3
Set
2013

Omaggio a Ronald Coase, l’economista curioso

Ieri è scomparso Ronald Coase, premio Nobel per l’Economia nel 1991. Il suo contributo al progresso della scienza economica è incalcolabile. Non c’è modo migliore di ricordarlo che citando il suo discorso di fronte all’Accademia di Svezia:

Non ho fatto alcuna innovazione nell’alta teoria. Il mio contributo all’economia consiste nell’aver stimolato l’inclusione nella nostra analisi di aspetti del sistema economico che, come il postino nel racconto di Padre Brown, L’uomo invisibile, di GK Chesterton, tendenzialmente vengono ignorati.

Durante la sua lunghissima carriera, l’approccio di Coase si è sempre distinto per una profonda umiltà epistemologica: la sua idea di fondo è che gli economisti avessero perso la bussola a causa di un eccesso di astrazione. Per lui, l’economia era microeconomia, e la microeconomia era (o, meglio, avrebbe dovuto essere) lo studio dell’organizzazione industriale. In questo egli risentiva profondamente dell’influenza del suo maestro, Arnold Plant, e viveva con sofferenza la svolta verso la formalizzazione della disciplina.

Questa resistenza verso ciò che allora appariva come il progresso portò Coase, contemporaneamente, al di fuori del mainstream e lo avvicinò a intuizioni che scaturivano proprio dalla sua conoscenza, passione e studio “dal basso” del comportamento delle imprese. Il modo migliore per ricostruire l’eredità di Coase è attraverso i suoi tre principali articoli.

Il primo risale agli albori della sua carriera: in The Nature of the Firm (1937) Coase si interroga sul perché esistano le imprese. In fondo, se l’allocazione dei fattori produttivi è interamente assolta dal sistema dei prezzi, perché mai essi devono essere “cristallizzati” all’interno di una gerarchia aziendale? Scrive Coase: “se un lavoratore si sposta dal reparto Y al reparto X, non lo fa per un cambiamento nei prezzi relativi, ma perché gli viene ordinato”. La risposta sta nell’esistenza dei costi di transazione: in un mondo “perfetto” tutte le transazioni avvengono a costo zero perché ciascun operatore possiede piena informazione su tutto. Nel mondo reale non è così. Le transazioni hanno un costo; in taluni casi tale costo è superiore al beneficio che se ne può trarre. Diventa quindi razionale ricorrere a forme di organizzazione gerarchica. Dal costo delle transazioni dipendono non solo l’esistenza dell’impresa, ma anche la sua dimensione e le sue modalità organizzative “ottime”.

L’inclusione dei costi di transazione nel calcolo economico squaderna completamente l’analisi tradizionale (neoclassica o keynesiana). E cambia anche il modo in cui bisogna guardare ai cosiddetti “fallimenti del mercato“: questo è l’oggetto di The Problem of Social Cost (1960). In tal caso Coase si occupa delle esternalità (negative o positive) prendendo di mira l’approccio sedimentato nella disciplina dopo il fondamentale libro di Arthur Pigou, The Economics of Welfare. Per Pigou e i suoi seguaci, l’esistenza di un fallimento di mercato forniva una ragione necessaria e sufficiente all’intervento pubblico per correggerlo (Pigou aveva in mente la tassazione, in particolare). Coase però fa osservare che, in assenza di costi di transazione, i fallimenti di mercato virtualmente non esistono, perché le negoziazioni tra le parti possono condurre a esiti ottimali. Questa formulazione, nota come “Teorema di Coase”, è sempre stata rifiutata dall’economista inglese: il quale infatti era interessato alla faccia nascosta della luna, cioè quel che accade in presenza di costi di transazione. Così come essi possono rendere difficile o impossibile (e comunque costoso) il raggiungimento della situazione “ottima”, allo stesso modo influenzano le politiche governative, al punto che molto spesso o vengono imposte cure peggiori del male, oppure il male stesso è conseguenza di una precedente cura sbagliata a un altro male ancora. Di conseguenza Coase boccia l’idea che i fallimenti di mercato debbano necessariamente portare all’intervento pubblico: in alcuni casi ciò può essere vero, in altri no. Ma, soprattutto, è sbagliato muovere dall’ipotesi che le soluzioni ai fallimenti di mercato non possano emergere spontaneamente. Il caso più clamoroso a cui si dedica Coase è quello del faro: bene pubblico per eccellenza, che generazioni di economisti avevano ritenuto prova della necessità e utilità dell’intervento pubblico, esso ci racconta invece tutta un’altra storia. The Lighthouse in Economics (1974) – che è un saggio di storia economica, più che di economia in senso stretto – mostra che, in realtà, storicamente in Gran Bretagna i fari erano stati prodotti e finanziati privatamente.

L’amore di Coase per la ricerca empirica lo porta a formulare, proprio nel saggio sul faro, uno dei suoi giudizi più taglienti, riferito a economisti del prestigio di Pigou, John Stuart Mill, Paul Samuelson, che avevano tutti discettato sul paradigma del faro:

[H]ow is it that these great men have, in their economic writings, been led to make statements about lighthouse which are misleading as to the facts, whose meaning, if thought … to the extent that they imply a policy conclusion, are very likely wrong?

L’interesse per l’economia “dal basso” ha spinto Coase a interessarsi di una molteplicità di temi, per i quali ha spesso trovato insoddisfacente la trattazione “standard”. Il suo ultimo libro, How China Became Capitalist, scritto all’età di 101 anni assieme a Ning Wang, indaga sullo sviluppo del capitalismo cinese, ricostruendo minuziosamente l’evoluzione complessa di quel paese tanto distante dalla nostra sensibilità (qui la recensione di Alberto Mingardi, qui un estratto pubblicato sul Cato Journal – il libro uscirà l’anno prossima in edizione italiana per IBL Libri).

La scomparsa di Coase lascia un grande vuoto umano, che però è compensato da un grande “pieno” intellettuale che l’economista ci ha lasciato attraverso l’incredibile prolificità delle sue intuizioni: intere branche dell’economia sono state aperte dai suoi studi (l’analisi economica del diritto, la Transaction Cost Economics, la New Institutional Economics). La rivoluzione di Chicago degli anni Settanta – che ha superato metodologicamente i modelli keynesiani e quelli neoclassici – non sarebbe stata possibile senza l’insistenza di Coase sugli “attriti” e le imperfezioni del sistema economico. La ricaduta pratica della lezione coasiana è stata quella di gettare le basi intellettuali virtualmente per tutti gli esperimenti di liberalizzazione e privatizzazione degli anni Ottanta e Novanta, dalle telecomunicazioni alle infrastrutture a rete. Tra i premi Nobel successivi, almeno sette (Robert Lucas 1995, Daniel Kahneman e Vernon Smith 2002, Elinor Ostrom e Oliver Williamson 2009) possono essere considerati figli o, nel caso di Lucas, “cugini” intellettuali di Coase.

Senza Coase l’economia oggi non sarebbe quello che è, e interi campi non sarebbero mai stati dissodati. La sua curiosità, la sua verve e la sua meticolosità nella ricostruzione storica hanno avuto ricadute profonde sia su quello che gli economisti pensano, sia nel modo in cui ricercano.

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2 Responses

  1. Jefferson

    L’IMU sugli immobili per attivitá produttive strangola le imprese. Tre volte la vecchia ICI. Morte di tante attivitá produttive. Pazzesca. Allucinante. E
    Zanonato, che aveva promesso di abbassarla o toglierla, si è comportato in modo vergognoso. Pagliacciata. Napolitano, Berlusconi, Monti, Letta….tutti a casa ! Paese invivibile. La criminalitá politica trasversale, incappucciata e palese, domina il paese. Basta. Basta. Basta.

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