Il Jobs Act è liberista? Alcune osservazioni per Matteo Renzi

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Ieri Matteo Renzi ha diffuso la prima bozza del suo “Jobs Act“: in questa fase, più un manifesto politico che un articolato di legge. Vale la pena metterci il naso dentro.

Vale la pena farlo ma con una cautela significativa. Il diavolo sta nei dettagli e qui i dettagli non ci sono. Quindi qualunque valutazione è “di principio”. Ne approfitto per segnalare due precedenti interventi, uno sulla prima Leopolda l’altro sul programma di Renzi per le primarie 2012. Questo confronto può aiutare da leggere in profondità l’evoluzione del segretario del Pd.

Il metodo

In questa fase, il Jobs Act è insomma una suggestione e come tale merita di essere valutata. Una prima notazione di metodo – positiva – è che Renzi ha scelto di anticiparne, seppure a grandi linee, i contenuti, chiedendo al contempo di inviare un feedback di cui dice di voler tenere conto. Non sappiamo se davvero le mail verranno lette o saranno automaticamente cestinate: si spera, ovviamente, che siano esaminate criticamente, ma senza dubbio è un apprezzabile gesto di attenzione quello di costruire il programma con l’orecchio teso verso la società civile. Questo senza, però, scivolare nelle scorciatoie da “popolo della rete” per cui il programma lo scrive la base. No, il programma lo scrive lo staff del segretario, ma lo fa nell’ambito di un confronto costruttivo con chiunque abbia qualcosa da dire. Questo, almeno, nell’interpretazione più benevola. Nell’interpretazione malevola – mossa di marketing – si tratterebbe un po’ di presa in giro, un po’ di occasione persa.

Ora veniamo al merito. Il Jobs Act muove da una premessa (due, in realtà, ma quella di metodo riflette le considerazioni appena svolte), e si articola in tre ambiti d’intervento (Sistema, Lavoro e Regole). La premessa di merito è del tutto condivisibile e disegna l’approccio corretto ai problemi del paese. Ne riporto, senza bisogno di commentarli, gli stralci più significativi:

Un cambiamento radicale è possibile partendo dall’assunto che il sistema Paese ha le risorse per essere leader in Europa e punto di attrazione nel mondo. E che la globalizzazione non è il nostro problema, ma la più grande opportunità per l’Italia… Ma l’Italia vive un paradosso. Per responsabilità (diffusa) della classe dirigente, abbiamo perso molto tempo.

Dalla premessa si apprende anche che i due responsabili del dossier sono Filippo Taddei (titolare dell’Economia nella nuova segreteria del Pd) e Marianna Maddia (che si occupa di lavoro). E’ dunque a loro, in primo luogo, che sono rivolti questi appunti.

Anche la tripartizione del programma è ragionevole: posto che l’obiettivo ultimo del piano è creare le condizioni per contrastare la disoccupazione (e non “creare lavoro”, ed è apprezzabile che non vi sia ambiguità sul tema), è chiaro che non basta intervenire sul fronte lavoristico ma che è necessario mettere le mani pure su una serie di problemi “strutturali”. Insomma: il problema di fondo del lavoro non è (solo) il lavoro ma anche, e forse soprattutto, la produttività totale dei fattori.

Parte A – Il Sistema

La sezione Sistema avanza otto proposte.

1) La prima suggerisce di ridurre il costo dell’energia (elettrica) “soprattutto per le piccole imprese”. La riduzione è quantificata nel 10% della bolletta e lo strumento per arrivarci sono non meglio precisati “interventi dell’Autorità di garanzia” e la “riduzione degli incentivi cosiddetti interrompibili”. L’interrompibilità grida vendetta a Dio, così come buona parte dei sussidi ai consumatori energivori (vedi qui) ma siamo fuori scala di un ordine di grandezza: stiamo infatti parlando di un taglio da 500 milioni di euro malcontati, pari a poco più dell’1% della bolletta. Un passo, per l’amor di Dio, e un passo giusto, ma ne mancano nove. La realtà è che è impossibile intervenire seriamente sulla bolletta senza mettere in discussione i sussidi alle rinnovabili. Qui si trova una buona lista della spesa per cominciare, comunque. Ne approfitto per segnalare che qualunque sforzo in tal senso è contraddetto dalla lettera di Andrea Orlando e i ministri di sette altri Stati membri dell’Ue che chiedono di prolungare i sussidi (come faccio notare qui).

2) Tasse: si propone la riduzione del 10% dell’Irap finanziata con l’aumento dell’imposizione sulle transazioni finanziarie. Qui proprio non ci siamo. Il 10% dell’Irap non è una cifra spaventosa: parliamo di circa 3 miliardi di euro, e ancora meno se “puliamo” il dato dall’Irap versata dalle pubbliche amministrazioni (che ovviamente è una partita di giro). Davvero un programma “rivoluzionario” non riesce a dare un segnale di cambiamento prendendosi l’impegno di ricavare un paio di miliardi da un anticipo di spending review? Anche perché questo è esattamente il tema del punto successivo…

3) Spending review: “vincolo di ogni risparmio di spesa corrente che arriverà dalla revisione della spesa alla corrispettiva riduzione fiscale sul reddito da lavoro”. Da qui si capisce che l’obiettivo (giusto) di Renzi è dare priorità alla riduzione dell’Irpef (come? riduzione di tutte le aliquote? Di alcune aliquote? Estensione della no tax area? Maggiori detrazioni? La scelta non è indifferente, sul piano redistributivo). Condivisibilissimo, ma… un paio di miliardi per l’Irap? (Vedi sopra).

4) Agenda digitale: troppo vago per commentare.

5) Eliminazione dell’obbligo di iscrizione alle Camere di Commercio. Come riconosce con onestà il documento, si tratta di un “piccolo segnale” ma, al contempo, di un segnale importante. Su questo punto, chapeau!

6) Questo è il punto più rivoluzionario dell’intero programma – forse l’unico veramente tale: abolizione dei contratti a tempo indeterminato per i dirigenti pubblici. Di per sé è insufficiente – va rafforzato con una serie di misure che consentano di valutare l’output di dirigenti e uffici nel modo ipù obiettivo possibile e attribuire su tali basi premi e sanzioni, oltre che rinnovi e licenziamenti – ma ciò non significa che non sia necessario. Anche qui: chapeau!

7) Burocrazia: vengono proposte una serie di semplificazioni, principalmente di interesse degli enti locali, finalizzati a sbloccare risorse e garantire l’esecutività degli investimenti. Si propone anche una misura perfino troppo drastica, quale è l’eliminazione della sospensiva nel giudizio amministrativo (che invece può servire, anche se il suo uso andrebbe regolamentato in modo più stringente). Qui davvero bisogna vedere le carte per capire dove si va a sbattere, ma in principio l’intento è lodevole e la radiografia del problema, almeno a livello superficiale, appare abbastanza corretta.

8) Obbligo di trasparenza e rendicontazione per tutte le amministrazioni pubbliche, partiti e sindacati (e aggiungo, sperando sia implicito, azienda partecipate). Bene, benissimo, ma la trasparenza dal lato della spesa ha senso se c’è uguale trasparenza dal lato degli obiettivi: non sono in grado di valutare se un ufficio abbia speso bene una certa somma, se non so a) cosa ha ottenuto, b) cosa doveva ottenere, c) cosa ottengono altri uffici simili in altre amministrazioni.

Parte B – I nuovi posti di lavoro

Questa è la parte, per me, più deludente. Il Jobs Act propone di emanare un “piano industriale con indicazione delle singole azioni operative e concrete” per sette settori dell’economia (cultura, turismo, agricoltura e cibo; made in Italy; Ict; green economy; nuovo welfare; edilizia; manifatturiero). Con l’esclusione del welfare (che è inevitabilmente un settore ad alta intensità d’intervento pubblico) la domanda è: perché?

Non è che siano sbagliate le singole misure che verranno proposte (non le conosciamo, e magari saranno pure “giuste”). E’ sbagliata proprio la filosofia d’intervento: in queste parole si nasconde il germe della vecchia, ma vecchia vecchia, politica industriale, che voleva lo Stato decidere su quali settori economici puntare, quali obiettivi conseguire, chi favorire e chi bastonare. Il risultato è un cimitero di fallimento, un enorme sperpero di denaro pubblico e soprattutto la chiusura di infinite opportunità di crescita e sviluppo perché l’incentivo a investire ne risulta inevitabilmente distorto: non già nelle direzioni potenzialmente più promettenti, ma in quelle politicamente più premianti. Alberto Alesina e Francesco Giavazzi hanno descritto perfettamente i problemi e la hybris insita in questo approccio. Spirito di Stefano Fassina, abbandona questo corpo!

Parte C – Le regole

Qui vengono avanzate una serie di proposte relative alla semplificazione delle norme lavoristiche e riduzione delle tipologie contrattuali. Perlopiù si tratta di propositi piuttosto vaghi, non aiutati da un linguaggio anch’esso molto lasco (“entro otto mesi”, “processo verso”…). Inoltre ammetto che le questioni lavoristiche non sono proprio la mia tazza di té. Però quelli che di cui mi fido hanno espresso dei dubbi; dubbi e perplessità resi più forti dal fatto che persone come Michele Tiraboschi e Pietro Ichino, pur avendo prospettive in buona parte diverse, esprimono critiche convergenti. Anche qui, dunque, vale il motto “wait and see”.

Conclusione

Il Jobs Act ha tre indubbi meriti: 1) si propone di svilupparsi (almeno all’apparenza, e sperando che sia davvero così) attraverso una consultazione pubblica; 2) identifica correttamente una serie di problemi, senza indulgere eccessivamente nella ricerca di risposte più demagogiche di quanto non sia consentito e comprensibile; 3) in alcuni casi esprime posizioni coraggiose e innovative. Al tempo stesso, è criticabile sotto due profili non irrilevanti: a) vi sono molte mancanze (e questa è una critica debole, perché troppo spesso abbiamo visto provvedimenti onnicomprensivi, ma almeno mezza parolina sulla giustizia ci sarebbe stata bene, se vogliamo discutere di investimenti e lavoro); b) alcune misure proposte sono profondamente sbagliate, in particolare laddove si risuscita lo zombie delle politiche industriali. Inoltre mancano troppi dettagli per esprimere un giudizio compiuto: ma questa, in questa fase, non è una critica quanto un’osservazione.

Per rispondere alla domanda del titolo, dunque si può dire che il Jobs Act non è liberista. E, in fondo, nessuno si aspettava che lo fosse. Del resto, buona parte dei provvedimenti che servono all’Italia non sono “liberisti” ma semplicemente buonsenso e buona amministrazione, cioè la precondizione per poter finalmente arrivare a dividersi tra liberisti e no.

Contemporaneamente, bisogna dare atto che il Jobs Act è un documento interessante, che indica una strada in modo piuttosto chiaro e ci consente di iniziare a tracciare un identikit politico-ideologico del Renzi-segretario. La prima buona notizia è che nel Jobs Act vi sono spunti utili alla discussione pubblica. La seconda buona notizia è che il programma è ampiamente migliorabile e sembra esservi disponibilità a migliorarlo, da parte di chi lo ha redatto. La terza notizia vedremo nei prossimi giorni e settimane se sarà quella di un “fine tuning” ricettivo o l’ennesima delusione.

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