3
Ott
2013

La crisi e l’impossibilità del keynesiano liberale

Ritorno sul tema della crisi, e delle politiche per uscirne, a breve distanza da un precedente post (“Sono i 70 mld. di Pil in meno che fanno sforare i conti pubblici”) che ha suscitato un certo interesse ed anche interpretazioni discordanti. In esso, in grande sintesi, criticavo gli esiti del rigore fiscale applicato in Italia nell’ultimo triennio: una manovra di finanza pubblica da oltre 80 mld. e 5 punti di Pil, quella realizzata in tre ondate nella seconda metà del 2011, avrebbe dovuto sostanzialmente azzerare il disavanzo in rapporto al Pil mettendo in sicurezza i conti pubblici.

Lo stock del debito avrebbe dovuto in conseguenza smettere di crescere anche in termini nominali e iniziare a ridursi in rapporto al Pil. Queste erano le intenzioni dei governi, avallate dall’UE. Nella realtà invece il rigore fiscale ha portato ad una recessione autoprodotta che ha tirato giù il Pil reale di oltre 4 punti in due anni, ha falcidiato gli imponibili fiscali, ridotto drasticamente il gettito fiscale rispetto alle attese, frenato il processo di riduzione del rapporto deficit/Pil e raddoppiato la velocità di crescita del rapporto debito/Pil. Gli esiti ottenuti rappresentano una bocciatura netta di questo specifico rigore fiscale, che andrebbe in conseguenza drasticamente ripensato.

Da questa analisi non si può tuttavia desumere che tutte le possibili politiche finalizzate all’equilibrio dei conti pubblici siano da rigettare e che occorra ritornare a politiche keynesiane di crescita della spesa pubblica e di crescita conseguente del disavanzo. Purtroppo in Italia il debito pubblico è, da non poco tempo, il problema n. 1. Esso va dunque stabilizzato e se non è possibile abbassarlo da subito in rapporto al Pil, il criterio chiave della politica fiscale deve essere quello di minimizzare tale crescita nel tempo sino ad azzerarla del tutto (e farla cambiare di segno).  La riduzione del disavanzo in rapporto al Pil è uno strumento in grado di favorire tale processo, tuttavia deve essere considerata al netto degli effetti che produce sulla crescita economica. Il rapporto debito/Pil si avvantaggia tanto delle crescita nominale del Pil quanto della riduzione del disavanzo pubblico in rapporto al Pil. La corretta strategia è di massimizzare la somma di questi effetti. Se noi perseguiamo, come abbiamo fatto, l’obiettivo solo dal lato del disavanzo, cercando di ridurlo troppo velocemente e drasticamente, perdiamo dal lato del denominatore del rapporto debito/Pil più di quanto pensiamo di guadagnare dal lato del numeratore e dunque acceleriamo la crescita del rapporto anziché frenarla. Questo è esattamente ciò che si è verificato. Si tratta di un rigore ottuso che sarebbe più corretto definire rigidità (intellettuale, in primo luogo, di chi ha pensato e attuato questa strategia).

Cosa succede, invece, se ritorniamo a politiche keynesiane standard di deficit spending? Che otteniamo miglioramenti sul versante del denominatore ma a costi non sostenibili sul versante del numeratore. Il peggioramento del deficit/Pil produrrebbe effetti sul rapporto debito/Pil non compensabili attraverso la più elevata crescita nominale del Pil. Occorre infatti considerare anche gli effetti sul costo medio del debito che si produrrebbero qualora scegliessimo deliberatamente di accrescere il disavanzo primario. I mercati finanziari ci farebbero pagare molto cara questa scelta…

In definitiva ritengo che il rigorismo ‘rigido’ e il keynesismo ‘standard’ portino con strategie opposte sulla stessa strada dell’accelerazione pericolosa del rapporto debito/Pil con la differenza che il primo la ottiene producendo più recessione che rigore finanziario mentre il secondo la ottiene producendo più lassismo finanziario che crescita.

Postilla sui keynesiani ‘standard’

Quello che non ho mai capito dei keynesiani ‘standard’ è per quale ragione tendano a proporre aumenti di spesa pubblica nelle fasi recessive dell’economia e aumento di tassazione nelle fasi espansive. In questo modo il peso dello stato sull’economia è in continua crescita (oggi in Italia il settore pubblico spende 2 euro ogni 3 euro di Pil ’emerso’) e il punto di arrivo non potrebbe essere che un’economia totalmente statalizzata.

In linea teorica è pensabile anche un keynesiano liberale: è sufficiente proporre riduzioni di tassazione nelle fasi recessive e riduzioni di spesa pubblica nelle fasi espansive. In questo modo il peso dello stato sull’economia risulterebbe in continua diminuzione (e anch’io potrei definirmi keynesiano). Purtroppo il sottoinsieme dei keynesiani liberali tende ad essere vuoto, facendo sorgere il sospetto che i keynesiani ‘standard’ siano in realtà statalisti che trovano questa teoria strumentalmente comoda.

(Circolava a questo proposito un aneddoto, quando ero studente di economia, non so se veritiero ma comunque verosimile, su un politico italiano postbellico che si dichiarava non interessato alla teoria keynesiana, tuttavia prontissimo a cambiare idea: “Se questo Keynes dice che bisogna spendere di più, allora mi interessa sicuramente”).

11 Responses

  1. ALESSIO DI MICHELE

    Esatto: il keynesismo non è una teoria economica, ma solo una strategia per estendere il controllo dello stato su tutto; nei secoli passati ciavevano provato con la religione (che va sempre bene allo SCOPO), con la razza, la nazione e simili orrori. Poi un intellettuale di Bloomsbury decise che andava ridotto il peso di quei plebei che ogni mattina si alzano e vanno a tentare di produrre reddito, a favore di un’ oligarchia ristretta di super acculturati esteti. L’ idea piacque a molti: ad esempio ad un maestro romagnolo, ad un pittore austriaco fallito, ad un politico che si sarebbe ammalato e sarebbe morto di poliomielite, ai politici di un paese che oggi fa ottime motociclette, ma un po’ meno ai 55.000.000 di morti che costoro combinarono.

  2. Piero

    il problema del liberismo è che nn sà come gestire le sovracapacità (rispetto a domanda ormai satura e di sostituzione con innovazione di prodotto ormai marginale e nn labour intensive) accumulate negli ultimi 30 anni in occidente (in parallelo ai debiti pubblici e privati che servivano x mantenerla)..
    le riduzioni (o mancati aumenti) fiscali (quello che tu chiami keynesianesimo liberale) e/o l’aumento della spesa (domanda artificiale x produzione in eccesso) ormai tutti (Giappone, Usa, Uk, e pure Cina) le finanziano con la Stampa.. eccetto l’Europa causa Merkel (anche se ormai con Ltro e speriamo mai OMT han rotto pure qui il tabu).. in passato quando nn c’era questa sovracapacità strutturale il liberismo aveva un pò di margini e più.. oggi nn più.. il grosso problema della spesa pubblica (cioè della domanda artificiale) in occidente nn è tanto la quantità ma la scarsissima qualità (clientele, burocazia, spesa corrente invece di investimenti)… in Italia quelli di centrosinistra dicono che c’è poco stato.. quelli di centro destra liberale che ce nè troppo.. han ragione entrambi.. sul lato interno ce nè troppo.. su quello internazionale troppo poco perchè ormai le lobby delle multinazionali & tecnocrazie sovranazionali stanno sopra gli stati (chiamiamola globalizzazione oligarchica).. le plutocrazie di cui si lamentava il Mussolini Nero ormai so di 1000 anni fa..

  3. Pier

    “…In questo modo il peso dello stato sull’economia è in continua crescita (oggi in Italia il settore pubblico spende 2 euro ogni 3 euro di Pil ‘emerso’) e il punto di arrivo non potrebbe essere che un’economia totalmente statalizzata.”

    Che sia proprio questo il reale obiettivo dei sedicenti neo keynesiani? 😉

  4. Mike

    @Piero, 3 ottobre 2013
    Quella del signor Piero mi sembra un’ottima “antitesi”. Secondo Lei, professor Arrigo, quale può essere la “sintesi”?

  5. L’unico keynesiano standard credo sia Keynes, che non mi risulta, ma forse sbaglio, abbia mai proposto “aumenti di spesa pubblica nelle fasi recessive dell’economia e aumento di tassazione nelle fasi espansive”.

    Un keynesiano per nulla standard, Abba P. Lerner, ha invece negato in un modo assolutamente logico e convincente, a mio parere, che la questione dell’equilibrio di bilancio abbia una qualsisasi fondatezza. http://gondrano.blogspot.it/2012/08/la-finanza-funzionale-e-il-debito.html

    Diversi economisti hanno recentemente proposto la monetizzazione del debito, come via d’uscita dall’attuale situazione di profonda crisi economica. Ad esempio http://www.voxeu.org/article/end-eurozone-crisis-bury-debt-forever

    Il motivo per il quale questa soluzione non è neppure presa in considerazione era stato chiaramente individuato, mi sembra, nel 1943 da Kalecki. http://gondrano.blogspot.it/2012/09/aspetti-politici-del-pieno-impiego.html

  6. Ugo Arrigo

    Nel post non parlo di Keynes, solo dei keynesiani. Non so se Keynes, oggi, si sentirebbe keynesiano. Come scrisse Sylos Labini “Sotto l’aspetto della politica economica occorre tener ben presente che le prescrizioni di Keynes per combattere la disoccupazione -fra cui in primo luogo è quella di accrescere la domanda globale attraverso una spesa pubblica in deficit finanziata con prestiti- si collocano in una situazione creata da una drastica caduta della domanda”. In tale contesto la domanda pubblica assume un ruolo sostitutivo rispetto a una domanda privata che prima esisteva e che poi è venuta meno. Gli economisti keynesiani tendono invece a proporre ricette a base di crescente spesa pubblica addizionale, non sostitutiva di spesa privata venuta meno, spesso senza valutare se non siano invece preferibili politiche finalizzate a favorire una maggiore dinamica delle componenti private della domanda, ad esempio attraverso forme di riduzione della pressione fiscale. Non dobbiamo inoltre dimenticare che ai tempi di Keynes/Teoria Generale il peso dello stato sul sistema economico (spesa in % del Pil) superava il 30% solo nell’Italia fascista e nella Germania nazista (tra i paesi con un certo sviluppo economico) mentre oggi, in Italia e diversi altri, supera tranquillamente il 50% e arriva in Italia a quasi due terzi rispetto alla solo componente emersa del Pil.

  7. “Gli economisti keynesiani tendono invece a proporre ricette a base di crescente spesa pubblica addizionale, non sostitutiva di spesa privata venuta meno, spesso senza valutare se non siano invece preferibili politiche finalizzate a favorire una maggiore dinamica delle componenti private della domanda, ad esempio attraverso forme di riduzione della pressione fiscale.”

    Mi perdoni professore, ma questa è una visione caricaturale. Durante l’espansione nessuno propone spesa “addizionale”, ma migliore spesa. In proposito le ricordo Graziani, Napoleoni, Garegnani, Caffè che, mentre giustificavano sul piano teorico le buche nel terreno durante una crisi, erano altresì molto critici con la spesa assistenziale e clientelare della DC.

    “Non dobbiamo inoltre dimenticare che ai tempi di Keynes/Teoria Generale il peso dello stato sul sistema economico (spesa in % del Pil) superava il 30% solo nell’Italia fascista e nella Germania nazista”

    Che non a caso venivano prese da Keynes come un esempio positivo dal punto di vista economico (e negativo dal punto di vista delle libertà).

  8. Matteo

    Così va meglio. Non sia mai!
    Inoltre, oltre i rapporti, qui fa capolino anche la teoria degli insiemi, dunque il discorso si fa più solido, il che è estremamente necessario se si tratta di determinare il destino di 60 milioni di italiani.
    E tuttavia, ma non vorrei apparire come chi vuole diminuire i meriti, temo che il governo italiano non intraprenderà una politica fiscale espansiva non perché essa dispiace al pensiero economico classico.

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