Caro governo,su Alitalia nun ce sta a cogliona’

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La politica è sangue e merda. Non veniteci a raccontare che Poste-Alitalia è barolo e cioccolato.

UPDATE: Appena pubblicate le condizioni di AirFrance. Rispetto a quello che scrivevo ieri, è probabile che l’intera operazione non riesca neppure a ottenere il risultato di produrre benefici privati per gli azionisti di Alitalia. Soldi buttati, che tanto in Italia ce ne sono quanti vogliamo no?

I fatti sono noti a tutti: nell’imminenza del fallimento di Alitalia, che avrebbe potuto essere scongiurato solo da una cessione, Poste Italiane, il quasi monopolista pubblico del mercato del recapito postale, ha deciso di partecipare a un aumento di capitale della compagnia di bandiera. Ai 75 milioni di euro messi a disposizione dal gruppo guidato da Massimo Sarmi dovrebbero aggiungersi altri 225 milioni da parte degli attuali azionisti – non è ancora chiaro in quali proporzioni né è chiaro se Air France, oggi titolare del 25% delle azioni, parteciperà – e altri 200 milioni dalle banche.

A cosa serve questo aumento di capitale? Certamente non a salvare la compagnia. Nei primi quattro anni di attività dopo la precedente “privatizzazione” (in questo libro di Andrea Giuricin troverete le risposte a tutte le domanda che non avete mai osato chiedere) Alitalia ha perso circa un miliardo di euro, pari al suo attuale indebitamento netto. Nei primi sei mesi del 2013, Alitalia ha perso quasi 300 milioni di euro. La causa va cercata non solo nella recessione, che si è abbattuta sull’intero settore, ma anche nel suo modello di business, per le ragioni qui illustrate da Ugo Arrigo. Di conseguenza i 500 milioni provenienti dalla ricapitalizzazione e dalle nuove linee di credito non toglieranno Alitalia dalle spine. Semplicemente, le daranno ossigeno per altri 6 mesi o giù di lì, poiché, purtroppo, né abbiamo di fronte un periodo di spettacolosa espansione economica, né ci sono i tempi, gli spazi e i soldi per ristrutturare l’azienda.

Per tutte queste ragioni, contrariamente a quanto sostiene il governo, l’operazione Poste configura, a nostro avviso, una forma di aiuto di Stato incompatibile con la disciplina comunitaria, per il quale l’Istituto Bruno Leoni provvederà nei prossimi giorni a inoltrare formale segnalazione alla Commissione Europea.

Gli indizi che svelano che di aiuto di Stato si tratta, e non di operazione industriale, stanno tutti nero su bianco: anzitutto nel comunicato di Palazzo Chigi che dà notizia della decisione, e poi nelle spiegazioni fornite qui e qui dal ministro dei Trasporti, Maurizio Lupi, alle obiezioni dei “twitter liberisti” (copyright Andrea Tavecchio secondo cui saremmo noi la causa della rovina della compagnia di bandiera).

Il primo indizio sta nell’esistenza stessa del comunicato stampa di Palazzo Chigi: perché, se si tratta di iniziativa autonoma delle Poste, la notizia deve arrivare da una fonte governativa, peraltro a valle di numerose riunioni di cui la stampa ha dato ampia notizia?

Secondo indizio, sempre nel comunicato: “l’apporto finanziario di Poste è in grado di conferire le risorse per raggiungere la ricapitalizzazione necessaria ad assicurare gli attuali servizi”. Tutte le ciance sul nuovo piano industriale, le presunte sinergie, eccetera si sciolgono come neve al sole di fronte all’unica frase che esprime solo la verità e tutta la verità: una raccomandata ti allunga la vita.

Terzo indizio. Parla Maurizio Lupi: “Il governo si è impegnato perché i soci privati della compagnia di bandiera varassero un aumento di capitale di 300 milioni. Di questa cifra complessiva: 225 milioni (il 75%) versati da loro (soci). 75 milioni (il 25% dell’aumento, non delle quote sociali come qualcuno sta scrivendo) da una azienda sana (Poste)”. Vi prego di notare il trucco retorico: “il governo si è impegnato perché i soci versassero 300 milioni” (chissà perché, ma transeat), ma non deve essersi impegnato abbastanza perché i soci ne verseranno solo 225. Gli altri 75 li versa “un’azienda sana” (e pubblica). Perché Poste versa 75 milioni? Perché ha un piano industriale? No: lo riconosce il comunicato di Palazzo Chigi che il piano industriale non c’è. Perché il management è improvvisamente impazzito? Se così fosse, il governo – in quanto azionista – dovrebbe muovere immediatamente un’azione di responsabilità. Oppure Poste mette i soldi in Alitalia perché è stato il governo a chiederglielo?

Quarto indizio. Ancora Lupi: “Il governo ha favorito questa soluzione con due richieste: Una discontinuità con la precedente gestione; Una profonda revisione del piano industriale. Non può essere riproposto ciò che ha dimostrato di non funzionare”. Lupi aggiunge che “senza sostituirsi agli imprenditori privati, [il governo] può fare tutto ciò che è in suo potere per evitare il fallimento e favorire il rilancio di un’azienda strategica per il sistema economico del Paese”. Inoltre, “abbiamo individuato una soluzione che non comporta aiuti di Stato e prevede un’alleanza internazionale che ora potrà essere contrattata alla pari”. Poiché il governo “individua la soluzione” e chiede di cambiare il management e il piano industriale, esso si sta effettivamente sostituendo agli imprenditori privati compiendo scelte che spettano a loro, e loro soltanto.

Quinto indizio: “da 10 giorni il governo era investito da questa vicenda che riguarda un asset strategico del Paese” (Lupi). Mi sfugge con quale atto e in base a quale definizione il governo abbia definito Alitalia asset strategico. Signor Ministro, mi può fornire gli estremi del decreto, decreto ministeriale o dpcm che sia? E in base a quale norma il governo può definire asset strategici al di fuori del perimetro disegnato dalla normativa sul golden power, all’interno della quale certamente non rientra Alitalia?

Sesto indizio: riporto una frase di Lupi già citata: “abbiamo individuato una soluzione che non comporta aiuti di Stato e prevede un’alleanza internazionale che ora potrà essere contrattata alla pari”. Parola chiave: l’alleanza internazionale “potrà essere contrattata alla pari”. Sempre Lupi: “Una rinforzata compagine societaria permetterà di trattare alla pari per l’integrazione con un partner straniero”. Lupi sta dicendo: nel medio termine, nulla cambia. Alitalia era destinata all’acquisizione da parte di un concorrente più grande – sia esso Air France, Lufthansa o altri – e questo continuerà a essere vero. La differenza è che prima gli azionisti di Alitalia si sarebbero presentati a Parigi, Berlino o Timbuctù con le pezze al culo. Adesso invece ci arrivano con le spalle larghe. Sottinteso: dunque possono vendere meglio. Deduzione: i veri beneficiari dell’operazione non sono i dipendenti, almeno nel medio termine (i quali saranno ridimensionati oppure no in funzione dell’ancora ignoto piano industriale). Non saranno neppure gli italiani e i turisti stranieri, che continueranno a volare sotto la bandiera tricolore o sotto altro marchio (anche se Lupi pare convinto che i vettori stranieri vogliano mettere il nostro paese sotto assedio, impedendo agli italiani di uscirvi e ai turisti di entrarvi). Non saranno, va da sé, i contribuenti, e neppure gli azionisti di Poste, cioè sempre i contribuenti ancorché a loro insaputa. Gli unici beneficiari diretti saranno gli azionisti attuali di Alitalia che ottengono forza negoziale, e i sindacati che hanno comprato ai loro associati ancora qualche mese di tranquillità, e i politici del governo che possono dire ancora una volta d’aver salvato (non ridete) la dignità nazionale.

Per tutte queste ragioni, quello a cui siamo di fronte è secondo l’IBL un aiuto di Stato. Conseguentemente la Commissione europea dovrebbe intervenire per bloccare l’operazione e sanzionare il nostro paese. Spiace solo che il peso della sanzione ricadrà ancora e sempre sui contribuenti stessi, perché non esiste alcuna responsabilità civile per le sue scellerate “politiche industriali”.

Caro governo, ci avevate promesso che d’ora in poi giochetti basta. Per favore: d’ora in poi coi giochetti basta. Abbiamo già dato.

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