21
Nov
2013

Privatizzazioni: Adelante, Enrico, con juicio

La prima volta che Enrico Letta ha annunciato un vasto piano di privatizzazioni, ha nazionalizzato Ansaldo Energia. La seconda volta che ne ha parlato, il governo ha avviato il processo di ripubblicizzazione di Alitalia, con l’ingresso di Poste nel capitale dell’ex compagnia di bandiera. La terza volta sarà quella buona?

Il Consiglio dei ministri di oggi si è concluso con un annuncio apparentemente forte: l’esecutivo si aspetta di ricavare 10-12 miliardi di euro dalla cessione di quote non di controllo di quasi tutte le principali partecipate del Tesoro e della Cdp: si parla del 60% di Sace, il 60% di Grandi stazioni, il 40% di Enav, il 40% di Fincantieri e il 50% di Cdp Reti. Inoltre, Eni procederà a un buyback di azioni che farà salire la quota pubblica fino a circa il 33%, lasciando così un margine per la cessione di un pacchetto pari al 3%. Il gettito sarà destinato per metà all’abbattimento del debito pubblico, e per metà alla ricapitalizzazione della Cdp, come richiesto da Bankitalia. Il ruolo della Cdp, tra parentesi, sta profondamente cambiando proprio sotto i nostri occhi, anche per effetto di una serie di ambiziosi progetti più o meno nascosti tra le pieghe di altri provvedimenti, ma su questo torneremo prossimamente.

La domanda è: il piano di privatizzazioni annunciato da Letta coincide con quello richiesto – tra gli altri – dall’Istituto Bruno Leoni? O, quanto meno, va nella direzione giusta? Sì e no.

Posto che, per ora, siamo ancora alla fase dell’annuncio, e che molto dipenderà dalle modalità pratiche con cui lo Stato cederà quote delle sue aziende (qui, quo e qua), almeno a parole c’è del potenziale arrosto, nei progetti rivelati oggi, e anche un po’ di fumo. La vera domanda riguarda la composizione relativa del mix che ne uscirà dopo che il governo avrà messo in moto la macchina e l’operazione sarà transitata per i ministeri interessati, le camere e le segreterie dei partiti (non necessariamente in quest’ordine).

Il fumo riguarda le società quotate in borsa, cioè l’Eni e quelle il cui controllo è racchiuso all’interno di Cdp Reti (Snam e Terna in primis). In questo caso, l’obiettivo è racimolare denaro senza rendere realmente contendibili le compagnie interessate. Nel caso di Cdp Reti, lo strumento è quello tanto esecrato delle scatole cinesi: il governo (attraverso Cdp) manterrà il controllo di fatto per mezzo di un’architettura societaria che gli consente di possedere una quota minoritaria del capitale. (Non ditelo a Massimo Mucchetti!). L’effetto finanziario dell’operazione è ovvio. Quello sostanziale anche: nulla cambia. Se la manovra è congegnata con questo obiettivo, sarebbe ingenuo aspettarsi dei cambiamenti reali. Quindi, su questo fronte, il governo sta semplicemente raschiando il fondo del barile. E, poiché in questi termini si tratta di intervento puramente finanziario, paradossalmente Palazzo Chigi espone il fianco alle critiche di chi evidenzia che, poiché il costo del debito pubblico è inferiore al rendimento delle azioni in via di cessione, l’esecutivo non fa un grande affare. (Anche su questo torneremo separatamente).

Altra cosa è, invece, la parziale privatizzazione, presumibilmente attraverso la quotazione in borsa, di Fincantieri, Sace, Grandi Stazioni ed Enav. Tutte queste realtà (tranne Grandi Stazioni) sono oggi interamente parte del settore pubblico. L’ingresso di soci privati, seppure in posizioni di minoranza, obbligherà a una disciplina economico-finanziaria che finora era delegata alle buone intenzioni e alla rettitudine dei manager. Questo porterà probabilmente maggiore efficienza operativa e, quindi, apre le porte a una partita non solo di contabilità nazionale ma anche relativa a una visione di paese nel quale lo Stato ha un ruolo diverso. Ciò detto, una cosa del genere ha senso solo se è un passo verso la piena privatizzazione, soprattutto di quei soggetti che operano in contesti monopolistici o semi-monopolistici e che solo attraverso una separazione dei propri destini da quelli dello Stato possono essere assoggettati a una regolazione sufficientemente autonoma e tendenzialmente libera da eccessivi rischi di cattura. Inoltre, nel momento in cui si aprono le porte al mercato è necessario contestualmente (anzi, un attimo prima) rimuovere tutte quelle incrostazioni che sono retaggio delle vecchie abitudini da partecipazioni statali, e che hanno a che fare, per esempio, con la piena contendibilità anche del servizio pubblico che alcune di queste imprese possono svolgere (si pensi a Enav e Grandi Stazioni). Bisogna ugualmente vigilare perché dietro la parziale privatizzazione non si nascondano disegni più ampi: per esempio, che non si approfitti del cambio negli assetti proprietari per contrabbandare l’insostenibile progetto di una “Grande Ansaldo“, contro il quale Oscar Giannino ha più volte messo in guardia, e che dovrebbe riunire Ansaldo Breda, Ansaldo Sts e Fincantieri (e Ansaldo Energia, i cui destini però sono già decisi essendo ormai in quota Cdp). Un’operazione senza vera logica industriale e soprattutto tale da creare una conglomerata di fatto non privatizzabile per intero. Se crediamo che ci sia un futuro assieme per queste società, vendiamole separatamente e lasciamo che sia il mercato a riunirle sotto un unico cappello. Se non crediamo che questa evoluzione non si verificherebbe spontaneamente, allora non crediamo veramente nel progetto.

In conclusione, l’annuncio del governo sulle privatizzazioni rappresenta un deciso passo avanti rispetto al passato. Sebbene manchino ancora molti dettagli, si intravvedono i confini di un’operazione che, nel bene e nel male, ha una sua coerenza interna. A dispetto dei profili di rischio richiamati, la sensazione è che le prospettive positive superino quelle negative, ma la strada è lunga e i potenziali agguati numerosi. Speriamo che questa volta, a differenza del passato recente, il richiamo alle privatizzazioni non serva per distrarre l’opinione pubblica mentre la quota di economia intermediata dallo Stato continua a crescere. La cautela, insomma, non è tanto rispetto al progetto in sé, quanto alle reali intenzioni (e capacità) del governo, che recentemente è apparso più attivo e convinto nella ristatalizzazione, che non nella liberalizzazione, dell’economia. Timeo Danaos eccetera.

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4 Responses

  1. Vittorio

    Non sono un tecnico, quindi mi scuso in anticipo per possibili banalità. Premesso che sono assolutamente favorevole a privatizzare il più possibile, mi pongo questa semplice quesito:
    Vendere senza abbattere la spesa pubblica è assurdo, serve solo a mantenere la casta per ulteriore tempo. Quando saremo costretti ad abbassare la spesa ma non avremo più tesori da vendere, cosa faremo?

  2. Francesco_P

    Io chiamo il governo Letta il “Governo delle larghe paralisi“. Eppure continua ad essere il male minore rispetto alle altre soluzioni possibili in Parlamento ed al caos che devierebbe da probabili elezioni anticipate.
    Anche il risultato della cosiddetta spending review di Cottarelli, 32 miliardi in tre anni, è deludente: inadeguato nella misura, non agisce sul fronte delle semplificazioni e non entra nel merito degli Enti Locali ove sarebbe necessario agire per ridurre la pletora centri decisionali. E poi anche questo “poco” è in forse per via delle convulsioni dei partiti.
    La politica e la pubblica amministrazione non vogliono essere riformati. “Qualcosa doveva cambiare perché tutto restasse com’era prima” come affermava il principe di Salina ne Il Gattopardo. Eppure in cento anni il mondo è cambiato e non c’è più posto per la mentalità della nobiltà del sud.
    Concordo pienamente con l’autore: anch’io sono scettico sul piano delle privatizzazioni.
    Siamo conciati proprio male!

  3. ROBERTO

    Caro Stagnaro,

    ma lei è ancora convinto che certi processi saranno seguito e gestiti con efficenza e efficacia, e magari anche con una certa redditività ?
    Ancora perdiamo tempo a sperare in un lampo di “onestà” intellettiva ?
    In realtà ci hanno dimostrato una costante disonestà un pò a tutti i livelli.
    Purtroppo la storia, non io , ci smentisce inesorabilmente.

    Sono d’accordo con Francesco P, …si cambia tutto per non cambiare niente…,
    del resto apparteniamo al quel tipo di cultura..da Nord a Sud.

    Saluti
    RG

  4. anna

    Ma l’autore sa minimamente ad esempio di cosa di occupa l’ENAV? Il controllo del traffico aereo è uno dei tanti “monopoli naturali”, quindi che tipo di concorrenza e quali vantaggi ci si aspetti dalla sua privatizzazione non è dato sapere… o forse l’autore pensa che lo spazio aereo italiano sia divisibile e gestibile da enti privatizzati diversi?
    I ricavi dell’ENAV provengono dalle compagnie aeree che usufruiscono dei suoi servizi di assistenza al volo, ogni volta i loro aerei sorvolano i cieli italiani o atterranno nei nostri aeroporti… il tutto regolamentato a livello europeo (ad esempio, da quest’anno è stato stabilito che gli enti di assistenza al volo non potessero più rifarsi sulle tariffe chieste ai vettori aerei per compensare il calo dei ricavi dovuti al calo di traffico).
    Vantaggi per gli utenti da una eventuale privatizzazione non esistono.

    L’unica cosa evidente a chi, a differenza dell’autore, sappia qualcosa del contesto dell’ATM e del ruolo di ENAV in tutto questo, è che i diversi enti di controllo del traffico aereo europei si trovano in forte concorrenza tra di loro per vendere i loro servizi a Paesi terzi principalmente extra-europei che non hanno ancora una gestione del traffico aereo sufficientemente evoluta, quindi come al solito gli unici interessati a una eventuale privatizzazione dell’ENAV sono i nostri concorrenti francesi, tedeschi o spagnoli che troverebbero il modo di inserirsi in tale processo avendo come obiettivo finale quello di indebolire la posizione di ENAV rispetto a DSNA, DFS o AENA.
    E’ storia già vista con la Parmalat, la Telecom, ma gli ultraliberisti incalliti, vittime dell’ideologia così come lo erano i comunisti un tempo, continuano imperterriti a proclamare la visione salvifica delle privatizzazioni in un Paese nel quale hanno sempre e solo significato o svendita di patrimonio pubblico agli amici degli amici, oppure perdita di settori strategici per il Paese in favore dei concorrenti stranieri, innescando quel processo inarrestabile di deindustrializzazione che ci sta portando alla rovina.

    Ultima domanda all’autore: Lei sa se qualcuno tra DSNA, DFS, AENA (enti dei principali Paesi europei concorrenti dell’Italia nel settore) è privatizzato? Beh glielo dico io: NESSUNO.
    Ma come al solito, noi pensiamo di essere più furbi degli altri…

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