3
Gen
2014

Spread: Letta, Saccomanni e le cifre che non tornano

Oggi lo spread, il differenziale dell’interesse pagato dai titoli pubblici decennali italiani su quelli tedeschi, è sceso sotto quota 200, a 198,8. E subito la politica ha iniziato ad accapigliarsi. Cerchiamo di spiegare pianamente da che cosa dipenda, perché e per chi è un bene, e perché soprattutto sarebbe opportuno – dopo anni di crisi e di spread – smetterla con le mistificazioni di comodo. Cominciamo proprio da quest’ultimo aspetto.

Gli esponenti del governo e della maggioranza hanno subito detto che è merito della stabilità del governo, premiata dai mercati. Dall’opposizione, Forza Italia ha subito ribattuto che il livello sotto quota 200 è quello dell’estate 2011, quando al governo c’era Berlusconi: un ulteriore conferma, a loro modo di vedere, che è stata una macchinazione dei grandi poteri finanziari, l’escalation dello spread che lo portò in pochi mesi fino oltre quota 570, quando Berlusconi fu costretto a dimettersi in novembre. In realtà, se consideriamo ciò che davvero sui mercati sta determinando in queste settimane l’abbassamento dello spread, non è corretta nessuna delle due posizioni. Naturalmente, a patto di evitare  le forzature violente che sono poi proprie del partito anti-euro, in fortisisma crescita nel dibattito pubblico italiano, “a prescindere” da Berlusconi.

Tornare sotto quota 200 non è un effetto prevalente della stabilità italiana. Il primo fattore causale, dell’abbassamento del differenziale tra i paesi europeriferici e Germania, è il cambio di segno delle attese future sui tassi d’interessi dei paesi forti. A cominciare dagli Stati Uniti. Da quando nel maggio scorso la FED ha annunciato la diminuzione degli acquisti mensili di titoli sul mercato per poi iniziare a praticarla nell’ultimo mese, i 4 trilioni di dollari che dal 2008 in poi, grazie all’enorme liquidità immessa sui mercati dalla FED e dalla banca centrale del Giappone, si erano rivolti alla ricerca di più alti rendimenti (e rischi) nei paesi emergenti, hanno iniziato a riorientarsi verso i paesi avanzati. Che, in uscita dalla crisi, rialzeranno i tassi. E’ ovvio che tornando anche verso l’Europa, questi capitali cerchino innanzitutto i titoli pubblici a più alti rendimenti: come i nostri.

E’ per questo – seconda ragione di mercato, non politica – che il nostro differenziale sui Bund decennali tedeschi scende sotto quota 200. Da un anno a questa parte, è il rendimento tedesco ad essersi alzato da poco più dell’1% al 2%, mentre il nostro sta al 4%. Infine, terza ragione, viene anche la stabilità politica. E’ ovvio che se andassimo a elezioni che compromettessero i saldi di bilancio, lo spread risalirebbe. Com’era vero che l’ascesa negli ultimi 4 mesi di Berlusconi 2011 non era decisa a tavolino da qualche gnomo ostile: era il giudizio sullo stallo di riforme in cui era finito il suo governo. Il mercato è impeerfetto ma costitiuto da migliaia di scelte e di interessi sui mercati, chi racconta che è una cupola d’illuminati a dirigerlo se è in buona fede non lo conosce, se è in malafede cerca scuse.

Qual è il risparmio?

Anche su questo, meglio che la politica si dia una regolata. Non è il caso di alimentare false aspettative. Spieghiamoci. E’ ovvio che uno spread più basso sia un bene. Cento punti in meno di spread stabilizzati per un anno, rispetto ai circa 400 miliardi di emissioni lorde annuali di debito pubblico italiano e considerata la vita media dei titoli in essere (scesa da oltre 7 anni a poco meno di 6, in 2 anni, perché a spread alti è meglio per lo Stato rinnovare Bot di breve durata che titoli pluriennali), comportano nel triennio successivo un risparmio di circa 14 miliardi di euro di minori interessi sul debito pubblico. Ma bisogna stare attenti a non forzarle, queste cifre. Letta ha per esempio parlato nella connferena stampa di Natale  di 5 miliardi risparmiati sugli interessi nel 2013. Ma a guardare le cifre ufficiali del ministero dell’Economia il risparmio è stato in realtà della metà: di 2,7 miliardi, da 86,7 miliardi nel 2012 a 84 nel 2013.

C’è un tesoretto da spendere?

Oggi inoltre il ministro Saccomanni ha detto che con lo spread sotto quota 200 si libereranno risorse aggiuntive per la crescita nel 2014. Letta si è aggiunto, promettendo meno cuneo fiscale grazie allo spread. Sono dichiarazioni “politiche”. Ma contrastano coi numeri dello stesso governo. Perché in realtà le previsioni dell’esecutivo, sottese alla legge di stabilità appena approvata, già inglobano uno spread per il 2014 a quota 150. Il che significa che bisogna ancora pedalare, prima di promettere risorse da spendere. Non solo la minor spesa per interessi sul debito è già prevista nei conti pubblici, ma inoltre la stima delle entrate 2014 è formulata sulla base di una previsione di crescita del Pil 2014 all’1,1%, quando la maggioranza di tutte le previsioni di osservatori nazionali e internazionali è intorno alla metà, o poco più. Per questo la Commissione europea dice che i conti non tornano di mezzo punto di Pil. Altro che tesoretti.

Ma perché la Spagna ci batte?

Che contino anche le politiche nazionali – “anche”, non solo – lo dimostra il fatto che lo spread spagnolo vada meglio del nostro. Ieri era a quota 195. Nell’economia reale, la Spagna sotto molti aspetti sta peggio di noi. Ha dovuto chiedere in via condizionale 50 miliardi di aiuti (erano fino a 100) per il collasso del suo sistema bancario, ha una disoccupazione più che doppia della nostra. Ma allo stesso tempo in questi ultimi tre anni ha fatto riforme del mercato del lavoro più incisive delle nostre. Ha guadagnato produttività, a differenza di noi che continuiamo a perderla, per il peso della Pubblica Amministrazione e di molti servizi domestici non esposti alla concorrenza. Non ha seguito la via solo-tasse per tagliare il deficit, ma ha tagliato in proporzione più spesa pubblica di noi e graduato gli aggravi fiscali, tutelando piccola e media impresa. Aprendosi a produttori stranieri anni fa,oggi produce ed esporta quattro volte le auto realizzate in Italia. Ecco alcune delle riforme che l’Italia non ha fatto, se vogliamo che il nostro spread scenda sotto quello spagnolo.

Lo spread scende, ma le banche?

In teoria, coi tassi bassi attuali e con lo spread in discesa, i prestiti bancari a famiglie e imprese dovrebbero avere un tasso fortemente positivo. Non è così. Nell’euroarea, i prestiti alle famiglie scendono a novembre del 2,9% e alle imprese del 3,9%. Da noi quelli alle imprese scendono addirittura del 5,9%, il più forte calo dacché si rileva il dato. Dovunque in Europa pesa il deterioramento dei crediti in essere, che obbliga le banche a mettere da parte più capitale a fronte di incagli e sofferenze. E più capitale serve anche per gli stress test in arrivo dalla vigilanza europea unificata. In Italia, le sofferenze lorde bancarie hanno superato i 140 miliardi di euro. Ma da noi il freno bancario è aggravato dall’elevatissimo ammontare di titoli del debito pubblico in pancia elle banche nazionali, 400 miliardi. Siamo il Paese che più ha chiesto alle banche domestiche di sostenere lo Stato, in percentuale più di Spagna e Grecia. Molti credono sia un vantaggio, ricentrare il più possibile del debito in mani nazionali, perché ci fa dipendere meno dai mercati. E’ sbagliato: in gergo tecnico si chiama “repressione fiscale”, perché spiazza risorse riservate a investimenti e consumi. Ed è anche per questo che cresciamo meno.

 

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1 Response

  1. Riccardo

    “Il mercato è imperfetto ma costitiuto da migliaia di scelte e di interessi sui mercati, chi racconta che è una cupola d’illuminati a dirigerlo se è in buona fede non lo conosce, se è in malafede cerca scuse”.
    Allora Brunetta è in buona fede o mala fede?

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