11
Nov
2013

La Legge di stabilità, ovvero come ignorare il merito per finanziare gli sprechi

Immaginate di essere l’allenatore di una squadra di calcio e di avere a disposizione due attaccanti. Durante gli allenamenti, in settimana, il primo si allena duramente e segna valanghe di gol; il secondo, invece, arriva sempre in ritardo, è indolente e segna poco. Chi fareste giocare titolare la domenica? Suppongo il primo. Lo Stato, invece, farebbe probabilmente giocare il secondo, e sapete perché? Perché ha manifestato l’intenzione di comprarsi dei nuovi scarpini di marca… Pagati dai tifosi della squadra!

Fuor di metafora, questo è ciò che, essenzialmente, prevede la bozza del Ddl collegato alla Legge di stabilità. il Governo s’impegna a erogare a micro, piccole e medie imprese “finanziamenti a fondo perduto per favorire la digitalizzazione dei processi aziendali e l’ammodernamento tecnologico” per 200 milioni di euro, il tutto nell’ambito di un nuovo programma di politica industriale. Un termine, quest’ultimo, che già da solo fa rabbrividire. Sia chiaro: lo svecchiamento delle imprese italiane è una priorità assoluta per la ripresa economica, e non c’è dubbio che anche la politica debba fare la sua parte in questa direzione. Ma qui non si discute dell’an, bensì del quomodo.

Innanzitutto, ci sono settori e settori, imprese e imprese. E non tutti hanno gli stessi bisogni e necessità, per non parlare di chi gli investimenti nell’ammodernamento della propria azienda li ha già fatti, ma di tasca propria. Non solo. La UE ci ha bacchettato già in diverse occasioni per gli sprechi commessi nella distribuzione a pioggia dei suoi fondi strutturali, e come darle torto?

Abbiamo già assistito troppe volte ad aiuti pubblici alle imprese che, tolta la maschera, si rivelano operazioni clientelari costose e dannose per (quasi) tutti. Secondo una ricerca condotta da Marco Cobianchi nel suo libro “Mani bucate”, i procedimenti aperti dalla UE contro l’Italia per aiuti alle imprese ritenuti potenzialmente illegali ammonterebbero a 38.070 negli ultimi 10 anni. Senza contare gli aiuti de minimis, cioè quelli inferiori a 200.000 euro e che pertanto non devono essere notificati alla UE. Ed è stata la stessa Ragioneria Generale dello Stato a sottolineare, nel suo ultimo rapporto annuale sulla spesa pubblica, la pessima gestione che viene fatta di questi finanziamenti, e in particolare di quelli a fondo perduto. D’altra parte, come si può pensare che lo Stato conosca meglio delle imprese quali siano gli investimenti migliori per renderle competitive?

Il tutto è reso ancor più paradossale dalle dichiarazioni rilasciate poco dopo, in pompa magna, dal premier Letta, secondo cui il cuneo fiscale “si può ridurre di più, ma dobbiamo decidere come”. La pressione fiscale sulle PMI ha raggiunto, nel 2012, la cifra record del 68%. Le imprese che riescono a reggere la concorrenza nonostante questo enorme carico fiscale continuano a sacrificarsi per redistribuire risorse a realtà imprenditoriali fallimentari tramite favori elettorali travestiti da agevolazioni. Di fronte a tutto questo, il nostro Presidente del Consiglio si chiede dove trovare risorse per tagliare il cuneo fiscale: indizio inequivocabile che all’orizzonte non appare nessun segno di discontinuità con quel circolo vizioso di matrice keynesiana tra spesa e tassazione che strozza la nostra economia da decenni.

Se la priorità del Governo è il sostegno alla crescita, ridurre le tasse su lavoro e impresa è la prima misura da prendere. Il che, si badi, non significa necessariamente tagliare la spesa sociale (abbondantemente tutelata da questo Governo, peraltro; si pensi alla social card), ma quelle stesse spese teoricamente a favore dell’economia e che, invece, le si ritorcono contro, togliendo a chi produce e premiando realtà improduttive e sprecone. Non è una questione di ideologie, ma di priorità. Anche perché a favore dell’abbattimento dei finanziamenti alle imprese giocano ragioni di equità: un taglio dell’IRAP o del cuneo fiscale aiuterebbe tutte le imprese, e non solo le poche beneficiarie (vincolate, peraltro, ai diktat del Governo sulle strategie di investimento da intraprendere). Inoltre, la gestione dei fondi da assegnare alle imprese ha dei costi amministrativi da non sottovalutare tra predisposizione dei bandi di gara e verifica degli adempimenti da parte delle imprese beneficiarie. A cui si aggiungono i costi sostenuti dalle imprese per studiare i bandi e predisporre progetti adeguati ai requisiti richiesti. Infine, bisogna considerare i fenomeni di corruzione e di infiltrazione di organizzazioni criminali che fin troppo spesso accompagnano le gare pubbliche.

Letta afferma che le uniche due strade percorribili per tagliare il cuneo fiscale sono restringere la categorie di chi può usufruire delle agevolazioni o attendere il rimpatrio di risorse provenienti dalla Svizzera. Questa seconda ipotesi è evidentemente aleatoria, per non dire irrealistica. La prima, invece, soffre dello stesso identico vizio di questa Legge di Stabilità: ancora una volta prevede l’intervento del Leviatano statale per decidere chi sia meritevole o meno di godere degli sgravi sui redditi. Ma la soluzione, pur non semplice, sarebbe ridurre l’ammontare complessivo degli incentivi erogati alle imprese (la cui media è di 10 miliardi annui, una cifra impressionante) e utilizzare il gettito risparmiato per dar loro un po’ di respiro fiscale, a fronte del totale delle “imposte sugli affari” considerate nel bilancio dello Stato.

Varrebbe la pena lasciare che del tradizionale aut aut tra redistribuzione ed efficienza si occupino i manuali di economia. L’Italia è stufa di perdere le partite per colpa delle scelte autoritarie dei suoi allenatori: lasciamo fuori chi non merita di stare in campo e iniziamo a far giocare i migliori. E vedrete che anche i panchinari inizieranno a impegnarsi di più.

Giacomo Lev Mannheimer

 

 

 

You may also like

Il mercato della sanità in Cina
La Corte costituzionale: no alla «democrazia in deficit»
Legge di Bilancio 2019: rischi e incertezze per la farmaceutica
C’è una patrimoniale nel futuro del sovranismo?—di Davide Grignani

2 Responses

  1. Gaetano

    Come si può pensare di contare sullo Stato per l’erogazione di finanziamenti a fondo perduto inerenti la digitalizzazione dei processi produttivi quando lui per primo non è riuscito ad attuare una digitalizzazione decente dei suoi processi amministrativi? Alla fine quei 200 milioni finiranno nelle tasche dei soliti malavitosi agganciati alla politica a filo doppio. Inoltre l’entità dei finanziamenti rapportata al numero delle PMI è irrisoria e fa sorgere il dubbio circa la possibilità che si sappia già chi saranno i fruitori di tale finanziamenti.

  2. roberto

    Caro Giacomo,

    purtroppo lei ha ragione su tutti i punti, le riflessioni da fare sono secondo me 2:
    – O il paese è completamente allo sbando ma nessuno non vuole /o fa finta di accorgersene
    – O il tutto è architettato in maniera tale che ogni cittadino viene tenuto sotto controllo dalle varie paure in successione: spread, disastro per uscita euro, cade il governo altro disastro etc.

    Altrimenti non si spiegano i comportamenti totalmente anacronistici ; senza senso, per non dire folli di tutti i personaggi del governo.
    Io sinceramente non riesco a capirne il senso, ovvero a parte quello di autopreservarsi non ne vedo altri.

    Saluti
    RG

Leave a Reply