4
Lug
2013

Lo Stato debitore che affossa l’ippica italiana

Riceviamo e volentieri pubblichiamo da Damiana Conti.

Quello dell’ippica è un settore che interessa a pochi in Italia. Così non è per i paesi anglosassoni, o per altri paesi come Francia e Svezia, dove invece questo sport è tenuto in grande considerazione e non conosce crisi.

Quanto lo scarso appeal di questa disciplina sul pubblico italiano sia dovuto a fattori socio culturali, e quanto invece sia il risultato delle oggettive difficoltà di gestione che hanno sempre caratterizzato il comparto, non è argomento di facile soluzione, un dato è che della filiera fanno parte a vario titolo circa 50mila famiglie che ad oggi sono in grave difficoltà.

La tragica situazione in cui versa il settore (senza esagerazioni, visto che anche questo comparto conta i suoi morti “per crisi”) è emblematica di uno Stato che riduce sempre più spesso il cittadino alla condizione di suddito. In un “Sistema Italia” che non è mai stato in grado di “fare sistema”, pur potendo vantare innumerevoli eccellenze, molte delle quali, proprio per la mancanza di una “rete” di difesa contro le ingerenze dello Stato, sono al collasso. Una di queste, appunto, è l’ippica (un esempio su tutti, Varenne, il trottatore che ha frantumato tutti i record, è italiano).

La vicenda, in breve, è questa:

Dopo l’abolizione dell’ente (statale) adibito alla gestione del comparto: l’UNIRE, a causa dei buchi di bilancio causati da una gestione poco trasparente e per nulla meritocratica (per usare un eufemismo); lo Stato ha trasferito le competenze gestionali ad un altro ente, l’ASSI, anch’esso abolito e fatto confluire nel mare magnum del MPAAF (Ministero Politiche Agricole Alimentari e Forestali). A questo punto, i problemi burocratici e giuridici diventano enormi, con il risultato che il comparto vanta crediti nei confronti dello Stato per oltre 110 milioni di euro: crediti che sono in continuo aumento a causa di uno stallo nell’emissione dei premi in denaro che spettano ai vincitori delle corse dal settembre 2012.

Le corse ippiche sono il risultato di una piramide produttiva che ha come base l’allevamento di circa 3500 cavalli all’anno (erano 6000 fino a qualche anno fa) nati e cresciuti su territori adibiti al pascolo; passa attraverso la trasformazione dei cavalli in atleti, effettuata in centri di allenamento privati o all’interno di ippodromi; arriva a compimento negli ippodromi, con la prestazione agonistica e la scommessa: il tutto creando un enorme indotto per la fornitura dei servizi connessi.

Con il DL 449/99, si è riformata l’UNIRE e contemporaneamente si è aperto il mercato alle scommesse sportive e a tutti i tipi di giochi.

A fronte dell’improvvisa apertura, i concessionari di scommesse hanno utilizzato la rete ippica di raccolta scommesse (creata e pagata dal settore) per vendere gli altri prodotti, senza riconoscere alcun indennizzo.

È stato indetto un bando di concorso internazionale per l’apertura di nuovi punti vendita (agenzie ippiche e sportive), da attribuirsi col sistema dei minimi garantiti. L’assegnazione del bando doveva garantire un introito di circa 450.000 euro in 10 anni mai pagati dai concessionari al settore.

Nel corso degli anni, nel susseguirsi dei commissariamenti e con la scelta di modesti funzionari che la guidassero, l’UNIRE è stata spogliata di ogni capacità gestionale e tecnica, perdendo in autorevolezza e mancando totalmente al proprio ruolo di guida dell’ippica in Italia. Contemporaneamente, alcuni concessionari hanno approfittato della situazione per crearsi rendite di posizione o spingere verso decisioni che, se vantaggiose per l’affermazione degli altri giochi man mano introdotti (tra i quali dal 2006 le VLT), hanno avuto un impatto negativo sul settore, sancendo un’inesorabile diminuzione dell’interesse verso il prodotto corsa e la relativa scommessa. Il passaggio della gestione dei giochi all’Amministrazione Autonoma dei Monopoli di Stato (AAMS), visto l’atteggiamento negativo di quest’ultima verso la scommessa ippica, sempre perdente nei confronti degli altri giochi e scommesse, ha portato a una drastica diminuzione del volume di gioco: circa il 15/20% ogni anno, in controtendenza rispetto agli altri giochi (nel 1996 il volume era di circa 3,4 miliardi di euro; nel 2012 non si sono raggiunti i 900 milioni).

I premi sulle corse, derivanti dalle quote sulle scommesse, sono il frutto del lavoro della filiera i cui meccanismi sono lasciati arrugginire da uno Stato che tuttavia non ne vuole perdere il controllo. Proprio questi premi sono da quasi un anno i crediti che il comparto vanta.

Purtroppo (soprattutto per i tanti allevamenti che hanno chiuso “per crediti”) il meccanismo si è inceppato nella burocrazia farraginosa e ancora legata a schemi vecchi e poco flessibili.

Uno dei più grossi problemi riscontrati dal Ministero è, incredibilmente, il saldo delle fatture: quelle scuderie creditrici che hanno emesso regolare fattura si sono viste rigettare le stesse più volte poiché non conformi ai “canoni” del sistema, con il risultato che ad oggi gli operatori brancolano nel buio anche per ciò che riguarda la banale compilazione di una ricevuta.

Questo riguarda però solo il pagamento dei crediti di gennaio e febbraio 2013. Per quelli del 2012 infatti manca del tutto la copertura finanziaria: i soldi prodotti dal lavoro di privati sono fagocitati dalla Pubblica Amministrazione e qui si perdono per andare a coprire chissà quali buchi di bilancio.
Per i crediti vantati dal marzo 2013 la nebbia è ancora più fitta.

Di fronte a tutto questo non vengono fornite spiegazioni agli operatori, né tantomeno tempistiche certe, in un continuo rimpallo di responsabilità che è tipico di uno Stato iper-garantista con se stesso, ma decisamente meno con i propri cittadini.

Il paradosso più grande è il fatto che, nonostante la situazione debitoria da quasi un anno verso privati cittadini che ormai faticano a mantenere in piedi le attività, lo Stato continua la sua riscossione di tributi.

A questo punto, oltre ovviamente alla “conquista” dei crediti vantati, il comparto ippico, attraverso associazioni quali Imprenditori Ippici Italiani, che appoggiano il progetto di legge portato in parlamento da Lega Ippica Italiana, ha come obiettivo l’ottenimento di una gestione diretta del settore con una visione imprenditoriale e manageriale che la Pubblica Amministrazione dimostra continuamente di non avere. Oltre a dimostrare, purtroppo per tutti i cittadini, una totale inadeguatezza burocratica e giuridica rispetto ad un’economia globale che non “timbra il cartellino” alle tre del pomeriggio.

 

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5 Responses

  1. billy_paul

    Non sono aiuti di stato per se in quanto lo stato si è infilato dentro un filiera che nel resto del mondo è privata poi non paga la quota agli altri appartenenti alla filiera.

    La soluzione è semplice lo stato deve uscire dalle corse dei cavalli e lasciar fare agli imprenditori del settore.

    E’ tempo di licenziare 2.5 MM parassiti pubblici e risolvere tutti i problemi dell’Italia.

  2. Mike

    Lo Stato deve uscire dal settore e lasciare l’organizzazione e la gestione del settore ai privati, in base al principio di sussidiarietà orizzontale. Quanto ai crediti pregressi dei privati, andrebbe introdotto in Costituzione il principio generale della compensazione legale (obbligatoria ed inderogabile) tra i crediti certi, liquidi ed esigibili delle Pubbliche Amministrazioni verso i privati e quelli dei privati verso tutte le Pubbliche Amministrazioni.

  3. Sono una dei protagonisti di questo settore coì bello che ormai è svanito. Allevavo cavalli da trotto e vendevo il seme di stalloni che hanno vinto belleissime e prestigiose corse. Adesso non so che farmene ma non voglio macellarli. Nel 2012, di fronte al settore che andava a rotoli, a premi non pagati ho portato 12 cavalli in Germania e ho iniziato a correre in Belgio, Olanda, Francia e Germania e così ho visto come funziona all’estero. nessuna fattura da emettere. Esiste un’unica società che “tiene i conti” agli allevatori/proprietari di cavalli, mandano unsemplice estratto conto e ti fanno dopo 20 giorni dalla vincita il bonifico presso la banca indicata. l’organizzazione è ottima, ci si scrive una mail o si telefona e tutto viene risolto facilmente. In Italia è tutto difficile, complicato, costoso, i funzionari non ti ascoltano e non danno risposte. Ma perchè non sui rendono conto che se non ci saranno piu’ cavalli andranno a casa anche loro!!!

  4. Anonimo

    La fine dell’ippica e’ colpa degli allenatori italiani che imbrogliando per anni al doping hanno fatto il bello e il cattivo tempo un cavallo truccato da un allenatore di mestiere,puo’aumentare di circa 20.000 euro il prezzo del cavallo, oltre a vincere corse, poi viene venduto a un prezzo superiore, cavallo di cartone, dylan mhout,hanno contribuito al fallimento dell’ ippica italiana d’auria caruso grizzetti botti gasparini menichetti ecc. Ecc gli se girato tutto contro ora spero che vadino a lavorare sottoposti a 700.00 euro il mese

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