15
Lug
2013

Il decreto del fare, Artt.1-3 – Sostegno alle imprese

L’articolo 1 del Decreto del Fare non contiene disposizioni immediatamente attuative, bensì definisce le linee guida alle quali dovrà attenersi un decreto del ministero dell’Economia da adottarsi entro trenta giorni. Più che sui contenuti, merita dunque una discussione sulla direzione che indica.

I due obiettivi individuati dall’articolo sono: a) assicurare un più ampio accesso al credito da parte delle PMI attraverso lo strumento del Fondo di garanzia e b) limitare il rilascio della garanzia del Fondo alle operazioni finanziarie di nuova concessione e erogazione.

Ricordiamo che il Fondo di garanzia per le piccole e medie imprese è stato deciso nel 1996, per riconoscere una garanzia pubblica parziale ai prestiti contratti dalle PMI “economicamente e finanziariamente sane” permettendo loro un maggior accesso al credito. Secondo uno studio della banca d’Italia, nel solo 2010 il Fondo ha garantito importi pari a circa 5 miliardi, permettendo così che fossero concessi prestiti pari a 9,1 miliardi. Rileva lo studio che il ricorso alla garanzia deriva principalmente da esigenze di liquidità: solo il 18,4 per cento delle richieste ha riguardato operazioni di investimento.

Nella sezione a) dell’articolo in questione, il primo punto chiede di ampliare la platea delle imprese potenzialmente beneficiarie, ma secondo regole ancora non ben definite. L’unico punto specifico nella sezione a) è il secondo: portare la copertura del Fondo dal settanta all’ottanta per cento dell’operazione finanziario qualora si tratti di impresa che vanti altri crediti nei confronti della P.A.  Nella sezione b) invece, l’elemento innovativo riguarda le condizioni di ammissibilità al Fondo: il parere del Ministero dell’Agricoltura viene sostituito da quello del ministero dell’Economia  e Finanze.

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Con l’articolo 2 il Decreto del Fare incentiva l’acquisto di macchinari, impianti e attrezzature ad uso produttivo. Innanzitutto istituisce presso la Cassa Depositi e Prestiti un plafond da 2,5 miliardi destinato a fornire liquidità alle banche che eroghino tali prestiti. Non sono queste risorse pubbliche, ma derivano dalla raccolta del risparmio postale. I plafond presso la CdP finalizzati a favorire l’accesso al credito delle PMI non sono cosa nuova: ad esempio, nel marzo 2012 la CdP ha lanciato il “Nuovo Plafond PMI” con una disponibilità di 10 miliardi di euro.

In secondo luogo l’articolo 2 prevede l’erogazione di un contributo statale alle imprese che accedono ai predetti finanziamenti calcolato in rapporto agli interessi sui finanziamenti bancari. La spesa autorizzata dal decreto del Fare è di 7,5 milioni per il 2014 a crescere fino a 35 milioni annui per il periodo 2016-2019.

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L’articolo 3 attribuisce 150 milioni di euro una tantum per il finanziamento dei contratti di sviluppo nel settore industriale, riguardanti territori regionali attualmente privi di copertura finanziaria (escludendo quindi Basilicata, Calabria, Campania, Puglia, Sardegna e Sicilia). I contratti di Sviluppo favoriscono la realizzazione di investimenti di rilevanti dimensioni sul territorio italiano. Come precisa il secondo comma l’agevolazione avviene attraverso finanziamenti agevolati, nel limite massimo del 50% dei costi ammissibili.

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Nessuno dei primi tre articoli del Decreto del Fare introduce dunque interventi innovativi, ma si limita a “rafforzare” degli strumenti di politica economica già esistenti e che sono già stati usati negli scorsi anni per sostenere le imprese. A parte la domanda retorica su quanto possano essere serviti in passato, l’aspetto che colpisce è l’esiguità di risorse pubbliche stanziate per tale “rafforzamento”: per il prossimo anno si tratta di 150+7,5 milioni (*). Come a dire: se già avevamo perplessità sulla validità degli strumenti (sussidi agli investimenti e garanzie pubbliche ai prestiti), l’esiguità di risorse con cui vengono rifinanziati lascia ben pochi dubbi sulla loro efficacia nel dare sostegno alle imprese e “rilanciare l’economia” come promette il titolo del Decreto del Fare.

Anche i sostenitori della politica industriale devono accettare che le risorse da destinarvi sono quasi finite. Invece di continuare a raschiare il fondo del barile per trovarne ulteriori, meglio farebbe la Pubblica Amministrazione a preoccuparsi di sostenere le imprese riducendo gli oneri che impone in loro. Si prenda l’Articolo 1 e l’estensione del Fondo di Garanzia ad un maggior numero di PMI italiane. Questa garanzia pubblica equivale a ridurre il rischio percepito dalla  banca a non vedersi restituito il prestito concesso all’impresa. Lo Stato potrebbe raggiungere lo stesso obiettivo eliminando quei suoi interventi che, viceversa, aumentano il rischio che le stesse imprese falliscano. Non occorre ripetere quali siano gli oneri erariali, esattoriali e burocratici che  spesso riescono a dare il colpo di grazie alle PMI. Altrimenti sembrerebbe che lo Stato offra una (minuscola) stampella alle imprese dopo aver fatto loro lo sgambetto.

 

(*)Nota: per avere un’idea sui termini di grandezza in questione, si può considerare il valore aggiunto prodotto in un anno dalle PMI italiane (definite come tutte le imprese con meno di 50 dipendenti): 339 miliardi di euro nel 2010. [Eurostat peraltro ci ricorda che tale importo rappresenta il 50,7% del valore aggiunto prodotto da tutte le imprese italiane – in confronto, nell’Europa a 27 paesi questa incidenza è pari in media al 39,4% e quindi il credit crunch si fa sentire di meno sull’economia nazionale] Un altro paragone più forzato, ma che dà un’idea di come la distribuzione della spesa pubblica non dipenda da ragioni economiche,  sono i 300 milioni all’anno spesi per sussidiare solo i corsi di formazione professionale nella sola Regione Sicilia (2,1 miliardi di euro spesi per metà da Italia e per metà da Ue tra 2007 e 2013).

Per vedere tutti i commenti degli esperti dell’Istituto Bruno Leoni, clicca qui.

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