La crisi e l’impossibilità del keynesiano liberale

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Ritorno sul tema della crisi, e delle politiche per uscirne, a breve distanza da un precedente post (“Sono i 70 mld. di Pil in meno che fanno sforare i conti pubblici”) che ha suscitato un certo interesse ed anche interpretazioni discordanti. In esso, in grande sintesi, criticavo gli esiti del rigore fiscale applicato in Italia nell’ultimo triennio: una manovra di finanza pubblica da oltre 80 mld. e 5 punti di Pil, quella realizzata in tre ondate nella seconda metà del 2011, avrebbe dovuto sostanzialmente azzerare il disavanzo in rapporto al Pil mettendo in sicurezza i conti pubblici.

Lo stock del debito avrebbe dovuto in conseguenza smettere di crescere anche in termini nominali e iniziare a ridursi in rapporto al Pil. Queste erano le intenzioni dei governi, avallate dall’UE. Nella realtà invece il rigore fiscale ha portato ad una recessione autoprodotta che ha tirato giù il Pil reale di oltre 4 punti in due anni, ha falcidiato gli imponibili fiscali, ridotto drasticamente il gettito fiscale rispetto alle attese, frenato il processo di riduzione del rapporto deficit/Pil e raddoppiato la velocità di crescita del rapporto debito/Pil. Gli esiti ottenuti rappresentano una bocciatura netta di questo specifico rigore fiscale, che andrebbe in conseguenza drasticamente ripensato.

Da questa analisi non si può tuttavia desumere che tutte le possibili politiche finalizzate all’equilibrio dei conti pubblici siano da rigettare e che occorra ritornare a politiche keynesiane di crescita della spesa pubblica e di crescita conseguente del disavanzo. Purtroppo in Italia il debito pubblico è, da non poco tempo, il problema n. 1. Esso va dunque stabilizzato e se non è possibile abbassarlo da subito in rapporto al Pil, il criterio chiave della politica fiscale deve essere quello di minimizzare tale crescita nel tempo sino ad azzerarla del tutto (e farla cambiare di segno).  La riduzione del disavanzo in rapporto al Pil è uno strumento in grado di favorire tale processo, tuttavia deve essere considerata al netto degli effetti che produce sulla crescita economica. Il rapporto debito/Pil si avvantaggia tanto delle crescita nominale del Pil quanto della riduzione del disavanzo pubblico in rapporto al Pil. La corretta strategia è di massimizzare la somma di questi effetti. Se noi perseguiamo, come abbiamo fatto, l’obiettivo solo dal lato del disavanzo, cercando di ridurlo troppo velocemente e drasticamente, perdiamo dal lato del denominatore del rapporto debito/Pil più di quanto pensiamo di guadagnare dal lato del numeratore e dunque acceleriamo la crescita del rapporto anziché frenarla. Questo è esattamente ciò che si è verificato. Si tratta di un rigore ottuso che sarebbe più corretto definire rigidità (intellettuale, in primo luogo, di chi ha pensato e attuato questa strategia).

Cosa succede, invece, se ritorniamo a politiche keynesiane standard di deficit spending? Che otteniamo miglioramenti sul versante del denominatore ma a costi non sostenibili sul versante del numeratore. Il peggioramento del deficit/Pil produrrebbe effetti sul rapporto debito/Pil non compensabili attraverso la più elevata crescita nominale del Pil. Occorre infatti considerare anche gli effetti sul costo medio del debito che si produrrebbero qualora scegliessimo deliberatamente di accrescere il disavanzo primario. I mercati finanziari ci farebbero pagare molto cara questa scelta…

In definitiva ritengo che il rigorismo ‘rigido’ e il keynesismo ‘standard’ portino con strategie opposte sulla stessa strada dell’accelerazione pericolosa del rapporto debito/Pil con la differenza che il primo la ottiene producendo più recessione che rigore finanziario mentre il secondo la ottiene producendo più lassismo finanziario che crescita.

Postilla sui keynesiani ‘standard’

Quello che non ho mai capito dei keynesiani ‘standard’ è per quale ragione tendano a proporre aumenti di spesa pubblica nelle fasi recessive dell’economia e aumento di tassazione nelle fasi espansive. In questo modo il peso dello stato sull’economia è in continua crescita (oggi in Italia il settore pubblico spende 2 euro ogni 3 euro di Pil ‘emerso’) e il punto di arrivo non potrebbe essere che un’economia totalmente statalizzata.

In linea teorica è pensabile anche un keynesiano liberale: è sufficiente proporre riduzioni di tassazione nelle fasi recessive e riduzioni di spesa pubblica nelle fasi espansive. In questo modo il peso dello stato sull’economia risulterebbe in continua diminuzione (e anch’io potrei definirmi keynesiano). Purtroppo il sottoinsieme dei keynesiani liberali tende ad essere vuoto, facendo sorgere il sospetto che i keynesiani ‘standard’ siano in realtà statalisti che trovano questa teoria strumentalmente comoda.

(Circolava a questo proposito un aneddoto, quando ero studente di economia, non so se veritiero ma comunque verosimile, su un politico italiano postbellico che si dichiarava non interessato alla teoria keynesiana, tuttavia prontissimo a cambiare idea: “Se questo Keynes dice che bisogna spendere di più, allora mi interessa sicuramente”).

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