4
Dic
2013

L’equivoco protezionista e i topi nel formaggio

Il blocco odierno dei TIR carichi di generi alimentari al Brennero da parte degli iscritti di Coldiretti è stata una messa in scena offensiva, oltre che della libertà di circolazione delle merci, anche delle ragioni di consumatori.

Coldiretti sostiene di aver agito esasperata dall’ingresso su territorio italiano di merci marcate Made in Italy ma che di italiano hanno solo la produzione finale e non l’origine degli ingredienti principali. Ciò indurrebbe in inganno il consumatore che comprerebbe un prodotto fatto in Italia (Made in Italy, appunto) ma con materie prime coltivate o allevate all’estero, in paesi con un differente standard di controllo rispetto al nostro.

La battaglia di Coldiretti avrebbe quindi per obiettivo quello di imporre una certificazione non solo sul luogo di produzione degli alimenti, ma anche sul luogo di origine dei loro ingredienti principali, per ora limitato ad alcuni prodotti. Una battaglia, quella odierna, condotta sullo sfondo di due scenari. Il primo è quello della commercializzazione di merci contraffatte, che non meritano il riconoscimento del Made in Italy e quindi violano le norme esistenti. L’inganno, in questo caso, è legislativamente punito dalle norme sulla contraffazione. Il secondo scenario, invece, è quello di generi alimentari prodotti in Italia ma con materie prime straniere, che possono beneficiare del marchio Made in Italy. Con l’aiuto di un dizionario, anche tascabile, si può agevolmente verificare che Made in Italy vuol dire fatto in Italia, non anche con prodotti coltivati o allevati in Italia. Se questo si vuole, occorrono nuove regole e un nuovo e diverso marchio, ma non si può accusare di frode chi lavora in Italia il frutto di terre straniere vendendolo come prodotto in Italia, poiché… così in effetti è.

E veniamo quindi al nocciolo del problema. Coldiretti, accusando di frode i produttori di beni alimentari che sfruttano il marchio Made in Italy pur usando ingredienti non italiani, mira in realtà a fare pressione affinché il governo – quello stesso governo il cui ministro dell’agricoltura oggi sfilava accanto agli iscritti di Coldiretti – introduca norme più restrittive sulla tracciabilità degli alimenti e una sorta di etichettatura per la provenienza delle materie prime.

Le norme europee sulla protezione dei prodotti alimentari (reg.(UE) 1169/2011) impongono alcune indicazioni obbligatorie – come l’elenco degli ingredienti, il paese di origine per alcuni prodotti come carne o latte, la data di scadenza e le condizioni di impiego e conservazione – ritenute sufficienti a garantire la sicurezza alimentare dei prodotti e quindi la tutela del consumatore. Eventuali informazioni addizionali sono considerate, da questo punto di vista essenziale della sicurezza e dell’igiene alimentare, ultronee. Certo esse possono essere importanti da altri punti di vista, come per esempio il livello di eccellenza delle materie prime, posto che le nocciole piemontesi non sono come quelle polacche o i pistacchi di Bronte come quelli spagnoli. Ma si tratta di informazioni relative alle preferenze di qualità, non alla sicurezza alimentare. Se Coldiretti ha in animo, come è lecito che sia, di tutelare gli interessi dei produttori agricoli italiani sulla base di considerazioni qualitative dei prodotti, non occorre intervenire sulle norme, già esaustive, per l’etichettatura e la sicurezza alimentare. Già oggi l’istituto per la tutela dei produttori italiani certifica con il marchio 100% made in Italy non solo il luogo di produzione, ma anche l’origine italiana e la qualità dei prodotti, secondo norme di tipo anche autoregolativo che consentono, a chiunque lo voglia, di essere riconosciuti come marchio italiano pure nell’origine dei prodotti. Le informazioni che il consumatore oggi ha su un prodotto sono tante e precise. occorre leggerle, ma il consumatore deve essere considerato per quello che è: un soggetto mediamente capace di leggere, comparare e fare scelte di acquisto ponderate, preferendo ora la fattura ora il prezzo ora altre variabili, sulla base di scelte e preferenze che sono in primo luogo sue e che spesso poco hanno a che fare con astratti criteri di qualità. Nulla, per inciso, impedirebbe a Coldiretti di inventare strumenti suoi per “certificare” e approvare particolari alimenti e produttori: ma si tratterebbe di una certificazione soggetta al verdetto ultimo del consumatore, uno strumento che si propone a noi tutti per orientarci sul mercato (tipo Guida Michelin o tre bicchieri del Gambero Rosso), e che non viene imperativamente calato dall’alto.

Forse allora la protesta della Coldiretti tradisce il timore della concorrenza straniera ad armi pari e il tentativo di gareggiare ad armi impari, sotto la protezione di un legislatore paternalista o, meglio, protezionista, che non la premura per la sicurezza alimentare degli italiani.

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12 Responses

  1. giuseppe

    Totalmente d’accordo, gentile Serena.

    Milioni di poveri italiani hanno mangiato negli ultimi 10 anni solo grazie ai cosidetti alimenti spazzatura.
    Forse moriranno di cancro fra venti anni, ma intanto hanno la pancia piena.
    Come milioni di bambini hanno potuto giocare solo grazie a giocattoli la cui reale pericolosità è tutta da stabilire.
    Non si illuda la Coldiretti che l’interesse dello Stato per la loro causa è gratis.
    E’ solo per poterli strizzare meglio in futuro.

  2. Pugacev

    Quindi secondo voi i cittadini/consumatori dovrebbero essere tenuti al più all’oscuro possibile, in punta di legge, di ciò che c’è nei prodotti da loro consumati e da dove vengono questo per non ledere il supremo diritto alla cosiddetto “libero mercato” (traduzione=perchè meno consapevoli sono più comprano malamente). Così come la qualità e l’eccellenza oggettive e scientifiche dovrebbero essere bandite perchè pericolose per il suddetto “libero mercato” (traduzione= rischiano di mandargli a monte i profitti). Se ne può dedurre che il vostro modello avanzato di “libero mercato” sia quello che permette la libera circolazione di “Parmigiano”, magari radioattivo, prodotto in qualche scantinato abusivo del terzo mondo magari per conto di qualche multinazioale oppure lo smercio di latte alla melamina, quello che aveva avvelenato i bambini. Senza dimenticare che i nostri onesti produttori tradizionali e locali (già massacrati dalle vostre tasse e burocrazie) dovrebbero essere lasciati in balia di una “concorrenza” assolutamente libera da tasse, burocrazie, controlli e da voi auspicata e protetta. Forte! Era meglio e molto più onesta l’URSS di questo dio “libero mercato”.

  3. Francesco_P

    I coltivatori e il comparto alimentare hanno ottime ragioni di lamentarsi, dalla pressione fiscale alle burocrazia, dall’accesso al credito alle quote latte, fino alle condizioni capestro imposte da un sistema distributivo che fa sì che i prezzi pagati ai coltivatori siano fra i più bassi d’Europa mentre i costi finali per il consumatore siano i più alti. La libera circolazione dei prodotti è invece il più sbagliato degli obbiettivi sbagliati. L’atteggiamento di Coldiretti è un retaggio di una visione autarchica e corporativa, eredità diretta del fascismo. Ma i politici amano raccogliere voti proprio dalle corporazioni; è più semplice e facile che non cercare il voto di ogni singolo cittadino.

  4. Pugacev

    >Serena Sileoni: suppongo che siano perseguibili nel caso di isolati scannagatti le cui malefatte eventualmente dovessero diventare troppo evidenti e mediatiche. Il meccanismo/mentalità che invece trovo particolarmente ipocrita e pericoloso è, ad esempio, quello che ha portato la UE a consentire la commercializzazione sotto il nome di “cioccolata” di roba senza alcun contenuto di cacao. Aggiungendo il divieto di farlo notare. Quindi hanno fatto diventare “legale” una cosa che prima non lo era. Hanno danneggiato i produttori di qualità e i consumatori a favore di terzi che altrimenti non riuscirebbero a smerciare la loro mercanzia. L’unica differenza con la scantinato che produce “latte” alla melamina è la scala di grandezza, occultamento, ipocrisia, ,faccia di latta e impunità. Un grande esempio di cosa s’intende per “libero mercato” e liberismo.

  5. Gregorio

    ops..le parti virgolettate non le ha prese, scusatemi, rimetto il post integro di seguito , per cortesia cancellate questo sopra per evitare confusione.

    Sono abituato su questo blog ad articoli piu’ argomentati e critici, che vanno alla sostanza del discorso, e che ne curino meno la forma; in tal modo si evitano discorsi da burocrate, e soprattutto si evita di “etichettare” con termini tipo “protezionista”, che hanno significati tutti politici e non di diritto (al massimo le regole sono indiretta conseguenza dell’aspetto politico)

    Se pur possiamo discutere sui metodi della protesta, piu o meno lecita (ricordiamoci che era presente la Guardia di Finanza e forze dell’ordine), non possiamo di certo liquidare la questione di merito come protezionismo. E’ nei principi dello stesso regolamento europeo (reg.(UE) 1169/2011), a cui lei Signora Sileoni si riferisce, che troviamo le giuste ragioni della protesta, e l’esigenza di modificare alcune norme attuative e di farne rispettare meglio quelle gia’ esistenti, spesso interpretate a piacimento o determinate da interessi di parte, per la maggiore interessi “non italiani” da di altri, o interessi di secondi e terzi settori (trasformazione e commercio) a discapito del settore primario e dei consumatori.

    Ho selezionato gli articoli “chiave” di cui provo a mettere in evidenza i punti salienti che ho opportunamente virgolettato:
    (1) L’articolo 169 del trattato sul funzionamento dell’Unione europea (TFUE) stabilisce che l’Unione deve contribuire ad assicurare un livello elevato di protezione dei consumatori mediante gli strumenti che adotta in virtù dell’articolo 114.
    (2) La libera circolazione di alimenti sicuri e sani costituisce un aspetto essenziale del mercato interno e contribuisce in modo significativo alla salute e al benessere dei cittadini, nonché alla realizzazione dei loro interessi sociali ed economici.
    (3) Per ottenere un elevato livello di tutela della salute dei consumatori e assicurare il loro diritto all’informazione, è opportuno garantire che i consumatori siano adeguatamente informati sugli alimenti che consumano. Le scelte dei consumatori possono essere influenzate, tra l’altro, da considerazioni di natura sanitaria, economica, ambientale,
    (29)Le indicazioni relative al paese d’origine o al luogo di provenienza di un alimento dovrebbero essere fornite ogni volta che la loro assenza possa indurre in errore i consumatori per quanto riguarda il reale paese d’origine o luogo di provenienza del prodotto. In tutti i casi, l’indicazione del paese d’origine o del luogo di provenienza dovrebbe essere fornita in modo tale da non trarre in inganno il consumatore e sulla base di criteri chiaramente definiti in grado di garantire condizioni eque di concorrenza per l’industria e di far sì che i consumatori comprendano meglio le informazioni relative al paese d’origine e al luogo di provenienza degli alimenti . Tali criteri non dovrebbero applicarsi a indicatori collegati al nome o all’indirizzo dell’operatore del settore alimentare.
    (30) In alcuni casi gli operatori del settore alimentare potrebbero scegliere di indicare su base volontaria l’origine di un alimento per richiamare l’attenzione dei consumatori sulle qualità del loro prodotto. Anche tali indicazioni dovrebbero essere conformi a criteri armonizzati
    (31) Come conseguenza della crisi dell’encefalopatia spongiforme bovina, l’indicazione dell’origine è attualmente obbligatoria per le carni bovine e i prodotti a base di carni bovine all’interno dell’Unione ( 1 ) e ha creato aspettative nei consumatori. La valutazione d’impatto effettuata dalla Commissione conferma che l’origine delle carni sembra essere la preoccupazione principale dei consumatori. Vi sono altre carni di cui si fa ampio consumo nell’Unione, quali le carni di animali della specie suina, ovina, caprina e le carni di volatili. Pertanto è opportuno imporre la dichiarazione obbligatoria dell’origine per tali prodotti. I requisiti specifici relativi all’origine potrebbero essere diversi da un tipo di carni all’altro a seconda delle caratteristiche delle specie animali. È opportuno prevedere, tramite norme di attuazione, l’istituzione di requisiti obbligatori che potrebbero variare da un tipo di carni all’altro tenendo conto del principio di proporzionalità e degli oneri amministrativi per gli operatori del settore alimentare e per le autorità incaricate di far applicare la legislazione

    (32) Le disposizioni obbligatorie relative all’origine sono state elaborate sulla base di approcci verticali ad esempio per il miele ( 2 ), la frutta e gli ortaggi ( 3 ), il pesce ( 4 ), le carni bovine e i prodotti a base di carni bovine ( 5 ) e l’olio d’oliva ( 6 ). Occorre esaminare la possibilità di estendere ad altri alimenti l’etichettatura di origine obbligatoria. Pertanto è opportuno chiedere alla Commissione di preparare relazioni sui seguenti alimenti: tipi di carni diverse dalle carni delle specie bovina, suina, ovina, caprina e dalle carni di volatili; il latte; il latte usato quale ingrediente di prodotti lattiero-caseari; le carni usate quali ingrediente; gli alimenti non trasformati; i prodotti a base di un unico ingrediente; gli ingredienti che rappresentano più del 50 % di un alimento. Poiché il latte è uno dei prodotti per i quali un’indicazione di origine è ritenuta di particolare interesse, la relazione della Commissione su tale prodotto dovrebbe essere resa disponibile al più presto. Sulla scorta delle conclusioni di tali relazioni, la Commissione può presentare proposte di modifica delle disposizioni pertinenti dell’Unione o, ove opportuno, adottare nuove iniziative per settori.

    In ragione di questi articoli, trovo che le richieste di maggior trasparenza,e quindi di norme attuative sull’ etichettatura all’origine dei prodotti( anche se non trasformati o ingredienti di prodotti finali), è giusta, rientra nei principi liberali ai quali ci ispiriamo.
    Sicuramente non è protezionismo se la protesta rimane ferma su questi punti, e non sfocia in richieste di tipo finanziario e assistenzialistico o di limitazione dello scambio di merci, seppur non vi è ombra di dubbio che mire protezionistiche sono presenti anche nel comparto agricolo.
    L’agricoltura è l’anello debole dell’economia, è per ragioni storiche (diritto romano e quindi eccessivo frazionamento delle imprese), è per ragioni culturali e politiche, poco inclini all’innovazione. Tuttavia è in una fase evolutiva, seppur rallentata. Per tutti questi motivi spesso svolge un ruolo da “cuscinetto”, con ripercussioni sulla redditivita’ delle produzioni. Senza contare che è un settore “tartassato” dalla burocrazia (come altri settori) a cui si somma la PAC (politica agricola comune ) che ha esaurito la funzione di riorganizzazione del mondo agricolo necessaria nei decenni scorsi , ed adesso rappresenta un cappio illiberale e un freno al settore.

  6. Giorgio

    Pugacev, per cortesia… certe sparate ideologizzate contro il libero mercato e il liberismo se le tenga per il blog del Fatto Quotidiano o di Micromega, dove troverà terreno fertile. Il Parmigiano radioattivo e il latte alla melamina è responsabilità dei trasformatori non utilizzarli, indipendentemente da dove sono stati prodotti. Non sarà limitando per legge la provenienza delle materie prime, in questo caso alimentari, che tutelerà meglio i consumatori, a meno che lei non parta dal principio che “italiano = sano & bello” mentre “straniero = brutto & tossico”. La legge deve imporre alcuni parametri qualitativi minimi, tipo che un prodotto alimentare non deve essere dannoso per la salute, dopodiché il produttore deve avere la massima libertà di approvvigionarsi dove meglio crede. Se userà materiali meno nobili otterrà un prodotto più scadente, ma anche più economico, a tutto vantaggio della libertà di scelta del consumatore. Finché si tratta di essere chiari circa la provenienza delle materie prime mi trova d’accordo, e qui non v’è certo bisogno dell’intervento statale per imporla, ma se lei pensa che la Qualità di Stato imposta con criteri protezionistici sia preferibile a un mercato libero e concorrenziale è completamente fuori strada. Tra l’altro, mi spiega che razza di caricatura di libero mercato ha in testa? Pensa forse che un imprenditore, interessato solo al turpe profitto, avrebbe interesse a intossicare i suoi clienti?

  7. giuseppe

    @ Giorgio

    A proposito di “italiano sano e bello” e di un certo conformismo acritico nazionalista.
    E’ parere comune che i prodotti alimentari tedeschi siano sconsigliabili.
    Se si chiede a qualunque italiano cosa ne pensa del latte tedesco, si vedrà una smorfia di disgusto.
    Pensiamo davvero che siano più stupidi di noi? Oppure (cosa ancora meno credibile )che i loro standard non siano sufficientemete affidabili? Il fatto è che le nostre arroganti presunzioni cadranno ad una ad una, compresa quella stupidissima di essere i soli a saper mangiare.

  8. Topo nel formaggio

    Se credi al liberismo stai liberalizzato..e così te magni pure l’OGM globalizzato..
    Ammazza che vantaggio stò libero mercato!!..dice tra sè e sè er topo frastornato..
    Sarà bbono il tedesco, cinese e ammericano..ma a noi ce piace italico; bello, gustoso e sano!!

  9. antonio

    Ragazzi prima di fare guerre ideologiche e citare in ballo liberismo, protezionismo, paternalismo,statalismo retaggio del Fascismo (sic !) informiamoci bene.Gli agricoltori della Coldiretti non hanno avuto nessuna velleità nazionalistica o “statalista” nella loro legittima e civile protesta, hanno semplicemente voluto mettere in evidenza il fatto che certi prodotti alimentari provenienti dall’estero devono avere la giusta etichettatura proprio anche a tutela della libertà di scelta del cliente o consumatore, oltre che a tutelare i produttori da contraffazioni, ecc.La stessa manifestazione fatta da agricoltori tedeschi o francesi non avrebbe sollevato nessuno scandalo dalle parti loro. anzi.Evitiamo toni da comitato centrale sovietico.Distinti saluti a tutti.

  10. Freedom

    Non sono d’accordo con il post in quanto un prodotto agroalimentare “made in italy”, per correttezza, dovrebbe essere realizzato con prodotti italiano: non è possibile avere prosciutto o latte italiano con marchio “made in italy” se questo invece è stato prodotto in un altro paese. Basta che i cosiddetti trasformatori industriali non inseriscano il marchio “made in italy”.
    Altro esempio è quello della passata di pomodoro: se i pomodori utilizzati dall’industria di trasformazione vengono dalla cina od altri paesi esteri, non è corretto identificare il prodotto finale come “made in italy”. Mi sembra più corretto non indicare niente o quanto meno “trasformato in italia”: basta dire la verità delle cose e non arrampicarsi sugli specchi. Lo stesso per gli oggetti di moda: se non vengono prodotti in italia, faranno come nike o adidas e perderanno il pregio del “made in italy”.
    Secondo me, non è una questione di libero mercato (sono un fiero liberista non solo a parole ma nella vita: i pochi servizi pubblici che utilizzo li pago a pieno senza isee od altre cavolate) ma un problema di correttezza e chiarezza. Elementi base del libero mercato sono la correttezza, la chiarezza e la verità delle informazioni.
    Saluti
    Freedom

  11. Francesco

    Gentile dott. Sileoni secondo Lei chi garantisce ai consumatori che le materie prime provenienti dai paesi esteri siano state coltivate (o allevate) secondo criteri oggettivamente sicuri, economicamente ed eticamente uguali a quelli italiani? Sto parlando soprattutto dal punto di vista agronomico: per esempio con l’utilizzo di parecchi prodotti chimici impiegati sui prodotti agricoli (molto aggressivi e potenzialmente pericolosi per gli esseri umani) non autorizzati in Italia ma commercializzati ed usati in parecchi paesi esteri.
    Secondo Lei questa è la “concorrenza ad armi pari”, visto che i prodotti chimici autorizzati in Italia, proprio perché meno nocivi e più controllati (soprattutto dal punto di vista delle dosi irrorate sui prodotti agricoli) sono più costosi ? Per non parlare delle severe normative di sicurezza da rispettare in Italia dal punto di vista di inquinamento ambientale e del costoso adeguamento delle apparecchiature utilizzate per la lavorazione dei campi per soddisfare la sicurezza del lavoratore? E’ sicura che i controlli effettuati dalle autorità competenti presso le aziende agricole italiane sono gli stessi effettuati presso quelle dei paesi da cui provengono le materie prime cosiddette concorrenti? Ignorando anche l’aspetto di concorrenza economica ed etica, se la sentirebbe di rassicurare il consumatore sulla sicurezza sanitaria delle materie prime importate? Sulla correttezza del loro trasporto e sulla loro conservazione attraverso navi frigo o container provenienti dall’altro capo del mondo dopo parecchi giorni dalla raccolta del prodotto?
    Grazie cordiali saluti

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