta quei 3 miliardi scarsi di investimenti in più li ha già messi nel bilancio 2014, dando per scontato che l’UE fosse d’accordo. La sorpresa è venuta quando la Commissione ha esaminato la legge di stabilità, e ha avuto da obiettare. La crescita attesa nel 2014 dal governo Letta era troppo alta, l’1,1% del Pil, mentre il più degli osservatori internazionali e Bankitalia non si spingono oltre lo 0,6-0,7%. Decimali di punto, ma tali da indurre la Commissione a chiedere a Letta un mezzo punto di Pil di tagli aggiuntivi al deficit pubblico. Saccomanni a Bruxelles disse che ci avrebbe pensato Cottarelli. E resta il fatto, dunque, che Renzi dovrà come prima cosa mettere per iscritto le misure aggiuntive che Letta e Cottarelli avevano solo promesso. In teoria e in pratica, la scadenza per comunicare alla Commissione le nuove misure era OGGI, 17 febbraio 2014…

Ciò vale a patto, naturalmente, di voler rispettare alla lettera e al decimale di punto i tetti europei. E qui veniamo alla seconda questione. In realtà, non solo tutte le opposizioni, da Grillo alla Lega e Fratelli d’Italia, ma un bel pezzo dello stesso Pd, nonché uno svariato crescente numero di intellettuali, economisti e via proseguendo nei talk show serali, dicono e teorizzano che il tetto del 3% al deficit pubblico bisognerebbe avere il coraggio di violarlo, e bellamente fregarsene, se l’autorizzazione non viene. Stefano Fassina, l’ex viceministro all’Economia, si dimise non solo per la sferzante battuta di Renzi, “Fassina chi?”. Ma perché da tempo sostiene che i limiti al deficit sarebbero il diktat di una “visione neoliberista” da cui il Pd deve liberarsi. Fassin a non è affatto solo, a pensarla così.

Renzi pure, qualche tempo fa, disse che a suo parere in questo 2014 il 3% di limite al deficit pubblico non deve rappresentare un tabù. Se l’Italia porta in Europa due-tre misure in grado di scuotere davvero dalle fondamenta il suo ritardo di bassa crescita e forte disoccupazione, bassa produttività e gap di competitività, allora Bruxelles non potrà che apprezzare e capire.

Attenzione: Renzi – finora, almeno –  non ha mai sposato la visione ormai anti-euro di Grillo, Salvini, Alemanno e tanti altri. Né ha teorizzato la “svolta a sinistra”, che porta diversi esponenti del Pd ad accarezzare l’ipotesi di una nuova formazione insieme a Sel. Ha proposto invece di sfondare il tetto al deficit per finanziare riforme che possano avere effetti certi di crescita nel breve-medio periodo,e in quanto tali certificati anche da Bruxelles. Ma tutto questo l’ha detto dalla comoda posizione di leader politico senza responsabilità di governo. Ora che diventa premier, si tratta di capire se davvero seguirà questa linea. E come la differenzierà, eventualmente, dall’assordante coro antieuro con il quale ormai tutti – da Berlusconi a Ferrero, passando per i 5 Stelle – pensano di mietere voti alle europee, pescando a mani basse nelle giusta rabbia di milioni di italiani regrediti nella crisi a redditi reali di 15-20 anni fa, e sapendo che analoga politica seguiranno il Front National in Francia, l’Ukip nel Regno Unito, il PVV in Olanda.

Venendo al terzo problema, Renzi sa di avere un doppio handicap. A differenza di chi lo ha preceduto, Letta e Monti, il sindaco di Firenze non è personalmente conosciuto e stimato dai leader europei e da Obama, dal Fondo Monetario e dai mercati. Meglio, direbbero gi anti-euro. Ma è un bel rischio per lui, presentarsi alla Merkel e a Draghi come un premier che pone l’Italia sulla linea del non rispetto degli accordi pregressi. E’ vero che i mercati mondiali spingono verso il basso lo spread dei Paesi eurolatini, grazie alla fuga di flussi finanziari in atto dai Paesi emergenti. Ma ci si mette poco, a farsi la fama dello spendi-facile italiano.

Il secondo handicap è che il premier Renzi non potrà far finta di niente, come hanno fatto i suoi predecessori, di fronte al fatto che nel 2015 entra in pieno vigore il fiscal compact, con l’impegno ogni anno a ridurre di almeno un ventesimo l’eccesso di debito pubblico oltre quota del 60% del Pil. E noi siamo al 133%! Nella legge di stabilità di Letta, che pure abbraccia l’orizzonte triennale in cui il fiscal compact entra in vigore, non si dice nulla di come rispettarlo. Ed è contro il fiscal compact che, nella campagna per il voto europeo, tanti picchieranno col martello, accusandolo di essere uno strumento di asservimento dell’Italia alla perfida signora Merkel…

Nessuno può oggi sapere come Renzi si regolerà.  Né sappiamo come la pensi dei numerosi “programmi straordinari” per abbattere e consolidare il debito, mutuando patrimonio pubblico e risparmio di mercato, che sono stati avanzati in questi anni, e che talora mascherano ipotesi di temibili patrimoniali.  Un conto è se Renzi davvero presenterà riforme energiche, tagli profondi all’IRAP e alle tasse sul lavoro, tagli di spesa veri e sin qui mai visti, privatizzazioni serie e non finte come quelle che si stanno varando, ad esempio Poste. In quel caso, l’Italia potrebbe pensare secondo Renzi di tornare a crescere entro un paio d’anni verso un tasso del 2% del Pil, ed è ciò che serve per recuperare in 6-7 anni il gap accumulato nella crisi, invece che in 15 o 20. A quel punto, col Pil in più forte crescita, il debito si ridurrebbe significativamente per questa sola forza, visto che ciò che conta è il suo rapporto col Pil, e non il suo stock assoluto.

Altro conto è se Renzi riterrà invece davvero di voler esercitare comunque una rottura, anche sulla scena europea. Romano Prodi la chiede da tempo, disegnando un grande patto latino tra Italia, Francia e Spagna. Le premesse però non ci sono. Perché Hollande, in caduta libera, ha dovuto annunciare 50 miliardi di minor spesa e 30 di minori tasse entro fine 2016. Mentre la Spagna, attualmente, già cresce a un tasso tre volte superiore al nostro….anche se parliamo di un + 0,3% a trimestre rispetto a uno 0,1% nostro, che significa essere al di sotto di ogni soglia in realtà statisticamente rilevabile.

In nessuna occasione, in realtà, Renzi ha dovuto raccontare a fondo quale sia la “sua” visione dell’eurocrisi. Speriamo ricordi che la crisi italiana data da 10 anni buoni prima della moneta unica. E che dunque, euro o no, bisogna aggredirne alla radice i problemi. I difetti dell’euro ci sono eccome, ne abbiamo parlato tante volte e personalmente ero tra i pochi a farlo prima che adottassimo l’euro. E’ ovvio che, a mercati sottostanti separati e con permanenti diverse curve di costo, la moneta unica obbliga i paesi che non riequlibranio strutturalmente la bilancia dei pagamenti alla deflazione interna: e da noi, a bassissima elasticità salariale e incapaci di scambi “salario-produttività”, cio significa solo più disoccupati e meno impresa. Ma se tra il 2008 e il 2012 le sole banche francesi, tedesche e olandesi hanno fatto defluire dall’Italia capitali pari al 15,3% del nostro Pil, non è stato per un complotto ordito a tavolino alla Cancelleria tedesca, ma perché i 3 milioni di disoccupati italiani, i 4 milioni di pensionati a 500 euro al mese, e il Sud dimenticato, sono il prodotto di scelte sbagliate innanzitutto italiane, non solo europee.

 

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6 Responses

  1. Giorgio

    “Ed è contro il fiscal compact che, nella campagna per il voto europeo, tanti picchieranno col martello, accusandolo di essere uno strumento di asservimento dell’Italia alla perfida signora Merkel”

    A cominciare dal suo collega Barisoni, che la segue quotidianamente dopo “La versione di Oscar”. Vantandosi di “ripeterlo da almeno due anni”.

  2. Willy

    Una sola domanda: per il sig. Giannino come dovrebbero essere le privatizzazioni “serie”? Come quelle di Telecom Italia ed Autostrade?

  3. AlxGmb

    Le privatizzazioni serie sono quelle dove lo stato vende tutta la sua quota con asta pubblica internazionale a chiunque sia disposto a comprare.

  4. LucaS

    X Willy

    Se seguissi di più Giannino sapresti che lui ha sempre criticato quel tipo di privatizzazioni fatte senza liberalizzare e per massimizzare l’incasso da parte dello stato. E ha anche indicato delle linee guida per le privatizzazioni in modo da massimizzarne i benefici per l’economia. Però se vuoi fare solo polemica accomodati.

  5. adriano

    Quanti bei ragionamenti inutili.Sistemi diversi non possono avere la stessa moneta.Chi lo mantiene il sud?La Baviera?Ah già,bisogna equiparare i mercati sottostanti.Va bene,quando avremo equiparato la Sicilia e il Veneto ne riparleremo.Fino ad allora la moneta unica è un errore e non riconoscerlo,supponendo la buonafede che comincio a dubitare ci sia,è una ottusità incomprensibile.

  6. alberto49

    Dice bene Oscar: E U R O P A

    PARTI TUTTO DA QUEL DIVORZIO TRA BANKITALIA E TESORO; OGGI NE POSSIAMO VEDERE GLI EFFETTI E ANDREATTA; L’ IDEATORE DI QUELL’ IMBROGLIO NE PARLA QUI.

    l divorzio tra Tesoro e Bankitalia e la lite delle comari: uno scritto per il Sole del 26 luglio 1991
    di Nino Andreatta

    In questo testo, pubblicato il 26 luglio 1991dal Sole-24 Ore, Beniamino Andreatta analizzava, a distanza di dieci anni, la storica “separazione dei beni” tra Banca d’Italia e ministero del Tesoro avvenuta nel luglio del 1981. Nel finale dell’articolo, Andreatta rievocava anche la vicenda delle “comari”, lo scontro con il ministro delle Finanze socialista Rino Formica che nel 1982 portò alla crisi del Governo Spadolini.

    Con l’ asta dei BoT del luglio 1981 iniziava, dieci anni fa, un nuovo regime di politica monetaria. Si inaugurava, infatti, il cosidetto “divorzio” fra Tesoro e Banca d’ Italia: una “separazione dei beni” che esimeva la seconda dal garantire in asta il collocamento
    integrale dei titoli offerti dal primo. Oggi la “separatezza” fra i poteri esecutivo, legislativo e monetario e’ chiamata a test ancora piu’ impegnativi, con gli impegni prossimi venturi in tema di unione monetaria e di vincoli al finanziamento e alla misura stessa del deficit di bilancio. Il Sole-24 Ore ha voluto ricordare, con gli scritti dei protagonisti e dei testimoni privilegiati del “divorzio” del 1981, uno spartiacque della politica economica degli anni 80. Con l’ augurio che questo decennio veda
    ulteriori progressi nella chiarezza dei ruoli e delle responsabilita’.
    Ero al ministero del Tesoro da poco piu’ di tre mesi, di cui due quasi integralmente occupati a rimettere in movimento il meccanismo delle nomine bancarie -nomine da ministro della Repubblica, senza condiscendenze alle pressioni dei partiti della maggioranza – quando dovetti valutare, con senso di urgenza, che la crisi del secondo
    shock petrolifero imponeva di essere affrontata con decisioni politiche mai tentate prima di allora. La propensione al risparmio finanziario degli italiani si stava proprio in quei mesi abbassando paurosamente e il valore dei cespiti reali – case e azioni- aumentava a un tasso del cento per cento all’ anno.
    La soluzione classica sarebbe stata quella di una stretta del credito, accompagnata da una stretta fiscale, che, come nel 1975, avesse creato una recessione con una caduta di alcuni punti del prodotto interno lordo; ma l’ esperienza stessa degli anni 70 indicava due ordini di difficolta’ :
    a) la Banca d’ Italia aveva perduto il controllo dell’ offerta di moneta, fino a quando essa non fosse stata liberata dall’ obbligo di garantire il finanziamento del Tesoro;
    b) il demenziale rafforzamento della scala mobile, prodotto dell’ accordo tra Confindustria e sindacati confederali proprio nei primi mesi del 1975, aveva talmente irrigidito la struttura dei prezzi, che, in presenza di un raddoppio del prezzo dell’ energia, anche una forte stretta da sola era impotente a impedire che un nuovo
    equilibrio potesse essere raggiunto senza un’ inflazione tale da riallineare prezzi e salari ai costi dell’ energia.
    L’ imperativo era di cambiare il regime della politica economica e lo dovevo fare in una compagine ministeriale in cui non avevo alleati, ma colleghi ossessionati dall’ ideologia della crescita a ogni costo, sostenuta da bassi tassi di interesse reali e da un cambio debole. La nostra stessa presenza nello Sme era allora messa in pericolo (c’è da ricordare che il partito socialista si era astenuto quando il Parlamento voto’ nel 1978 sull’ adesione all’ accordo di cambio e che i ministri socialisti avevano di fatto un potere di veto sulla politica economica).
    I miei consulenti legali mi diedero un parere favorevole sulla mia esclusiva competenza, come ministro del Tesoro, di ridefinire i termini delle disposizioni date alla Banca d’ Italia circa le modalita’ dei suoi interventi sul mercato e il 12 febbraio 1981 scrissi la lettera che avrebbe portato nel luglio dello stesso anno al “divorzio”. Il termine intendeva sottolineare una discontinuita’ , un mutamento appunto di regime della politica economica; un’ analoga operazione che negli Stati Uniti pose termine nel 1951 alla politica di denaro facile, che aveva permesso il finanziamento della Seconda guerra mondiale, veniva ricordata come l’ agreement tra Tesoro e Fed. Nei limiti stretti delle mie competenze era invece mia intenzione sottolineare la novita’ , la rottura con il passato, quando poteva apparire “sedizioso” un comportamento della Banca che rifiutasse il finanziamento del fabbisogno pubblico per non creare base monetaria
    in eccesso.
    Il divorzio non ebbe allora il consenso politico, ne’ lo avrebbe avuto negli anni seguenti; nato come “congiura aperta” tra il ministro e il governatore divenne, prima che la coalizione degli interessi contrari potesse organizzarsi, un fatto della vita che sarebbe stato troppo costoso – soprattutto sul mercato dei cambi – abolire per ritornare alle piu’ confortevoli abitudini del passato.
    Per rafforzare l’ autonomia della Banca d’ Italia altre due questioni
    venivano affrontate in quella lettera:
    1) costituzione di un consorzio di collocamento tra banche commerciali, nelle mie intenzioni destinato soprattutto per il debito pubblico a piu’ lunga scadenza;
    2) una nuova regolamentazione dello scoperto del conto corrente di Tesoreria.

    I tempi non erano maturi per affrontare questi aspetti e la Banca d’ Italia preferi’ procedere solo sul nuovo regolamento della sua presenza nelle aste. Facendo queste proposte era mia intenzione drammatizzare la separazione tra Banca e Tesoro per operare una disinflazione meno cruenta in termini di perdita di occupazione e di
    produzione, sostenuta dalla maggiore credibilita’ dell’ istituto di emissione una volta che esso fosse liberato dalla funzione di banchiere del Tesoro. Accarezzai anche l’ ipotesi di un rebasement della lira che avrebbe potuto essere sostituita da uno scudo
    italiano, con parita’ uno a uno con l’ Ecu, e con l’ impegno unilaterale di mantenere nel tempo questa parita’ e approfondii l’ argomento in numerose conversazioni con Ortoli, allora vicepresidente della Commissione di Bruxelles. Il filo conduttore era lo stesso che ispiro’ il divorzio, quello, cioe’ , di facilitare la politica di stabilizzazione favorendo il formarsi di aspettative favorevoli da parte degli operatori che avrebbero agevolato la trasmissione sui prezzi della politica monetaria, minimizzando gli effetti negativi
    sui volumi.
    Senza presunzioni eccessive, questa lettera ha segnato davvero una svolta e il divorzio, assieme all’ adesione allo Sme (di cui era un’ inevitabile conseguenza), ha dominato la vita economica degli anni 80, permettendo un processo di disinflazione relativamente indolore, senza che i problemi della ristrutturazione industriale venissero
    ulteriormente complicati da una pesante recessione da stabilizzazione.
    Naturalmente la riduzione del signoraggio monetario e i tassi di interesse positivi in termini reali si tradussero rapidamente in un nuovo grave problema per la politica economica, aumentando il fabbisogno del Tesoro e l’ escalation della crescita del debito rispetto al prodotto nazionale.
    Da quel momento in avanti la vita dei ministri del Tesoro si era fatta piu’ difficile e a ogni asta il loro operato era sottoposto al giudizio del mercato. Il bilancio di competenza del 1982 e’ la dimostrazione di questa nuova situazione: riuscii in pratica ad azzerare i fondi globali, cosa che non era successa prima ne’ successe dopo. Il saldo netto da finanziare del bilancio preventivo e il fabbisogno del consuntivo furono del 10% inferiore agli analoghi aggregati dell’ anno precedente, anche se poi la Tesoreria, caricata nel recente passato, provoco’ un volume eccezionalmente elevato di indebitamento.
    Bisognava continuare a stringere le spese di competenza e nella preparazione del bilancio ‘ 83 si chiese al Parlamento una delega amplissima per affrontare con decreti delegati i nodi che il Parlamento stesso si dimostrava riluttante a sciogliere. Queste
    deleghe furono nell’ autunno rifiutate e, nel mezzo del turbamento che ne segui’ sui mercati finanziari, il collega Formica propose di rimborsare una quota soltanto del debito del Tesoro con una specie di concordato extragiudiziale. Risposi a rime baciate per sdrammatizzare il panico che ne sarebbe potuto seguire; e subito fu l’affare delle
    comari. Pochi mesi piu’ tardi, in analoghe circostanze, Jacques Delors riusci’ a sbarcare cinque ministri che avevano sostenuto – privatamente – la convenienza per la Francia di uscire dallo Sme. La stampa e i politici di casa nostra sembravano invece ignorare il baratro che avevamo sfiorato e ipocritamente si scandalizzarono per
    la forma delle mie risposte. Il divorzio aveva fatto la sua prima vittima ed era il suo autore; ma aveva dimostrato di funzionare. Negli anni successivi non divenne certo popolare nei palazzi della politica, ma continuo’ ad assicurare legami fra la politica italiana e quella dell’ Europa.

    Quindi lo stesso Andreatta afferma:

    “Naturalmente la riduzione del signoraggio monetario e i tassi di interesse positivi in termini reali si tradussero rapidamente in un nuovo grave problema per la politica economica, aumentando il fabbisogno del Tesoro e l’ escalation della crescita del debito rispetto al prodotto nazionale.”

    E soprattutto:

    “Il divorzio aveva fatto la sua prima vittima ed era il suo autore; ma aveva dimostrato di funzionare. Negli anni successivi non divenne certo popolare nei palazzi della politica, ma continuo’ ad assicurare legami fra la politica italiana e quella dell’ Europa”.

    In queste due frasi c’ è tutto; una semplice lettera di Andreatta ci ha condotto a questa situazione. Ma vorrei affrontare un discorso che mi risulta mai prima affrontato in termini numerici; il quesito semplice è questo: “senza quel divorzio, detrminato nel 1981 a quanto sarebbe oggi il debito pubblico italiano”?

    Partiamo da questo grafico che fornisce l’ andamento del debito pubblico tra il 1950 e il 2010, vediamo che la pendenza del grafico tra il 1970 e il 1980 è pari a (da 40% a 55%) +15%/10 anni=+1,5% annuo. Tra 1981 e 1990 lo stesso calcolo porta a (da 55% a 95%) + 40%/10 anni= + 4% annuo, cioè nei successivi 10 anni, l’ incremento del debito è stato pari a 2,7 volte volte quello del periodo decennale precedente. Come afferma lo stesso inventore del divorzio, quella decisione, portò nei successivi 10 anni (e in quei precedenti 10 anni ci furono due crisi petrolifere) al 95% del rapporto debito/PIL invece che al’ 70% (55+15=70%); estrapolando il dato ai successivi 20 anni ed arrivando quindi al 2010, e senza politiche di riduzione della spesa, quelle avvenute negli anni ’90, il rapporto debito/PIL sarebbe arrivato al 100% ;(70+1,5×20=100%). In realtà nel 2010, come tutti possiamo osservare dal predetto grafico, il rapporto debito/PIL era vicino al 120%, cioè 20% in più. Ma cosa sarebbe accduto con i tagli di spesa apportati nella seconda metà degli anni ’90 dai governi tecnici di quell’ epoca? Quelle politiche riuscirono a ridurre il debito di circa 18 punti percentuali; cioè nel 2010, senza quel divorzio tra Tesoro e Bankitalia, saremmo a 100-18= 82% come rapporto del debito sul PIL, condizioni ottimali per affrontare la crisi economica nata nel 2008, ed oggi senza quella assurda decisione, che secondo quell’ immenso ingenuo che pensava di rimandare ad altri politiche di rigore invece di farle lui, avrebbe dovuto portarci in Europa, forse quell’ Europa che gli emuli di Andreatta amano così tanto, sarebbe stata molto più accettata e sia l’ Italia che la stessa Europa sarebbero state molto più stabili e l’ Italia molto più competitiva e ricca.
    L’ ultimo atto di quella strategia nata nel 1981, si è consumato con il decreto su Bankitalia voluto sempre dagli eredi naturali di Beniamino Andreatta; sarà il caso di fermarli per sempre con tutte le forze possibili?.

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