Sono i 70 mld. di Pil in meno che fanno sforare i conti pubblici

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Perché i  conti pubblici italiani vanno male, nonostante le maximanovre del 2011 che avrebbero dovuto portarci al pareggio, effettivo e non solo strutturale, del bilancio? Perché abbiamo seguito, pedissequamente e acriticamente, i suggerimenti europei di stretta fiscale che non hanno tenuto conto dell’emergente recessione prima e del suo aggravamento dopo.  

Nel 2011, l’anno delle tre manovre, i due governi che si sono succeduti hanno presentato, e il Parlamento approvato, provvedimenti fiscali per oltre 81 miliardi di euro complessivi nel triennio 2012-14, corrispondenti a 5,2 punti del Pil 2011. Questi provvedimenti avrebbero dovuto portare  ad un sostanziale pareggio del bilancio pubblico già nel 2013 (indebitamento a -0,5% del Pil secondo il DEF dell’aprile 2012, a fronte di un -3,8% effettivo nel 2011). I risultati attesi non si sono tuttavia verificati: nel 2012 il Pil reale è diminuito di 2,4 punti %, esattamente il doppio della previsione governativa dell’aprile 2012, mentre l’indebitamento netto della PA anziché ridursi all’1,7% del Pil si attestato al 3%; nel 2013, invece, il proseguimento della recessione porta ad un ulteriore calo del Pil dell’1,7%, secondo il recentissimo aggiornamento al DEF, mentre l’indebitamento della PA è atteso risalire al 3,1 (o 3,2%) del Pil.

Sintesi: le maximanovre del 2011 avrebbero dovuto azzerare il deficit, quello vero, non quello definito come ‘strutturale’, invece hanno lasciato quasi invariato il deficit (5 punti di manovre si sono tradotti in due anni  in solo mezzo punto di miglioramento) mentre il Pil reale è sceso nel biennio del 4,1%. Che cosa è successo alla finanza pubblica? Semplicemente che per ogni euro in più che il governo Monti ha incassato (o risparmiato) per effetto delle manovre ha perso quasi un euro di entrate ordinarie per effetto della recessione economica autoprodotta che ha falcidiato gli imponibili.

Vediamo qualche altro numero, tratto dal recentissimo aggiornamento al DEF presentato dal Ministero dell’Economia lo scorso 20 settembre. Nel 2013 il disavanzo della PA è previsto in 49 miliardi di euro, quale differenza tra una spesa complessiva di 808 miliardi (84 miliardi di spesa per interessi e 724 miliardi di spese primarie). Il disavanzo secondo il MEF risulterebbe pari, come già detto, al -3,1% rispetto a un Pil nominale stimato in 1557 miliardi, la spesa primaria al 46,5% del pil, la spesa totale al 51,9%, le entrate totali al 48,7%.

Quali delle precedenti voci risultano discordanti rispetto al quadro previsivo formulato dal precedente governo dopo le maximanovre del 2011? Andiamo a vedere i corrispondenti valori che erano stati indicati dal governo Monti nel DEF del 18 aprile 2012. In quel documento la spesa primaria 2013 era prevista al 44,6% del pil, circa due punti in meno rispetto al DEF aggiornato pochi giorni fa. La spesa totale della PA era invece prevista al 50% del pil, 1,9 punti al di sotto rispetto all’ultima previsione. Infine le entrate totali erano previste al 49,5% del pil, dunque 0,7 punti in più rispetto ad ora. Pertanto 1,9 punti in più di spesa e 0,7 punti in meno di entrate fanno 2,6 punti in più di disavanzo, che è infatti previsto al -3,1% mentre nell’aprile 2012 era previsto per quest’anno al -0,5%.

Questi numeri sembrerebbero imputare lo sforamento alla spesa pubblica, mettendo in cattiva luce la capacità dell’Italia di adempiere ai suoi impegni. Nella realtà è l’esatto opposto dato che il Pil nominale, collocato al denominatore dei due gruppi di numeri, non è esattamente lo stesso: nel DEF 2012 di Monti era infatti previsto per il 2013 a 1627 miliardi mentre l’aggiornamento DEF di Letta lo prevede in 1557 miliardi, esattamente 70 miliardi al di sotto, quelli che si sono persi per effetto della recessione.

Mancano in sostanza all’appello 70 miliardi di Pil che scombussolano i nostri risultati di finanza pubblica. Infatti le entrate totali della PA, indicate in 806 miliardi nel DEF 2012 di Monti, risultano ora  pari a soli 759 miliardi, 47 miliardi in meno. I 70 miliardi di Pil in meno si sono tradotti in 47 miliardi di entrate in meno, evidentemente a causa del minor Pil e della conseguente caduta degli imponibili ma probabilmente anche per effetto di una crescita del sommerso.

Discorso opposto per quanto riguarda invece i livelli della spesa pubblica: nel DEF di Monti la spesa totale della PA per il 2013 era prevista in 814 miliardi, nel DEF ultimo invece in 808 miliardi, dunque una minor spesa di 6 miliardi. Al suo interno la spesa primaria era prevista in 726 miliardi mentre ora è scesa a 724 miliardi, 2 miliardi al di sotto (i restanti 4 derivano da una minor spesa per interessi).

Sintesi: l’Italia ha rispettato pienamente i suoi impegni  in termini di livello della spesa pubblica (totale e primaria), tuttavia la recessione prodotta delle manovre ha condotto a un Pil nominale più basso di 70 miliardi e a minori entrate, in gran parte conseguenti, per 47 miliardi che si si sono tradotte in un maggior deficit di 41 miliardi. Poiché la spesa pubblica non è peggiorata nonostante la recessione è evidente che in qualunque ipotesi di minor recessione rispetto a quella effettiva le entrate sarebbero state più alte e il disavanzo più basso.

La recessione è frutto di un rigore fiscale ottuso che ha imposto manovre fiscali autolesioniste, in grado di azzoppare la crescita  ma non di migliorare i conti pubblici, l’obiettivo unico che ne aveva giustificato l’adozione. Servono altre ragioni per imporre un drastico cambio di rotta? Che non è evidentemente il ritorno al lassismo finanziario bensì l’introduzione (sarebbe infatti la priva volta) di un rigore razionale.

 

 

 

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