Perché la web-tax non conviene all’Italia

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Come noto, è attualmente all’esame della Commissione Bilancio della Camera l’emendamento 1.1702, a firma Fanucci (PD), presentato al Disegno di Legge di Stabilità 2014. La proposta è volta ad introdurre l’obbligo di acquistare servizi online solo da soggetti titolari di una partita IVA italiana ed è passata agli onori della cronaca con il brutto nome di Web Tax. La proposta sta avendo nelle ultime settimane alterne fortune: prima presentata (al Senato), poi ritirata, ricomparsa a Montecitorio, ora accantonata per una decisione entro i prossimi giorni. Come spesso accade, purtroppo, la propaganda rischia di coprire il merito delle questioni. Con una breve analisi, divisa in paragrafetti, si prova a spiegare perché la proposta della Web Tax avrebbe molti svantaggi e nessun vantaggio per l’economia italiana, le imprese, i consumatori e finanche le casse dell’erario.

Le tasse si producono dove il bene/servizio viene creato: perché stravolgere questo principio?
I promotori dell’iniziativa si appellano al principio secondo il quale è giusto che per i servizi venduti in Italia, le tasse siano pagate in Italia. Letto frettolosamente, verrebbe quasi da essere d’accordo: in realtà, a pensarci bene, il principio che l’emendamento del PD mette in discussione è quello ampiamente consolidato secondo cui le tasse si pagano dove il bene o servizio viene creato. Qualcuno ha dubbi sul fatto che un produttore di vino italiano che esporta in un altro paese comunitario debba pagare le tasse in Italia? No. I beni e i servizi digitali non possono essere trattati in modo differente rispetto agli altri. Promuovere il principio della tassazione nel luogo di vendita porterebbe a far sì che i produttori di vino italiani debbano versare le tasse in tutti i paesi nei quali esportano e non in Italia.

Il contrasto con il diritto comunitario
C’è poi una questione molto seria (di cui ha parlato anche Lucio Scudiero su Strade): il contrasto palese di una decisione unilaterale italiana con i principi fondanti dell’Unione europea e in particolare del mercato unico europeo (libertà di stabilimento e libertà di circolazione di beni e servizi). È curioso che il PD, un partito dichiaratamente “europeista” che finora ha sempre sostenuto la spinta per una sempre maggiore omogeneità del sistema fiscale degli Stati membri, smentisca se stesso. Chi, come il sottoscritto, ritiene invece che all’Europa del futuro convenga di più una virtuosa competizione fiscale tra paesi, oggi rileva il paradosso di un emendamento la cui attuazione, se replicata da tutti i Paesi dell’UE, obbligherebbe ciascuna azienda europea a dotarsi di 28 partite IVA. Una per ciascun paese, una follia! I maggiori danneggiati sarebbero proprio le piccole imprese che esportano.

Il contrasto con il percorso di riforma europeo
Lo scorso 22 ottobre 2013 la Commissione Europea ha creato un “Gruppo di Esperti di Alto Livello” sulla materia della tassazione della cosiddetta economia digitale. Lo scopo di questo gruppo sarà quello di esaminare le possibili soluzioni per regimi di tassazione dedicati al settore dell’economia digitale in Europa, con attenzione sia ai benefici che ai rischi di diversi approcci. Il Consiglio Europeo ha già annunciato che il tema della fiscalità nel mondo digitale sarà al centro dell’attenzione nella sessione di Dicembre. Nel gennaio 2012 la Commissione Europea ha avviato un percorso per la semplificazione degli adempimenti IVA transfrontalieri per il commercio elettronico e i servizi di telecomunicazione entro il 2015. L’Italia avrà la Presidenza del semestre europeo a partire da luglio 2014 e potrebbe affrontare il tema della tassazione nell’era globale in quella sede, avendo peraltro a disposizione adeguati strumenti giuridici. La strada da seguire è quella di una maggiore semplificazione su scala europea, non certo la creazione di ulteriori fardelli fiscali e burocratici per le imprese, di ogni dimensione, che intendano sfruttare i benefici dell’economia digitale.

Un impatto risicato per le casse statali
L’emendamento Fanucci pone anche un problema di calcolo e pagamento dell’IVA. A tal riguardo è necessario chiarire che per i servizi erogati in Italia, già oggi l’IVA è dovuta in Italia. Sin dal 1972 il Testo Unico per le Imposte sul Reddito (TUIR) prevede che i servizi prestati da un’impresa europea a un’impresa italiana siano rilevanti ai fini IVA nel nostro paese. Infatti l’azienda italiana che acquista servizi da un’impresa di un altro Paese UE è già tenuta alla “integrazione della fattura” proprio ai fini IVA. La proposta dunque non avrebbe un effetto reale sul gettito IVA italiano.

Per quanto riguarda la tassazione sul reddito le cose non sono tanto diverse. Come riportano le ultime analisi Nielsen nei primi sei mesi del 2013 il fatturato della pubblicità online in Italia si è fermato a 260 milioni di euro, in calo del 2% rispetto al primo semestre del 2012. Le stime per fine anno si aggirano intorno ai 500 milioni. Gli stessi analisti hanno stimato una fiscalità su reddito presunto nell’ordine del 5-7% del fatturato e conseguentemente un gettito complessivo di massimo 15-20 milioni all’anno, nelle ipotesi più ottimistiche. Appaiono dunque altamente improbabili le stime propagandate dai promotori della Web Tax su una possibile raccolta nell’ordine di miliardi di euro.

Un mercato globale e digitale non ha confini
Il comma 2 della proposta Fanucci evidenzia un limite intrinseco della proposta e della sua filosofia di fondo, non compatibile con il funzionamento stesso del web.

Laddove prevede che “gli spazi pubblicitari online e i link sponsorizzati che appaiono nelle pagine dei risultati dei motori di ricerca […] visualizzabili sul territorio italiano durante la visita di un sito o la fruizione di un servizio online”, la proposta non tiene conto che non esistono distinzioni fra i siti visualizzabili sul territorio italiano e quelli visualizzabili altrove. Ogni utente, attraverso Internet, ha infatti facilmente accesso a informazioni, siti, documenti e contenuti da tutto il mondo; una situazione diversa si verifica solamente in quegli Stati che decidono di censurare alcuni siti impedendovi l’accesso dei propri cittadini. Se si desse applicazione a tale previsione si giungerebbe al paradosso secondo cui il sito del New York Times o del China Daily potrebbe vendere pubblicità solo a attraverso una partita IVA italiana, in quanto tale sito è accessibile dall’Italia. Ma, soprattutto, una norma siffatta introdurrebbe, nel concreto, un divieto per le aziende italiane di promuoversi all’estero (non potendo acquistare pubblicità direttamente su siti esteri, come quello del New York Times appunto).

Perché lasciare l’Italia fuori dall’economia digitale?
La norma proposta, in definitiva, avrebbe l’effetto di creare in Italia un regime normativo e fiscale, per l’Internet economy, differente rispetto a quello degli altri Paesi dell’Unione Europea. La naturale conseguenza sarebbe un forte ostacolo – e un disincentivo potente – agli investimenti esteri in questo settore (come se non bastassero i venti di rivolta sociale e il livello di incertezza politico-istituzionale a scoraggiare i capitali esteri dall’investire in Italia). Perché il premier Letta spinge da un lato per il programma “Destinazione Italia”, il cui fine è l’attrazione di investimenti esteri, grazie anche alla creazione di un contesto normativo chiaro e certo, e dall’altro lascia che il suo partito si lanci in anacronistiche battaglie contro le “multinazionali”? Non è affatto nell’interesse dell’Italia e dell’economia italiana diventare un’eccezione, a livello europeo, in materia di tassazione dell’economia digitale. Al contrario, il settore dell’economia digitale (che in Italia fatica a crescere) può e deve rappresentare un fattore cruciale per il rilancio dello sviluppo economico. Ritroveremo la crescita, e con essa un benessere diffuso, quando inizieremo a produrre “cose nuove”, aprendo l’economia italiana ad una rivoluzione tecnologica di cui fino ad oggi abbiamo beneficiato come consumatori, ma poco come produttori.

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