3
Set
2013

Un metodo diverso per la legge di stabilità, risparmiateci altri guai

I pochi giorni seguiti al provvedimento con cui il governo ha rimodulato l’IMU e ha rifinanziato la CIG salvaguardando altri esodati, hanno dato una dimostrazione salutare. Hanno mostrato che la coperta della finanza pubblica è corta. Terribilmente corta. E che l’espressione “a parità di gettito”, sin qui intoccabile per il Tesoro, porta ormai a infrangersi contro un muro. Abbiamo scritto e documentato dal primo momento come le coperture delle misure assunte smentissero la promessa di non tartassare ulteriormente i contribuenti, ed è quanto puntualmente emerso quando tutti hanno esaminato i testi. Si tratti degli aggravi alle imprese per pareggiare meno imposte sulle seconde case, o del taglio retroattivo delle detrazioni per le polizze vita e infortuni che alza l’Irpef, il metodo si è rivelato tanto fragile che ieri per primo il viceministro dell’economia Fassina ha proposto la marcia indietro: ripristinare i prelievi sulle seconde case per ridare un po’ di fiato alle imprese.
Ma in verità questo gioco dell’oca sulla sostituzione di entrate con altre entrate, “a parità di gettito”, appunto, non porta più da nessuna parte. A maggior ragione alla luce del dato del fabbisogno pubblico di agosto diramato ieri, un dato che è in peggioramento. Non è possibile seguire lo stesso metodo per coprire il mancato innalzamento dell’IVA. Né si può ovviare con il ricorso a sforbiciate qua e là di qualche centinaio di milioni di spesa pubblica. Anche questo è avvenuto con il decreto. E ovviamente ha aggiunto altra benzina sul fuoco, apprendere dell’azzeramento del fondo per la detassazione dei salari di produttività, quando è proprio questo il tallone di Achille dell’economia reale italiana.
No, la strada da seguire è un’altra. L’occasione per farlo, entro poche settimane, è la legge di stabilità, che seguirà di pochissimo l’esito delle elezioni tedesche. Ma prima di fare qualche cifra, una cosa va detta. E’ il metodo, che va cambiato. E quando si dice “cambiato” non bisogna pensare ai pochi mesi di vita del governo Letta, ma a tutte le leggi finanziarie alle quali siamo abituati da molti anni.
Un segnale in vista di tale nuovo metodo è venuto ieri, con il documento firmato insieme da Confindustria, Cgil, Cisl e Uil. Tre sole cartelle e mezzo, non un rituale verboso papiello. Imprese e sindacati chiedono insieme misure che tutti riconoscono essere le più giuste, per rilanciare la crescita. Meno imposte su lavoro e imprese, iniziando a incidere energicamente l’IRAP. Meno costi dell’energia – ma non ricorrendo ai fantasiosi bond per finanziarne gli sgravi, cioè ad altro debito pagandoci sopra anche gli interessi, come pensa il ministro Zanonato. Incentivi per agevolare gli investimenti, la ricerca e l’innovazione. Un fondo per la ristrutturazione industriale e un’unica cabina di regia per le crisi aziendali e di settore, come per la bonifica dei siti tipo ILVA.
Il metodo nuovo consiste nel fatto che imprese e sindacati non chiedono solo questi interventi, che esigono risorse. Dichiarano esplicitamente che le coperture vanno trovate mettendo mano allo sbilenco rapporto tra Stato e Autonomie – cioè modificando il Titolo V° della Costituzione – e rivedendo in profondità struttura della Pubblica Amministrazione e della spesa pubblica. Giusto.
Il premier Letta ha immediatamente apprezzato il documento. Ma se è così, allora alla legge di stabilità – lo strumento per cercare di realizzare almeno qualcuna di queste innovazioni – bisogna arrivare con una proposta chiara agli italiani. Non serve una finanziaria in cui risicati saldi per stare sotto il 3% di deficit – sia pure con i modesti “abbuoni” strappati in Europa – siano frutto della tetragona alchimia della Ragioneria Generale, maestra nel dover limare poste di entrata e di spesa, sostituendosi a una politica che non riesce a scegliere. Al contrario, è prima del varo della finanziaria che il governo dovrebbe indicare pubblicamente le sue grandi opzioni di fondo.
Una sorta di grande consultazione pubblica. Non per stare nei limiti europei, ma per scegliere quale opzione più coraggiosa percorrere, per rilanciare la crescita. Si alimenta da anni la convinzione che meno rilevanti siano le “manovre” finanziarie, meglio sia. Perché agli occhi degli italiani il termine “manovra” identifica ormai automaticamente l’effetto che sempre ne è venuto: la “stangata”. Ed è così perché a salire sono stati insieme spesa e tasse, la spesa pubblica al netto degli interessi del 68% in 13 anni, e le entrate del 58%.
Il metodo nuovo consiste invece nel dire “cari italiani, c’è una prima opzione per una legge di stabilità che tagli un punto di Pil, 15 miliardi, di pressione fiscale su lavoro e imprese, e questi e questi sono i tagli che vi indichiamo per finanziarli. Ma c’è poi una seconda ipotesi, quella che a tutti converrebbe, che raddoppia almeno la scommessa visto che dobbiamo coprire anche il mancato aumento IVA. Fino a 2,5 punti di Pil di minor pressione fiscale, e questi e questi sono i i tagli aggiuntivi che proponiamo perché la cosa si possa fare senza incorrere in una nuova procedura d’infrazione europea.” Dire questo prima di scegliere, significa trarre anche un’altra preziosa lezione dal passato. Credere di assumere tagli nella notte di un Consiglio dei ministri, senza averli prima “incatenati” pubblicamente al risultato, significa dimenticare che puntualmente non reggono in Parlamento.
Dopo anni di esame e studio della spesa pubblica, non c’è bisogno di nuove commissioni di studio per sapere dove trovare uno, due, tre punti di Pil di spesa pubblica tagliabile con effetti non recessivi, da portare operò a riduzione immediata delle entrate e non a copertura di nuove spese, come sempre è avvenuto sin qui. Il 9% di Pil in costi intermedi della PA, cioè in forniture, e stiamo parlando di 140 miliardi di euro, non si riduce con microestensioni annuali del ruolo della Consip, che a malapena gestisce 30 miliardi di acquisti, ma con una svolta energica. La PA non ha bisogno di sanare solo i suoi precari, ma di rivedere a fondo i compensi apicali e della dirigenza, fuori linea rispetto agli standard europei. Le oltre 7mila società partecipate e controllate a livello locale, in continuo aumento, non si ridicono nel numero e costi se non con una grande decisione pubblica condivisa. Senza parlare poi dei tanti miliardi in incentivi a nicchie di garantiti, e ce ne sono eccome, nella bolletta elettrica come a favore delle grandi società pubbliche.
Ci faccia un pensierino, il premier. Invece della solita finanziaria che parte a sorpresa e diventa in tre mesi una sagoma sforacchiata, una legge di stabilità presentata in anticipo a italiani, imprese e lavoratori, con cifre coraggiose e chiare a tutti. Perché tutti sappiano da subito che, se vi sarà chi protesta per questa o quella spesa in meno, i più avranno i vantaggi delle imposte sul lavoro che scendono. Ci vuole coraggio? Sì. Ma è facendo ciò che si ha paura di fare, che spesso si risolvono i guai peggiori.

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5 Responses

  1. billy_paul

    E licenziare 2,0 milioni di dipendenti pubblici inutili no?

    Giannino avevo grandi speranze per lei ma alla fine vedo che è uno statalista alla stregua di quegli idioti al potere.

    Lo Stato fa solo danni l’unica maniera per risolvere i problemi dell’Italia è riducendolo in maniera importante.

  2. Mike

    Quella del preventivo “dibattito pubblico” mi sembra un’ottima idea. E allora, ecco una proposta rivoluzionaria su cui dibattere pubblicamente: introdurre in Costituzione il principio inderogabile della detraibilità, da IRPEF e IRES – IRAP, della service tax prossima ventura e delle imposte regionali e provinciali. Infatti, il primo pericolo da scongiurare è che il combinato disposto del principio del pareggio di bilancio e dei vincoli derivanti dal fiscal compact, porti alla definitiva spremitura dei contribuenti – sudditi, data la tradizionale irresponsabilità di spesa e di prelievo fiscale tutti i livelli istituzionali. Bisogna innanzitutto smetterla, una volta per tutte, con il solito giochetto delle tre carte, per cui lo Stato non solo vince sempre contro il contribuente – suddito, ma immancabilmente raddoppia, ovviamente in barba al principio costituzionale di capacità contributiva e allo statuto dei contribuenti.

  3. ROBERTO

    Caro Oscar,

    la sua analisi sia su dove siamo e sia su cosa si deve fare come al solito è inappuntabile.
    Sono in disaccordo con Lei su una parte fondamentale: non manca il coraggio , ma la volontà perchè fino a che i soldi andranno dove devono andare , nessuno sarà motivato a fare granchè. Il lavoro utile da fare , come Lei e altri avete fatto più volte, è evidenziare costantemente nel dettaglio dove sono i famigerati “tagli da fare” per individuare i responsabili, con numeri e nomi di chi gestisce e decide per ogni centro di costo.
    Forse , e ripeto forse, messi alle corde qualche decisione utile potrebbe saltar fuori. La motivazione in ogni attività è fondamentale, Lei dirà ,ma loro la devono trovare nel senso dello Stato ! Mi permetta utopie per il nostro paese, Fromm diceva,…” l’uomo a volte preferisce morire piuttosto che cambiare…” figuriamoci se non ne ha motivo.

    E’sempre un piacere .
    saluti
    RG

  4. Marco O.

    Ma vogliamo semplicemente scrivere 5 punti come programma di FARE ??
    sulla struttura dello stato e sulle competenze regionali e su quelle federali? e sul numero massimo di mandati elettorali
    sui tagli federali?
    sulle vendite di patrimonio per ridurre il debito?
    Sulle regole di bilancio regionale e nazionale
    sui limiti di partecipazione al capitale di aziende regionali e federali e tempi massimi per l’adeguamento?
    E…BASTA!! per il resto si accomodino ii politicanti

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